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Sovrappeso, affaticamento, malattie infiammatorie e....tanta dipendenza. Semplice o complesso, lo zucchero, è l'unico responsabile di tanti disturbi. Gli effetti collaterali di un consumo eccessivo e prolungato che si deposita intorno al girovita sono molteplici. Per contro, una sua riduzione porterebbe a una lunga serie di benefici a breve termine. In primis l’aumento dell’energia poiché una limitazione del consumo di questa sostanza consente di aumentare i livelli energetici del nostro organismo e di conseguenza anche migliori performance psicofisiche. Tra gli altri effetti positivi di una modifica dello stile alimentare a “ridotto contenuto di zuccheri” anche una maggiore concentrazione, migliore qualità del sonno, regolarità del transito intestinale e dell’apparato digestivo. A beneficiare di un consumo ridotto anche la nostra pelle. Luminosità, texture e idratazione oltre a rafforzare le barriere contro gli attacchi esterni e favorire il microcircolo del derma. Infatti, non tutti sanno che lo zucchero danneggia precocemente la pelle, facilita la formazione di rughe, macchie e di processi infiammatori topici, interferisce inoltre anche con la produzione di collagene (indispensabile per la compattezza e l’elasticità dei tessuti) e determina un aumento della produzione di sebo, ancora più dannosa per chi soffre di acne.

L'amara verità dello ZUCCHERO: tutti i rischi per la nostra salute


Colpevole anche di sbalzi d’umore, ansia, irritabilità e ricorrenti “up and down” mentali. Diversi studi hanno dimostrato che una dieta ricca di zucchero può compromettere l’abilità di imparare e ricordare: è bene ridurli per contrastare questi fenomeni e preservare la lucidità mentale. Inoltre, ridurre in modo drastico il consumo di saccarosio, e quindi, delle sue forme affini, porterebbe poi ad avere un intestino in salute. Gli zuccheri, infatti, hanno la capacità di modificare il microbiota intestinale, alterando la composizione della flora batterica. Disequilibri che non solo rendono la digestione lenta e difficile, ma che indeboliscono il sistema immunitario, aumentando il carico infiammatorio a livello intestinale. Ultimo, ma non per importanza poi, la perdita di peso. Tra i notevoli benefici anche la riduzione di patologie importanti come obesità e sovrappeso. La perdita di peso, infatti, è determinata da uno scarico naturale dei liquidi in eccesso, un effetto drenante dovuto alla minor quantità di acqua legata dalle riserve di glucosio.

Dieta a “ridotto contenuto di zuccheri”

Al via con la dieta “sugar detox”, l’alimentazione giusta per disintossicarsi dagli zuccheri. Dalla ritenzione idrica alla formazione delle rughe. I tanti danni provocati da un eccesso di zuccheri interferiscono non solo con la salute (con una infiammazione dei tessuti), ma anche con la nostra estetica. Troppi carboidrati e zucchero raffinato desensibilizzano i sistemi di sazietà favorendone un consumo inconsapevole creando così una sorta di dipendenza. Secondo Robert Lustig, professore di pediatria e membro dell'Institute for Health Policy Studies dell'Università della California, negli Stati Uniti circa il 10% della popolazione è tossicodipendente da zucchero. Dannoso per la nostra salute. Troppi zuccheri portano a un aumento della glicemia e costringono il pancreas a liberare l'insulina facendo entrare il glucosio nelle cellule, in modo tale da bruciarlo e produrre energia. Quello in eccesso poi, viene trasformato in trigliceridi, tra le cause principali di ostruzione delle arterie e di patologie cardiocircolatorie. Una buona parte poi si deposita nel tessuto adiposo, portando all’aumento di peso e nel fegato, contribuendo così all’insulino-resistenza. Collegate all’eccesso di zuccheri anche diverse malattie: dal diabete di tipo 2 all’ipertensione, dall’insufficienza renale all’ovaio policistico, ma anche il sovrappeso, l’osteoporosi, la stanchezza, i disordini del metabolismo dei grassi fino addirittura alle malattie neurodegenerative. Pertanto il consiglio di tanti esperti è quello di depurarsi dagli zuccheri limitando così il rischio di queste patologie.

Dall'INSULINA allo ZUCCHERO nascosto nei cibi moderni

Se la dieta è ricca di alimenti zuccherini, dolci, bevande dolcificate e gassate, succhi di frutta – spiega in un’intervista a Gazzetta Active Luca Colucci, biologo, nutrizionista, – favorirà l’aumento repentino dei livelli di glucosio nel sangue, una produzione continuativa di insulina con danni a lungo termine sulla salute. Questi abusi stimolano in modo eccessivo l’appetito, portano ad affaticamento precoce, promuovono l’aumento di peso, inducono nel tempo insulino – resistenza, una sorta di intolleranza al glucosio. Fare uno scarico graduale degli zuccheri nella dieta, permette di migliorare vari aspetti della salute, prevenire malattie infiammatorie e migliorare la silhouette.

 

Più energia


Ridurre la concentrazione di zuccheri nella dieta permette di aumentare i livelli energetici dell’organismo, garantire performance psico-fisiche migliori a lungo termine. Passati i primi giorni di stanchezza e astenia dovuti al cambio del metabolismo che modifica la sua fonte di energia primaria, si hanno migliorie su forza fisica, concentrazione, qualità del sonno, transito intestinale, digestione. L’eccessiva assunzione di zuccheri favorisce infatti la proliferazione di lieviti intestinali che affaticano l’apparato digerente, specialmente il pancreas che, producendo troppa insulina in maniera continuativa, porta a effetti deleteri sulle nostre cellule. È bene quindi evitare di assumere un carico eccessivo di zuccheri dopo i pasti principali per contrastare tutte queste problematiche e ritrovare la salute.

Pelle migliore


Limitare gli zuccheri nella dieta permette di migliorare la luminosità della pelle, la texture, l’idratazione, alleggerire il microcircolo del derma, rafforzare le barriere naturali contro gli insulti esterni. Si evita in questo modo un processo di glicazione avanzata, cioè la reazione fra uno zucchero tipo fruttosio o glucosio e una proteina, che danneggia precocemente la pelle, facilita la formazione di rughe, macchie e processi infiammatori topici. Carichi eccessivi di zuccheri interferiscono anche con la produzione di collagene, sostanza indispensabile per la compattezza e l’elasticità dei tessuti epiteliali del nostro organismo. Attenzione anche a chi soffre di acne: assumere troppi zuccheri semplici determina un aumento della produzione di sebo nella pelle, ostruendo i pori e provocando punti neri e altre fastidiose imperfezioni.

Prestazioni mentali


Troppo zucchero rende inclini a sbalzi d’umore poiché riduce le riserve di vitamina B, e blocca i recettori del cromo, sostanze chimiche naturali che riequilibrano la sfera emotiva. Se si esagera si può sfociare in irritabilità, ansia e ricorrenti “up and down” mentali. Alcuni studi hanno dimostrato che una dieta ricca di fruttosio può compromettere l’abilità di imparare e ricordare: è bene ridurli per contrastare questi fenomeni e mantenere la lucidità mentale. Mitighiamo gli effetti con l’integrazione di omega-3: l’uso di grassi sani come riserva permette di mantenere livelli di energia più stabili e migliorare la concentrazione.

Intestino sano


Gli zuccheri sono in grado di modificare il microbiota intestinale, alterando la composizione della flora batterica già nelle 24 ore successive. Questi disequilibri rendono la digestione più difficoltosa e lenta, e col tempo possono indebolire il sistema immunitario, aumentando il carico infiammatorio a livello dell’intestino e degli organi annessi. I batteri intestinali sono avari di zuccheri e un surplus di edulcoranti-dolcificanti crea un ambiente distorto che li porta a cambiamenti nel loro metabolismo e nell’equilibrio delle varie specie presenti. Eliminare o ridurre in modo drastico l’introito di saccarosio e delle sue forme affini, permette di riequilibrare tutto l’ecosistema, evitare tensione addominale, meteorismo e rafforzare le difese immunitarie.

Perdita di peso


Un altro beneficio che si verifica fin dai primi giorni è quello di sentirsi più sgonfi e leggeri. La perdita di peso è determinata da uno scarico naturale dei liquidi in eccesso, un effetto drenante dovuto alla minor quantità di acqua legata dalle riserve di glucosio. È bene precisare che non bisogna però eliminare completamente gli zuccheri semplici dalla routine alimentare: via libera agli alimenti che lo contengono naturalmente come frutta e ortaggi, evitando invece quelli confezionati e industriali. È possibile consumare a volontà cibi che ospitano fino a 6 grammi di zucchero per 100 grammi, in modo da non compromette la salute e avvicinarsi agli obiettivi di benessere.

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Per approfondimenti:

Gazzetta Active "Effetti rapidi della riduzione degli zuccheri nella dieta"

La Repubblica "Sugar detox: combattere la dipendenza da zuccheri in 4 mosse"

Fondazione AIRC "Lo zucchero favorisce la crescita dei tumori?"

Elle Italia "Lo zucchero non è tutto uguale e saper distinguere quale fa male è garanzia di lunga vita"

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Una proteina “impalcatura” che dona sostegno al nostro corpo. Effetto confermato anche da diversi studi scientifici, i quali dimostrano con risultati alla mano che l’assunzione di peptidi di collagene migliora l’idratazione della pelle, l’elasticità e aiuta a ridurre le rughe del viso. Secondo uno studio, l’assunzione del collagene mostra effetti positivi sulla profondità delle rughe degli occhi, le cosiddette zampe di gallina. Dopo aver assunto 2,5 grammi di peptidi di collagene bioattivo ogni giorno per un periodo di otto settimane, la profondità delle rughe dei soggetti in questione si è ridotta in media di circa il 18 percento e la carnagione si è raffinata (Proksch, E. et al. 2014). Tra gli altri effetti positivi sulla pelle: l’assunzione di collagene aumenta l’idratazione della pelle (Asserin, J. et al. 2015 e Kim, D. U. et al. 2018). Un’altra indagine dimostra che l’assunzione giornaliera di un preparato di collagene porta a un miglioramento dell’elasticità della pelle. I partecipanti allo studio hanno consumato una fiala di un prodotto di collagene contenente 5 grammi di peptidi di collagene bioattivo ogni giorno per 90 giorni (Genovese, L. et al. 2017). Efficace anche contro gli inestetismi della cellulite, nota anche come pelle a “buccia d’arancia”, si verifica quando un tessuto connettivo si indebolisce e non è più in grado di trattenere la cellule adipose nel tessuto sottocutaneo. Il tessuto adiposo sottocutaneo in questione può quindi penetrare più facilmente negli strati superiori della pelle e gonfiare visibilmente la pelle all'esterno. E ancora, secondo uno studio, il collagene può aiutare a combattere la cellulite e a ridurre le ondulazioni della pelle sulle cosce. Una dose giornaliera di 2,5 grammi di peptidi di collagene ha portato dopo 6 mesi a una riduzione del livello di cellulite nelle donne con un peso regolare o in sovrappeso. (Schunck, M. et al. 2015).

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Quale tipo di collagene agisce nel nostro corpo? (figura sopra)

 

Stabili e flessibili. E quando i legamenti si strappano e le ossa si rompono, il collagene diventa anche un prezioso aiuto per le articolazioni. Fondamentale soprattutto per gli sportivi, in caso di sforzo eccessivo, ma anche per chi soffre di artrosi (usura articolare) o artrite reumatoide (malattia infiammatoria delle articolazioni). Effetto benefico dimostrato da altre due ricerche: nel primo studio si è visto che l’assunzione giornaliera di capsule di collagene hanno migliorato il funzionamento dell’articolazione del ginocchio e ridotto la rapida insorgenza di disagio e di dolore articolare durante l’esercizio fisico (Lugo, J. P. et al. 2013) e nel secondo, è stato esaminato l’effetto del collagene in caso di artrosi. Il risultato: l’assunzione di 40 milligrammi di collagene di tipo II ha migliorato nei pazienti con artrosi al ginocchio i sintomi dell'articolazione del ginocchio e i sintomi correlati (Lugo, J. P. et al. 2015). Infine, il contributo fornito alla costruzione muscolare: in uno studio, condotto su soggetti anziani con perdita muscolare, è stato riscontrato che l'assunzione di collagene idrolizzato in combinazione con l'allenamento di forza aiuta la costruzione muscolare (Zdzieblik, D. et al. 2015).


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La riduzione di collagene, in età avanzata, è associata alla comparsa delle rughe (figura sopra)

L'attacco dello zucchero


Contorni meno definiti e tonici. Una rigenerazione che decresce inesorabilmente per poi crollare dopo i 40. La produzione di collagene rallenta dell’1,5% ogni anni a cominciare dal ventesimo/venticinquesimo anno di vita e di conseguenza diminuisce anche il livello di collagene nel corpo. Oltre a un fattore strettamente genetico, questa produzione si riduce anche in conseguenza con il calo dei livelli di estrogeno, alla diminuzione del numero di fibroblasti nella pelle diminuisce, alla carenza di vitamina C (che inibisce la degradazione del collagene e grazie alla sua azione altamente ossidante evita il deterioramento delle fibre di collagene) oltre a influssi esterni come le radiazioni UV, il fumo, lo stress o un’alimentazione scorretta. SOS glicazione. Colpevole lo zucchero in eccesso può raggiungere la pelle attraverso il sangue sotto forma di glucosio e fruttosio. Si origina così una reazione (glicazione appunto), in cui le molecole di zucchero si attaccano alle fibre di collagene e le induriscono. Troppo zucchero, carboidrati o cibi ricchi di zuccheri, oltre a rallentare e inibire la sintesi del collagene, accelerano quindi l’invecchiamento e la comparsa di rughe sulla pelle. Obiettivo: mantenere compattezza e tonicità, prevenendo le rughe. A questa proteina, infatti, è affidato l’arduo compito di sostenere il viso, conferendo alla pelle resistenza ed elasticità. E allora stop all’invecchiamento cutaneo! Per una pelle soda, liscia e giovane? Stimolare la produzione di collagene con una dieta sana e migliorare quest'apporto con prodotti di bellezza adeguati. Diverse funzioni complesse e fondamentali. Gloria Mosconi, biologa mette in luce le peculiarità di questa notevole proteina in un'intervista esclusiva a Life 120:

Come avviene la biosintesi del collagene?

La biosintesi del collagene avviene sia all’interno che all’esterno della cellula ed è enzimaticamente coadiuvata. Nella fase iniziale l’m-RNA di circa 34 geni viene trascritto e successivamente tradotto a livello dei ribosomi a ridosso della parete del RER; nella catena nascente di procollagene alcuni residui di prolina e lisina vengono idrossilati da due specifici enzimi per formare idrossiprolina e idrossilisina con catene alfa di procollagene. Tre di queste catene si avvolgono a formare una tripla elica, stabilizzata dal legame idrogeno. Questa catena passa all’apparato del Golgi, dove i filamenti idrossilati subiscono una glicosazione, ovvero l’aggiunta di zuccheri sulla catena peptidica in corrispondenza dell’idrossilisina. A questo punto la molecola è escreta verso l’esterno dove subisce l’azione del procollagene peptidasi. Questo enzima è necessario per il processamento extracellulare del collagene che sarà in grado di rimuovere i residui Ne C terminali con formazione di tropocollagene tra le cui molecole si instaureranno legami covalenti e che tenderanno a disporsi in file parallele formando le fibrille.

Considerato un potente “anti-età”, secondo la scienza può essere utilizzato nel contrasto a rughe e segni d’espressione?

Purtroppo la sintesi di collagene diminuisce con l’invecchiamento aumentando infatti la sua degradazione e con essa la rugosità della cute, che diviene meno compatta e più sottile. È per questo che il collagene trova largo spazio anche nella cosmetica.

   COLLAGENE TIPO I  COLLAGENE TIPO II  COLLAGENE TIPO III
 Dove si   trova  Pelle, tendini, legamenti, ossa, dentina e   cartilagine   fibrosa  Dischi intervertebrali, tessuto cartilagineo   e   corpo vitreo dell'occhio  Pelle, tendini, ossa, cartilagine, vasi   sanguigni   e   muscoli scheletrici
 Funzioni  Elasticità e compattezza a pelle e legamenti,   stabilità   e flessibilità alle ossa  Garantire stabilità alle articolazioni, alla   cartilagine e al vitreo  Responsabile delle proprietà elastiche dei   tessuti   e degli organi interni
 Cibo  Carne di manzo, maiale e pesce  Carne di pollo  Carne di manzo
 Curiosità  Il tipo di collagene più comune  Costituisce l’80% del tessuto cartilagineo  Coesiste con il collagene tipo I

Oltre all’invecchiamento cutaneo è prezioso anche per l’organismo? In che modo esercita la sua azione benefica?

L’importanza di questa proteina svolge il suo ruolo non solo dal punto di vista estetico, come è noto, ma anche dal punto di vista strutturale dando sostegno al corpo. Infatti a lungo andare, man mano che l’età tende ad avanzare , anche la produzione di collagene tende a diminuire contribuendo così ad una perdita di tono muscolare, una lentezza dei movimenti, una fragilità di unghie e capelli, e la pelle si raggrinzisce. Stimolare la sua produzione , contribuisce alla guarigione e la riparazione di danni alle ossa e cartilagini e quindi al mantenimento del sostegno, della forza e dell’elasticità di queste. Migliora l’ampiezza di movimento in caso di osteoartrite , previene il deterioramento delle articolazioni, previene la demineralizzazione ossea, ed accelera anche la cicatrizzazione delle ferite.

Come opera nel processo di costruzione del muscolo?

La quantità delle proteine corporee viene associata alla massa magra o più precisamente massa muscolare scheletrica e ne fanno parte le proteine oltre all’acqua e sali minerali. Ora le proteine sono macromolecole composte da tanti mattoncini detti amminoacidi; nella sintesi proteica intervengono solo 20 amminoacidi diversi fra loro, mentre nell’organismo il numero di proteine è di centinaia di migliaia. Come è noto le funzioni delle proteine sono diversissime. Fra queste emerge la funzione strutturale in cui il tessuto connettivo del corpo (cioè quello che sostiene e fa da ponte tra i diversi organi e strutture corporee) è costituito principalmente dal collagene. Il collagene ha proprio il ruolo di collegare ed “incollare” gli elementi cellulari di organi e tessuti quindi anche del muscolo ed ha la capacità di rinnovarsi sempre.

Ci sono controindicazioni ed effetti collaterali?

È chiaro che la stimolazione fisiologica di produzione del collagene è un evento molto positivo che ci protegge dai fenomeni legati ai processi di invecchiamento. L’intento di tutti dovrebbe essere quello di stimolare il più possibile, attraverso la corretta alimentazione, questo fenomeno naturale. Il contributo di creme ed integratori può essere senza dubbio, un’azione di rinforzo, sinergica allo stile di vita, che deve essere sempre al primo posto. Gli integratori di collagene sono bene tollerati e possono considerarsi prodotti sicuri, purché utilizzati in maniera responsabile. Sono chiaramente controindicati a chi soffre di allergia a qualche componente del prodotto, ai bambini e alle donne in gravidanza. È comunque sempre opportuno consultare il medico. Per minimizzare i rischi è preferibile scegliere integratori di collagene idrolizzato e che provengano da un animale a cui non si è allergici.

È possibile ottimizzare l’approvvigionamento di collagene con l’alimentazione giusta e cosmetici mirati?

L’invecchiamento è la prima causa di diminuzione del collagene. Lo stile di vita, gioca un ruolo fondamentale per la riduzione di questa proteina all’interno del proprio corpo. Prima cosa da focalizzare è che una dieta che presenta una elevata quantità di alimenti zuccherati, porta alla GLICAZIONE, un processo attraverso cui zuccheri sia intra che extracellulare, si legano alle proteine generando la formazione di molecole alterate, chiamate Glicotossine o AGE, che legandosi a specifici recettori, chiamati RAGE, si accumulano in maniera importante, aumentando la produzione e la liberazione all’interno dei tessuti dei Radicali Liberi e di molecole pro-infiammatorie, con conseguente alterazione della funzionalità e distruzione degli stessi. Questo è un processo infatti, non a caso, particolarmente abbondante nei pazienti diabetici di tipo II. Il legame tra zuccheri e proteine è un fattore biologico che condiziona il processo di invecchiamento cellulare, quello dei tessuti ed in generale dell’organismo. Non può esistere longevità quindi, senza una riduzione o quantomeno un controllo di questo processo metabolico. Anche a livello cutaneo assistiamo alla conseguenza di questo accumulo di glicotossine con conseguente accumulo nelle pelle che si manifesta con un aumento dello spessore apparendo dura ed ispessita. Chiaramente questo processo di glicazione proteica crea alterazione, oltre che sulla pelle, anche in altri organi del nostro organismo. Alla luce di ciò l’orientamento è verso il consumo di particolari zone di alimenti proteici, come ad esempio nelle lische, nelle pinne, nelle squame presenti nelle sardine, acciughe e sgombri , nella pelle, nelle zampe e cotenna del maiale, nelle ossa sottoforma di brodo, , e nelle cartilagini degli animali (pesce, pollame, maiale, bovini), nella gelatina che si ottiene da ossa, tendini, cartilagini e pelle di diversi animali. A livello cosmetico, l’applicazione di collagene così come tale, non può considerarsi la scelta ottimale in quanto questa proteine presenta una struttura chimica troppo grande per essere assorbita. E’ proprio per questo motivo che nei cosmetici di alta qualità si preferisce utilizzare collagene in forma idrolizzata o piccoli peptidi per favorirne l’assorbimento e quindi la loro funzione. In conclusione la riduzione della produzione di collagene inizia già a partire dai 25 anni e può essere accelerata da fattori genetici, alimentazione non sana, soprattutto ricca di zuccheri, fumo, esposizione ai raggi solai, smog e condizioni ambientali e stress. Siamo noi i primi a poter fare qualcosa per la salvaguardia della nostra salute.

Qual è la correlazione tra collagene e vitamina C?

A dare un contributo alla sintesi del collagene, gioca un ruolo importante la Vitamina C. Infatti quest’ultima interviene nella conversione della Prolina in Idrossiprolina e della Lisina in Idrossilisina ad opera dei rispettivi enzimi che richiedono Ferro 2+. Ed è proprio la Vitamina C che permette di mantenere il ferro in questa forma ridotta e consentire quindi la sintesi di collagene.

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Per approfondimenti:

Il Corriere della Sera  "Dai peperoni rossi alle uova, ecco i cibi che aiutano a fare il pieno di collagene"

AGI "Pelle: contro l'invecchiamento, glicani stimolano collagene"

Ansa "Rughe, è tutta una questione d'acqua"

Io Donna "Il collagene è il trend beauty del momento. Come funziona e cosa bisogna sapere?"

Wikipedia "Collagene"

DiLei "Collagene: cos’è, a cosa serve, cosa mangiare e integratori"

JAAC "Trehalose-Induced Activation of Autophagy Improves Cardiac Remodeling After Myocardial Infarction"

Alimentazione Gazzetta "Dieta e beauty routine per una pelle luminosa e sana: alimenti, creme e trattamenti"

Il Secolo XIX "C’è uno zucchero che piace anche al cervello"

Alimentazione Gazzetta "Vitamine per la pelle, nella dieta e nelle creme: quali sono le più utili?"

Wikipedia "Pelle"

Starbene "Salute della pelle e alimentazione"

Gazzetta Act!ve "Zuccheri, ecco perché troppi fanno male. Quali sono i benefici di una dieta che ne è priva?"

LEGGI ANCHE: Un’impalcatura tra bellezza e salute: il sostegno fondamentale del collagene

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Un aiuto a prevenire allergie e malattie polmonari. Dal rafforzamento delle ossa alla prevenzione di malattie come il rachitismo e l'osteoporosi negli adulti, gli effetti benefici di questa vitamina vanno ben oltre. È la volta di una nuova indagine tedesca che enfatizza l’effetto positivo dell’ormone del sole per chi soffre di allergie. Secondo questo studio, la vitamina D potrebbe essere utilizzata in diversi modi, anche contro il raffreddore da fieno. Una vitamina che il nostro corpo è in grado di produrre grazie all’energia solare ci aiuta nella prevenzione di tante malattie autoimmuni e infettive. Tra le sue preziose funzioni, inoltre, quella di rinforzare il sistema immunitario e di ridurre le risposte infiammatorie. Tuttavia, le sue proprietà curative straordinarie non sono di certo una grande novità e ora, diverse pubblicazioni scientifiche mostrano anche un effetto positivo sulle reazioni allergiche. Senza trascurare poi che le varie allergie vanno sempre “a braccetto” e solitamente, come evidenziato da Deutsche Apotheker Zeitung, un’allergia è accompagnata quasi sempre da un’altra ad esempio come avviene con la febbre da fieno quando i sintomi si estendono fino alle basse vie respiratorie. E questa condizione, prima o dopo, porta inevitabilmente all’asma. Inoltre, questa sensibilità potrebbe poi favorire la neurodermite. Soprattutto in primavera poi, aumenta la cosiddetta rinite allergica, un’infiammazione della mucosa nasale, che sorge come reazione allergica da allergeni nell’aria. Questa è un’infiammazione della mucosa nasale, vale a dire una reazione allergica a un allergene nell’aria.

RINITE ALLERGICA, ecco come stare meglio cambiando stile di vita


Una scoperta scientifica che potrebbe dare sollievo nei casi di starnuti, lacrimazione degli occhi, problemi respiratori, tosse, prurito, eruzioni cutanee e persino disturbi gastrointestinali. Stop ai sintomi fastidiosi da imputare alla comune rinite allergica da pollinosi. Derivano tutti da un corto circuito del nostro sistema immunitario agli allergeni innocui. I dati registrati negli ultimi anni continuano ad aumentare. In Germania, come riportato dal Robert Koch Institute, oltre 3 milioni di persone soffrono di asma e più di 12 milioni di rinite allergica. Inoltre, dei dati Sulla salute degli adulti in Germania (DEGS1) mostra che l’asma è aumentata di circa il 51% negli ultimi anni. Inoltre, tra i più colpiti da questi fastidi anche il 50% dei bambini italiani. Ai quali gioverebbe sicuramente giocare qualche ora all’aperto, esposti alla lucere solare per contrastare l'ipovitamonosi D. Senza dimenticare poi che basse quantità di vitamina D sono correlate a patologie come l'obesità, il diabete, le malattie polmonari varie e altri problemi ossei. La conferma dei poteri benefici della vitamina D nella prevenzione dell'asma e delle infezioni respiratorie ricorrenti arriva anche dal Congresso nazionale Siaip (Società italiana di allergologia e immunologia pediatrica). 

 

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In età pediatrica la vitamina D serve per la crescita ed il benessere osseo, ma ha anche un effetto centrale nel modulare le funzioni del sistema immunitario - spiega Diego Peroni, ordinario di Pediatria Università di Pisa - Infatti, la vitamina D è in grado di interagire con diverse cellule del sistema immunitario, regolando la risposta agli agenti infettivi e modulando la risposta immunologica. Studi recenti hanno messo in luce che nei bambini asmatici la supplementazione con vitamina D riduce la frequenza degli episodi e favorisce un miglior controllo della patologia utilizzando naturalmente i farmaci di base antinfiammatori. Il deficit di vitamina D invece è spesso correlato ad un maggior numero di accessi ospedalieri per broncospasmo e a una maggiore necessità di terapia con corticosteroidi orali. Due importanti studi hanno ad esempio documentato che i neonati con bassi livelli di vitamina D nel sangue cordonale hanno maggiori rischi di sviluppare infezioni respiratorie e bronchiolite a tre mesi rispetto ai neonati senza deficit di vitamina D.

 

Un filo rosso con le reazioni allergiche

Al via con una nuova forma di trattamento per chi soffre di allergie. L’indagine tedesca ha esaminato un’eventuale relazione tra la carenza di vitamina D e la gravità delle allergie. I ricercatori hanno confrontato 49 partecipanti di età compresa tra 18 e 55 anni. Gli scienziati hanno anche lavorato con un gruppo di controllo. Tutti i partecipanti avevano diversi livelli di vitamina D nel loro organismo. Il risultato ottenuto dalla ricerca dimostra che con un quantitativo rilevante di vitamina D il rischio di raffreddore da fieno o allergie era nettamente inferiore. «E’ importante sapere che gli esseri umani acquisiscono solo il 10% della vitamina D con l’alimentazione e il 90% per sintesi dopo l’esposizione alla luce solare» spiega Michele Miraglia del Giudice, vicepresidente Siaip e professore associato di Pediatria all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Presente in elevate concentrazioni in diverse tipologie di pesce del Nord come salmone, aringa, sgombro e sardine. Il nutriente si trova anche in uova, funghi, burro e fegato suino. Tra tutti, però, è sicuramente l'olio di fegato di merluzzo l'alimento che contiene il maggiore quantitativo di questo prezioso nutriente. Gli esperti comunque sottolineano come la fonte primaria di vitamina D per l'uomo non sia il cibo ma il sole e per questo è importante farne la scorta necessaria, sicuramente cominciando dall'alimentazione, ma anche con la tradizionale esposizione ai raggi UV e il supporto dell'integrazione. In sintesi, il team di ricercatori ha dimostrato, dati alla mano, che il livello di vitamina D nel corpo è fortemente correlato alle reazioni allergiche.

 ALLERGIE e INTOLLERANZE ALIMENTARI: come influisce lo stile di vita


L’asma bronchiale è una condizione caratterizzata da difficoltà respiratoria e restringimento delle vie aeree che conducono ai polmoni (che comprendono il naso, i passaggi nasali, la bocca e la laringe). In presenza di asma allergica su soggetti che cioè soffrono di allergie, le vie respiratorie bloccate o infiammate che causano i sintomi di solito possono essere curate con l’aiuto di alcuni cambiamenti nello stile di vita e con il prezioso contributo di questa vitamina-ormone. Al contrario, invece, l’asma è un tipo di patologia polmonare ostruttiva cronica (BPCO) ed anche legata alle allergie, sia stagionali/ambientali, sia alimentari. Difatti, tra le varie cause anche le diete a basso contenuto di sostanze nutritive. Seguire quindi un'alimentazione sana, ricca di antiossidanti e nutrienti, preferibilmente con cibi costituiti da proprietà con la capacità di inibire una reazione infiammatoria. Rigorosamente banditi a tavola: zuccheri e carboidrati! Peculiarità di questa patologia, i sintomi che tendono a manifestarsi improvvisamente in risposta a stimoli che irritano il sistema immunitario e il passaggio di aria, stato conosciuto come attacco d’asma o dispnea. Dispnea o affanno, sintomo tipico di questa patologia è un fastidio caratterizzato da respiro sibilante oltre alla percezione di una costrizione toracica accompagnata da episodi di tosse. Più o meno frequenti e gravi, questi attacchi possono, nella peggiore delle ipotesi, portare a decesso per insufficienza respiratoria, ovvero mancanza di ossigeno.

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Per approfondimenti:

Immunity "Lipid-Droplet Formation Drives Pathogenic Group 2 Innate Lymphoid Cells in Airway Inflammation"

Universität Bonn "Researchers suggest a special diet against asthma"

Il Messaggero "Una dieta con pochi carboidrati potrebbe aiutare contro l'asma"

Ansa "Dieta con pochi carboidrati potrebbe aiutare contro l'asma"

Il Giornale "Asma, una dieta con pochi carboidrati potrebbe essere di aiuto"

Di Lei "Dieta con pochi carboidrati: dimagrisci e potresti proteggerti dall’asma"

Centro Meteo Italiano "Dieta chetogenica, può avere effetti benefici nelle persone che soffrono di asma"

Di Lei "Dieta chetogenica: a chi fa bene"

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Dieta senza carboidrati: un toccasana per asma e altre patologie

Allergie ai tempi del Covid: dalla primavera alla rinite stagionale e come riconoscerla

Asma, difficoltà respiratoria? La scienza conferma che dipende da quello che si mangia

West Virginia University: l'Asma dipende dall'alimentazione ricca di zuccheri

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“Mettete via quei carboidrati”. È questo il suggerimento del dietologo Sukkar sullo stile alimentare da seguire per combattere il Covid. Un regime alimentare a basso contenuto di carboidrati e alto contenuto di lipidi in pazienti affetti da coronavirus contribuisce non solo alla riduzione delle complicanze, ma anche della letalità di questa infezione. La sorprendente scoperta di questo studio porta la firma del dottor Samir Giuseppe Sukkar e del professor Matteo Bassetti, rispettivamente direttori della Dietetica e nutrizione clinica e della Clinica di malattie infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino. L’indagine, pubblicata sulla prestigiosa rivista statunitense Nutrition evidenzia una risposta immunitaria esagerata messa in atto dall’organismo per difendersi dal virus. Il ruolo cruciale in questo quadro critico è svolto dalla cosiddetta “tempesta citochinica” nelle persone contagiate dal Covid. Questo meccanismo avviene ad opera dei macrofagi M1, cellule che consumano glucosio che sono poi tra i principali responsabili del rilascio di citochine, ovvero molecole implicate nel processo di infiammazione. La ricerca dimostra l’efficacia di una dieta che, prevedendo una drastica riduzione dell’apporto di carboidrati, ma anche di zuccheri, porterebbe ad una minore disponibilità di nutriente per i macrofagi M1, con conseguente controllo e limitazione della produzione di citochine, in grado di scatenare, se prodotte in quantità eccessive, una vera e propria tempesta di citochine.

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Condotto tra febbraio e luglio dello scorso anno su 102 pazienti Covid ospedalizzati al Policlinico, lo studio ha messo a confronto 34 persone che avevano seguito una dieta normocalorica, normoproteica con altri 68 soggetti che, invece, avevano seguito, sempre nello stesso periodo, uno stile alimentare diverso. Con risultati estremamente rilevanti sulla sopravvivenza a 30 giorni e sulla necessità di trasferimento in terapia intensiva. Entrambi i parametri sono infatti risultati minori nei pazienti sottoposti a dieta chetogenica. Questo equilibrio, suggerito dal professor Sukkar, è motivato e legato ad alcuni nutrienti che si attivano e funzionano come una sorta di barriera contro l’infiammazione causata da questo virus, così come per altre malattie. Insomma, secondo l’esperto la parola d’ordine è: prevenzione! L’infiammazione legata al virus non può essere certo “curata” con una dieta miracolosa, ma «oltre ai farmaci può essere pilotata grazie all’alimentazione» sottolinea l’esperto. Il dietologo raccomanda, infatti, di puntare sugli alimenti che hanno un effetto protettivo in caso di malattie. Ovviamente sono banditi tutti gli altri! «Un suggerimento che mi sento di dare – spiega Sukkar – è quello di tenere sotto controllo i carboidrati, specialmente se avete febbre, gli zuccheri semplici possono scatenare una risposta infiammatoria maggiore quindi anche se ci fa piacere mettere in bocca qualcosa di dolce se qualcuno di noi si ammala deve rigorosamente eliminare queste sostanze che sono controproducente perché aiutano invece lo stress sedativo».


L'infiammazione pilotata con il cibo


Una ricerca che getta le basi a tante teorie, secondo quanto sostiene Samir Giuseppe Sukkar, ma che permette di considerare la nutrizione in base ai suoi effetti terapeutici nel contrasto alla pandemia da coronavirus.

In questo studio, per la prima volta, consideriamo la nutrizione in una valenza non più di supporto ma anche terapeutica potendo contribuire fortemente a bloccare la grave complicanza del Covid-19 ovvero la tempesta citochinica, capace di contribuire al miglioramento della prognosi di pazienti affetti da Covid-19. Inoltre, anche se all’esperienza recentemente pubblicata farà seguito uno studio randomizzato controllato multicentrico per ulteriori conferme, ritengo che, allo stato attuale, sia fortemente necessario prendere in considerazione questa dieta [...] -  basata sulla riduzione dell’attivazione delle cellule infiammatorie (macrofagi) - soprattutto in soggetti positivi in cura presso il proprio domicilio. In particolare, la dieta dovrebbe essere suggerita per i soggetti obesi, fortemente a rischio di complicanze da Covid-19. Ricordo – conclude – che la dieta non può e non deve essere un ‘fai da te’ e particolare attenzione deve essere posta nei soggetti diabetici, nefropatici e donne in gravidanza in quanto, pur trattandosi di una dieta normocalorica, la ridotta presenza di zuccheri potrebbe essere pericolosa per soggetti in terapia insulinica, ipoglicemizzante o nefropatici. Sempre chiedere al proprio medico se ci possono essere controindicazioni al suo utilizzo.

Cellule linfoidi innate

Nello specifico, l'iperattivazione dei macrofagi M1 con un fenotipo proinfiammatorio, che è legato alla glicolisi aerobica, porta al reclutamento di monociti, neutrofili e piastrine dal sangue circolante e svolge un ruolo cruciale nella tromboinfiammazione (come recentemente dimostrato nel Covid-19) attraverso la formazione di trappole extracellulari di neutrofili e aggregati piastrinici monociti, che potrebbero essere responsabili della CID (coagulazione intravascolare disseminata). La modulazione della disponibilità di glucosio per i macrofagi M1 […] potrebbe rappresentare un possibile strumento metabolico per ridurre la produzione di adenosina trifosfato dalla glicolisi aerobica nel fenotipo del macrofago M1 durante la fase essudativa. Questo approccio potrebbe ridurre la sovrapproduzione di citochine e, di conseguenza, l'accumulo di neutrofili, monociti e piastrine dal sangue.

Punti salienti

  • L'iperattivazione dei macrofagi nel Covid-19 è collegata alla sindrome da tempesta di citochine
  • Il fenotipo M1 dei macrofagi nella fase essudativa dipende metabolicamente dalla glicosi aerobica (effetto Wurburg-like)
  • Il reclutamento M1 di neutrofili e piastrine gioca un ruolo trombo-infiammatorio cruciale
  • La dieta con pochi carboidrati e più grassi potrebbe immunomodulare i macrofagi M1 limitando la sindrome da tempesta di citochine
  • Questo regime alimentare potrebbe garantire un approvviggionamento ottimale di carburante per i macrofagi del fenotipo M2
  • Limitando la produzione di lattato, potrebbe stimolare la sintesi dell'interferone di tipo I
  • La replicazione virale potrebbe essere inibita dall'azione antiglicolitica di questa specifica dieta

 

In particolare, la dieta dovrebbe essere consigliata soprattutto a soggetti obesi o in sovrappeso, e quindi, fortemente a rischio di complicanze da SARS-CoV2. «La collaborazione con i colleghi dell’unità operativa nutrizione clinica e l’attenzione alla dieta dei pazienti Covid positi denota l’importanza della multidisciplinarietà nella gestione e cura dei pazienti affetti da questa infezione. La multidisciplinarietà è stata tra i capisaldi oltre ai punti di forza del lavoro medico, clinico e scientifico svolto sul Covid al Policlinico San Martino», aggiunge Matteo Bassetti.

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Per approfondimenti:

Nutrition "Induction of ketosis as a potential therapeutic option to limit hyperglycemia and prevent cytokine storm in COVID-19"

Quotidiano di Ragusa "Cosa mangiare contro il Covid: dieta con pochi carboidrati e molti grassi"

Immunity "Lipid-Droplet Formation Drives Pathogenic Group 2 Innate Lymphoid Cells in Airway Inflammation"

Quotidiano di Ragusa "Dieta chetogenira normocalorica contro iperinfiammazione Covid"

Genova24 "La dieta chetogenica efficace contro il Covid: lo studio del Policlinico San Martino"

Liguria Notizie "Bassetti e Sukkar: ridurre carboidrati, dieta chetogenica efficace contro il Covid"

Di Lei "Dieta chetogenica: a chi fa bene"

Journal of Translational Medicine "The dark side of the spoon - glucose, ketones and COVID-19: a possible role for ketogenic diet?"

AGI "La dieta chetogenica può ridurre i rischi di complicanze nel Covid-19"

Gazzetta Active "La dieta chetogenica è un’arma contro il Covid? Uno studio sostiene che può ridurre la mortalità"

San Raffaele "Obesità-COVID-19: la dieta chetogenica aiuta a ridurre i rischi da Sars-Covid2"

The Lancet "Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality"

LEGGI ANCHE: Carboidrati, un’arma letale ai tempi del Covid: rischio obesità e infiammazione

Infiammazione? Lo stile alimentare che aiuta la prevenzione di tante patologie

Gli interferoni, l’arma del sistema immunitario contro le infezioni virali

'Obiettivo salute': contro le patologie una dieta a basso indice glicemico

Meno carboidrati e più grassi: un regime alimentare ricco di benefici

 

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Contro il Covid? Mangiamo meno carboidrati! Un’alimentazione non solo efficace per una rapida riduzione della massa grassa e delle complicanze metaboliche dell'obesità, oltre a fornire un apporto nutrizionale adeguato potrebbe ridurre addirittura i rischi delle complicanze da Covid-19. È quanto mostra un recente studio del San Raffaele sul regime alimentare che riduce in modo drastico i carboidrati aumentando, per contro, le proteine e soprattutto i grassi. Lo scopo principale di questo stile alimentare è costringere l’organismo a utilizzare i grassi come fonte di energia primaria. Al contrario di quanto avviene in presenza di carboidrati, infatti, tutte le cellule ne utilizzano l’energia per svolgere le loro attività. Ma se questi vengono ridotti al minimo o eliminati completamente, cominciano a utilizzare i grassi. Si avvia quindi un processo chiamato chetosi, perché porta alla formazione di molecole chiamate corpi chetonici, questa volta utilizzabili dal cervello. In genere la chetosi si raggiunge dopo un paio di giorni con una quantità giornaliera di carboidrati di circa 20-50 grammi, ma queste quantità possono variare su base individuale. Oggi il successo di una dieta così strutturata, è legato soprattutto alla sua efficacia nel ridurre il peso, ma non si tratta di un regime alimentare semplice da seguire. Difatti, basta sgarrare anche di poco con i carboidrati per bloccare il processo di chetosi e, di conseguenza, indurre l’organismo a utilizzare nuovamente la sua fonte energetica preferita: gli zuccheri.  

La continua lotta al coronavirus sta ponendo una seria sfida ai sistemi sanitari di tutto il mondo, con un enorme impatto sulle condizioni di salute e sulla perdita di vite umane. In particolare, l'obesità e le relative comorbidità sono strettamente correlate ai peggiori esiti clinici del Covid. Nonostante l'attuale tasso di mortalità sia del 7,6%, l'emergere di un gran numero di pazienti contagiati in un breve periodo di tempo ha determinato rilevanti difficoltà. Tra i fattori di maggior rischio SARS-CoV-2, numerosi studi, nel corso di questi mesi, hanno identificato una specifica associazione di mortalità con età avanzata e presenza di comorbidità. Alcune di queste patologie sono legate al comportamento dello stile di vita, quindi dovrebbe essere raccomandato di intervenire su questi fattori di rischio per migliorare i risultati in caso di contagio e ridurre l'impatto sulla salute di possibili nuovi focolai futuri. Da qui, la notevole importanza di queste diete per una rapida riduzione di diversi fattori di rischio critici tra cui l'obesità, il diabete di tipo 2 e l'ipertensione, sulla base dei noti effetti dei corpi chetonici su infiammazione, immunità, profilo metabolico, malattia renale cronica e funzione cardiovascolare. Il suggerimento nutrizionale che fornisce questa indagine è quello di ridurre il consumo di cibo spazzatura e preferire alimenti con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, meglio se con il potenziale di influenzare positivamente il sistema immunitario. Quindi, diciamo “addio” alle abitudini alimentari malsane, ricche di carboidrati.

Il lato oscuro dei carboidrati

Ecco il perché della decisione di limitare l’apporto di glucosio nella dieta dei pazienti: «Abbiamo potuto osservare che questo tipo di dieta non è solo accessoria, ma assume una valenza antinfiammatoria quasi simile a quella dei farmaci anti-citochine», spiega a Gazzetta Active il dottor Samir Giuseppe Sukkar, primario di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova.


Nel mese di marzo mi sono concentrato su un eventuale supporto nutrizionale dal punto di vista immunomodulatore. In particolare ho considerato una possibile ipotesi di trattamento e mi sono accorto che all’epoca stavano emergendo dati sul fatto che la sindrome da Covid che portava alla morte e al ricovero era la tempesta o sindrome citochinica. Questa evidenza era emersa in uno studio pubblicato su Lancet alla fine di febbraio. Ho così voluto vedere che cosa scateni la tempesta citochinica. A provocarla è l’iperattivazione dei macrofagi M1, cellule infiammatorie che si trovano nell’alveolo polmonare allo stato di quiescenza e che si attivano nel momento in cui arriva un virus. Questo stato di attivazione porta ad una cascata di citochine. La cosa interessante è che andando a verificare dal punto di vista metabolico perché accade questo si nota l’effetto Warburg, una caratteristica di determinate cellule il cui metabolismo è quasi esclusivamente glicolitico: utilizzano esclusivamente lo zucchero. Sì. La tempesta citochinica porta all’attivazione di macrofagi M1 il cui metabolismo è esclusivamente glicolitico: utilizzano solo il glucosio per produrre energia. Quindi se si riduce il glucosio come fonte energetica primaria del paziente riduciamo anche il nutrimento per gli M1. Di conseguenza una dieta chetogenica, apportando una quantità di glucosio inferiore a 30 grammi al giorno, porta ad una minore disponibilità di nutrienti per i macrofagi M1, li affama. In questo modo si ferma l’iperattivazione dei macrofagi. Non solo. Fornire una quantità elevata di grassi rispetto agli zuccheri facilita anche il processo di guarigione. Questo perché i macrofagi M2, macrofagi spazzini, sono cellule voraci di grassi, che utilizzano come fonte energetica. Quindi con la chetogenica da un lato affamiamo i macrofagi M1 e dall’altro favoriamo l’azione positiva degli M2. Se poi la dieta chetogenica è ricca anche di acidi grassi omega 3 è ancora meglio perché questi riducono l’infiammazione, spegnendo il processo infiammatorio. Di fatto questa dieta è fortemente coadiuvante della guarigione del Covid-19 e ha avuto un effetto su 38 pazienti comparati a 76 pazienti che non avevano seguito questo regime alimentare. Abbiamo avuto una riduzione significativa della mortalità per Covid e del numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva. Tutto questo ha un grande rilievo dal punto di vista terapeutico perché la dieta così non è più solo accessoria, ma assume una valenza antinfiammatoria quasi simile a quella dei farmaci anti-citochine. Quindi non è solo una terapia di supporto come l’assunzione di vitamina D o vitamina C.

I CARBOIDRATI FANNO BENE O MALE?

L'obesità rappresenta uno dei fattori prognostici riconosciuti per la necessità di terapia intensiva e ad alto rischio di morte durante l'infezione da SARS-CoV-2. Nello specifico, lo stato di obesità limita la ventilazione interrompendo l'escursione del diaframma, altera le risposte immunitarie all'infezione virale, determina un'infiammazione cronica di basso grado e peggiora la tolleranza al glucosio e lo stress ossidativo con effetti negativi sulla funzione cardiovascolare. È importante, quindi, sottolineare che i pazienti obesi sperimentano una sindrome Covid-19 più grave, poiché l'obesità è caratterizzata da un equilibrio emostatico alterato con aumento della coagulazione e fibrinolisi difettosa che si traduce in uno stato pro-trombotico. Inoltre, la coesistenza di obesità e steatosi epatica metabolica (MAFLD) determina un aumento del rischio di circa 6 volte di un quadro clinico negativo. In particolare, un recente rapporto ha mostrato che il tessuto adiposo esprime livelli molto elevati di trascrizioni per ACE2, un enzima attaccato alla superficie esterna dei pneumociti, che viene utilizzato dai coronavirus per entrare e infettare le cellule, sollevando la questione se il tessuto adiposo possa rappresentare un serbatoio di SARS-CoV-2 e un sito strategico per amplificare la cascata di citochine innescata dall'infezione virale. I pericoli di questa correlazione vengono messi in evidenza dal professor Massimiliano Caprio, responsabile dell’Unità Endocrinologia cardiovascolare dell’IRRCS San Raffaelec di Roma, coautore di un articolo pubblicato dalla rivista Journal of Translational Medicine:

L'obesità e le sue comorbidità sono strettamente legate alla prognosi più grave del Covid-19, e un aspetto poco considerato nell’affrontare l’emergenza è che una corretta consulenza nutrizionale costituisce una priorità per affrontare la pandemia di Covid-19, al fine di ridurre il rischio di infezione e le relative complicanze. Possono avere un ruolo importante nella modulazione dell'immunità innata e di quella adattativa, determinando effetti benefici sull'infiammazione cronica di basso grado, potendo prevenire il rischio di tempesta citochinica del Covid-19. Inoltre – prosegue il prof. Caprio - le diete […] potrebbero essere protettive durante l'infezione da Sars-COV2 grazie agli effetti antinfiammatori e immunomodulanti dei corpi chetonici.

Ecco come la PASTA potrebbe influenzare la nostra salute

È ben noto che il rilascio aberrante di citochine e chemochine pro-infiammatorie, indotto dall'infezione da SARS-CoV-2, è centrale per gli esiti fatali della sindrome Covid-19. Una grave progressione del Covid è determinata da una risposta tardiva all'interferone gamma con uno stato infiammatorio prolungato e una conta delle cellule Treg, NK e CD4 + e CD8 + più bassa. È ampiamente documentato, inoltre, che l'iperglicemia può peggiorare la risposta infiammatoria. Livelli elevati di glucosio amplificano la produzione di citochine nei monociti attraverso un aumento dei ROS mitocondriali. È quindi probabile che le popolazioni di cellule immunitarie disregolate rappresenti un importante fattore di rischio e determini il peggioramento della risposta infiammatoria durante l'infezione da SARS-CoV2. Quella avvallata nella ricerca è una terapia adiuvante per affrontare l'infezione mediante un cambiamento nello stato metabolico dell'ospite da un glicolitico dipendente dai carboidrati a un dipendente dai grassi stato chetogenico, mirato ad alterare la replicazione virale. Tale spostamento metabolico provoca una maggiore resistenza allo stress mitocondriale, un miglioramento delle difese antiossidanti, un aumento dell'autofagia e della riparazione del DNA e una diminuzione della secrezione di insulina. Insomma, un approccio funzionale che rimanda a uno stile di vita salutare e importante per tenere alla larga una lunga serie di malattie, tra queste anche il Covid poiché valida nel migliorare la risposta immunologica dell’infezione da SARS-CoV2.

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Per approfondimenti:

Journal of Translational Medicine "The dark side of the spoon - glucose, ketones and COVID-19: a possible role for ketogenic diet?"

AGI "La dieta chetogenica può ridurre i rischi di complicanze nel Covid-19"

Gazzetta Active "La dieta chetogenica è un’arma contro il Covid? Uno studio sostiene che può ridurre la mortalità"

San Raffaele "Obesità-COVID-19: la dieta chetogenica aiuta a ridurre i rischi da Sars-Covid2"

The Lancet "Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality [...]"

Medical Xpress "Ketogenic diets alter gut microbiome in humans, mice"

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Al via con un disaccaride dalle notevoli virtù. In primis, un idratante naturale, ma i tanti benefici del trealosio sulla pelle non finiscono qui. Infatti, questa sostanza crea una sottile pellicola in grado di preservare le molecole, costruendo così una sorta di rivestimento intorno a esse e proteggendole, di conseguenza, dagli agenti esterni. Un processo che lascia inalterate tutte le caratteristiche funzionali delle molecole. Un film sulla pelle che agisce nel contrasto ai radicali liberi e ai processi degenerativi cellulari, rallentando i processi di invecchiamento, cattura l'idratazione avvolgendo le molecole d’acqua e la mantiene costante, oltre a proteggere la pelle dai più comuni agenti inquinanti. Secondo quanto emerso nello studio dal Laboratorio di Fisiopatologia Vascolare dell’IRCSS Neuromed di Pozzilli (IS), in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e con l’americana Rutgers New Jersey Medical School dell’IRCSS Neuromed di Pozzilli (IS), in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e con l’americana Rutgers New Jersey Medical School il trealosio esercita la propria azione protettiva sulle cellule attivando il meccanismo dell’autofagia. Letteralmente “divorare sé stessi”, l’autofagia è uno dei più importanti sistemi attraverso i quali le cellule si rinnovano ed eliminano componenti non più funzionanti: in sostanza, una sorta di impianto di riciclaggio.

La capacità di attivare l’autofagia – commenta in un'intervista al Corriere Nazionale Sebastiano Sciarretta, ricercatore dell’I.R.C.C.S. Neuromed e Professore Associato presso l’Università Sapienza di Roma, primo firmatario della pubblicazione – sta ponendo il trealosio sotto i riflettori in molti campi della medicina, comprese alcune patologie neurologiche nelle quali proprio i meccanismi di ‘ripulitura’ delle cellule risultano difettosi.

Dalle proprietà conservative a quelle antiossidanti, protegge efficacemente le molecole degli organismi viventi contro stress e invecchiamento e dagli agenti esterni. Conosciuto anche come “zucchero della resurrezione”, il trealosio è un principio attivo superidratante che avvolge le molecole d’acqua e garantisce un’idratazione no stop. Crea un film che agisce anche da protezione contro i radicali liberi e contrasta i processi degenerativi cellulari. Protegge la pelle da agenti inquinanti e rallenta i processi di invecchiamento. Ricerche dimostrano che il trealosio protegge efficacemente la struttura della membrana cellulare epidermica, attiva le cellule e mantiene la pelle sana. Una sostanza usata anche come additivo per alcuni prodotti alimentari. Il trealosio è un dissaccaride presente in molti organismi viventi come funghi e lieviti. Utilizzato per la sua capacità protettiva delle strutture macromolecolari della cute e per il suo potere stabilizzante delle membrane, gioca un ruolo chiave nella preservazione dell’integrità strutturale e funzionale di componenti cellulari. Infatti, in virtù della sua struttura, è in grado di intrappolare, formando un film sottile, proteine, acidi nucleici e membrane biologiche, proteggendole da situazioni avverse come disidratazione, freddo e radiazioni ionizzanti. Nel caso di secchezza cutanea è in grado di assorbire umidità, garantendo una prolungata idratazione. É anche oggetto di studio dalla comunità internazionale per possibili impieghi nel trattamento delle malattie neurodegenerative. Recenti studi poi hanno accertato che il trealosio conferisce alle cellule umane, opportunamente trattate, la capacità di rimanere in vita, anche in assenza di acqua.

Negli ultimi anni – continua il ricercatore – il trealosio si sta rivelando molto più interessante del previsto perché è risultato capace di proteggere le cellule da varie situazioni di stress. Una protezione che, nei nostri esperimenti, riesce in particolare a ridurre i danni di un infarto, limitando il fenomeno del rimodellamento cardiaco. Ricordiamo che l’insufficienza cardiaca colpisce quindici milioni di persone solo in Europa. Una vera minaccia per la salute dei cittadini e, non bisogna dimenticarlo, per i bilanci dei Sistemi sanitari nazionali.

Uno zucchero per la pelle

Un valido aiuto per il benessere della pelle. Le sue preziose peculiarità lo rendono una sostanza naturale utilizzata nei prodotti di cosmesi nel contrasto ai segni dell'invecchiamento cutaneo. Rughe, tono della pelle, incarnato spento e disomogeneo, grana irregolare e perdita di tono ed elasticità? Ci pensa il trealosio! Innescando un processo di riparazione globale profonda, un supporto quotidiano per una pelle più sana, giovane e bella.

Una spiegazione sui notevoli benefici di questa sostanza la fornisce in un'intervista a Life 120 la dottoressa Gloria Mosconi:

Cos’è e a cosa serve questa sostanza?

Il trealosio è uno zucchero (disaccaride , composto da due molecole di glucosio). E’ ampiamente diffuso in natura e in molti alimenti (nelle alghe, in alcuni semi, prodotti da forno etc…).

In che modo garantisce un’idratazione no-stop?

Garantisce senza dubbi, una idratazione no stop perché il trealosio ha la peculiarità di essere fortemente igroscopico attirando a sé molecole di acqua, e favorendo così una eccellente idratazione.

Agisce anche da protezione contro stress ossidativo e agenti esterni?

In questo modo gioca un ruolo chiave nel preservare la struttura e le funzione della cellula proteggendola dalla disidratazione, dall’azione dannosa dei radicali, e dai processi degenerativi cellulari anche in condizioni di stress ambientale estremo, come ad esempio il freddo prevenendo cosi i principali fattori di invecchiamento.

È efficace anche contro l’invecchiamento?

La sua struttura mima la composizione del fattore naturale di idratazione (NMF), incrementando il turgore cutaneo e il recupero della pelle secca, e contrastando cosi il processo di invecchiamento.

Protegge la struttura della membrana cellulare epidermica dagli agenti inquinanti?

Alla luce di ciò che abbiamo detto, il trealosio è in grado di proteggere la cellula e quindi anche la sua membrana, di mantenere la vitalità cellulare, e la sua attività biologica. Quando una cellula funziona bene, essa sarà in grado di proteggersi anche dagli agenti inquinanti.

Argento colloidale e trealosio, quali sono i benefici di un’azione combinata di queste due sostanze?

L’applicazione dell’argento colloidale e del trealosio nella cosmetica, si basa quindi sulla capacità dermopurificante, antisettica e detossinante dell’argento colloidale, e dall’altra il trealosio con la sua azione idratante e lenitiva, favorendo il recupero di pelli secche e arrossate, e ricostituente con l’aumento del turgore. L’azione sinergica di queste due sostanze di eccellenza rende i nostri prodotti di gran lunga efficaci ed esclusivi.

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Per approfondimenti:

JAAC "Trehalose-Induced Activation of Autophagy Improves Cardiac Remodeling After Myocardial Infarction"

Il Secolo XIX "C’è uno zucchero che piace anche al cervello"

Il Giornale "Trealosio: lo zucchero che protegge il nostro cuore"

Gazzetta Act!ve "Zuccheri, ecco perché troppi fanno male. Quali sono i benefici di una dieta che ne è priva?"

Fondazione AIRC "Lo zucchero favorisce la crescita dei tumori?"

LEGGI ANCHE: Tutta l’amara verità sullo zucchero: dai rischi per la salute alla dipendenza

Il lato amaro del cibo: gli effetti nocivi di una dieta ricca di zuccheri

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Parola d'ordine: low (no) carb. I grassi non fanno male! Una premessa doverosa dopo decenni in cui hanno cercato di convincerci della nocività di questi alimenti. Nel frattempo, negli anni ‘50, cibi ricchi di zuccheri erano alla ribalta degli scaffali di ogni supermercato portando, di conseguenza, all’epidemia dell’obesità. Un’alimentazione senza carboidrati è una dieta che limita i carboidrati, presenti soprattutto in alimenti zuccherati, pasta, pane, riso, patate, legumi e pizza. Numerose evidenze scientifiche dimostrano che le diete a basso contenuto di carboidrati possono contribuire alla perdita di peso oltre a migliorare i marcatori di salute. Uno stile alimentare che, per certi versi, richiama, da lontano, la dieta chetogenica o LCHF (low carb high fat), seppur con importanti differenze. Gli studi dimostrano che, oltre agli altri benefici, una dieta a basso contenuto di carboidrati può facilitare la perdita di peso e il controllo della glicemia. Altri studi dimostrano che non c’è motivo di eliminare i grassi naturali dalla nostra alimentazione. Anzi, in uno stile alimentare privo di carboidrati (o quasi) i grassi diventano i nostri alleati. Per avvalersi questo sostegno basta ridurre al minimo l’assunzione di zuccheri e amidi e assicurarsi il giusto apporto di proteine. Con l’eliminazione (o la drastica riduzione) di queste sostanze dannose, i livelli di zucchero nel sangue tendono a stabilizzarsi e, di conseguenza, si abbassano anche i livelli degli ormoni che immagazzinano l’insulina. Questo processo facilita l’aumento della combustione dei grassi e contribuisce al senso di sazietà, riducendo così naturalmente l’assunzione di cibo e facilitando anche la perdita di peso. Inoltre, una dieta a basso contenuto di carboidrati può portare a bruciare più calorie di altre diete.

Come già detto poi, le diete senza carboidrati contribuiscono alla riduzione o alla normalizzazione dei livelli di zucchero nel sangue, e così facendo, contrastano anche il diabete di tipo 2. Quindi, ridurre o rinunciare ai carboidrati insulinici, potrebbe aiutare il controllare non solo la glicemia, ma risultare particolarmente utile per le persone con diabete. Inoltre, uno studio recente condotto per 6 mesi su 49 adulti obesi con diabete di tipo 2 ha rilevato che chi ha seguito una dieta low carb ha avuto riduzioni significativamente maggiori di emoglobina glicata, rispetto al gruppo di controllo. Infatti, come osserva l’American Diabetes Association, la riduzione dei carboidrati, a qualsiasi livello, è probabilmente un efficace strumento per il controllo dello zucchero nel sangue. In pratica, ridurre l’assunzione di carboidrati può prevenire picchi di zucchero nel sangue e quindi aiutare a prevenire le complicazioni del diabete. Tuttavia, i benefici di questo stile alimentare non finiscono qui. Infatti, diminuire l’assunzione di carboidrati può migliorare la salute del cuore. In particolare, le diete senza carboidrati hanno dimostrato di diminuire i livelli di trigliceridi nel sangue, causa principale di rischio malattie cardiache. Secondo quanto dimostra un’indagine condotta su 29 uomini in sovrappeso, la riduzione dell’assunzione di carboidrati al 10% del totale delle calorie giornaliere per 12 settimane, ha diminuito i livelli di trigliceridi del 39% rispetto ai livelli iniziali. Altri studi suggeriscono che le diete a basso contenuto di carboidrati possono anche aumentare i livelli di colesterolo HDL (il cosiddetto colesterolo buono), valido supporto nella protezione contro le malattie cardiache. Dulcis in fundo, un basso livello di carboidrati si dimostra un prezioso alleato del nostro intestino. Contribuisce, infatti, a risolvere i problemi dell’intestino irritabile, spesso alleviandone i sintomi come gonfiore, crampi, dolore addominale, gas, diarrea o stipsi. Funzionale poi anche in caso di cattiva digestione, reflusso gastrico e altri fastidi digestivi. Tra i notevoli vantaggi e benefici per il benessere dell’organismo:

    • Controlla la glicemia, normalizza i livelli di zucchero nel sangue e contrasta il diabete di tipo 2
    • Aumento delle attività del processo metabolico e conseguente potenziamento delle capacità ossidative che permettono una maggiore funzione del metabolismo
    • Aiuta a ringiovanire le strutture cellulari
    • Facilita la perdita di peso in maniera rapida, ma altrettanto efficace
    • Contribuisce all’aumento del colesterolo buono (HDL)
    • Favorisce digestione e reflusso
    • Alleato dell’intestino, allevia gonfiore, crampi e dolori addominali
    • Amico del cuore, riduce i trigliceridi e il rischio di malattie cardiache

La via della salute


Grassi o Zuccheri? “Ai più importanti bivi della vita non c’è segnaletica” sosteneva Ernest Hemingway, ma con le informazioni giuste è possibile non prendere la strada sbagliata. Dalla via dei grassi a quella dei zuccheri, una spiegazione esaustiva viene fornita da Adriano Panzironi nel libro Vivere 120 anni: le verità che nessuno vuole raccontarti:

«Per comprendere l’importanza dei grassi per l’organismo è fondamentale capire l’uso che ne fa il nostro corpo. Per molti di noi il grasso è visto come un substrato energetico (utilizzato per creare energia) e niente più, invece le sue funzioni sono essenziali anche per altri motivi. Distinguiamo intanto i tre differenti tipi di grassi che il nostro corpo assimila con l’alimentazione o produce in base alle proprie esigenze: trigliceridi, fosfolipidi e colesterolo - si legge nel capito “La via dei grassi” -. Quando i carboidrati sono ingeriti, non importa che siano di natura semplice o complessa, essi saranno comunque trasformati in glucosio per poi venire assimilati dai villi intestinali e da qui, riversati nel flusso sanguigno. Il nostro sistema arterioso si occupa di trasportare il glucosio alle cellule che ne hanno bisogno. Difatti come abbiamo già detto, l’unico utilizzo del glucosio da parte del nostro corpo è di tipo energetico, ovvero esso è utilizzato dalle cellule per produrre gli Atp (con la glicolisi ed in seguito con i mitocondri). Le uniche cellule che usano esclusivamente il glucosio come carburante (le altre usano soprattutto i grassi) sono le cellule nervose del cervello (i neuroni), le cellule muscolari della fibra bianca (fibrocellule) ed i globuli rossi (che non possiedono mitocondri). Cosa succede quando il glucosio è presente in quantità eccessive nel sangue? Il nostro corpo, tramite il pancreas, produce uno speciale ormone per eliminare il glucosio in eccesso, evitando il raggiungimento del coma diabetico: l’insulina. Ma esistono alcuni carrier proteici (proteine di trasporto) che si occupano di trasportare il glucosio nelle cellule, sono i glut» conclude l’autore nel capitolo “La via degli zuccheri”.

I CARBOIDRATI FANNO BENE O MALE?

Tanti vantaggi e zero controindicazioni

Ormai sono diversi gli studi che cominciano a suggerire che se mangiato senza carboidrati, il grasso, non contribuisce all’aumento di peso. Al contrario di quanto riscontrato invece per lo zucchero dove dozzine di indagini dimostrano che se consumato da solo induce, ugualmente e in modo significativo, a un’inevitabile sovrappeso. Sullo stesso filone la tesi presentata nel libro di Aaron Carroll, professore di pediatria alla Indiana University School of Medicine, “The Bad Food Bible: How and Why to Eat Sinfully” (La bibbia del cibo malvagio: come e perché mangiare peccaminosamente). «C’è una cosa che sappiamo a proposito dei grassi - si legge nel libro di Carroll - Il consumo di grassi non provoca aumento di peso. Al contrario, potrebbe piuttosto aiutare a perdere qualche chilo». Insomma, un chiaro appello per riportare a tavola tutti quegli alimenti banditi dalla dieta nel corso degli anni Novanta. Dal burroso avocado, all’appetitoso salmone passando per le saporite noccioline. Le motivazioni per includere nuovamente nella nostra dieta questi alimenti vengono fornite e confermate da recenti ricerche che dimostrano come le persone che hanno ridotto i grassi non solo non perdono peso, ma non riducono nemmeno il rischio di malattie. Per contro, le persone che consumano più grassi, ma diminuiscono drasticamente o eliminano completamente carboidrati e zuccheri, registrano una riduzione sia del peso corporeo sia del pericolo di patologie.

Ecco come la PASTA potrebbe influenzare la nostra salute

Secondo una review di diverse ricerche pubblicata sulla rivista The Lancet, gli scienziati hanno messo a confronto oltre 150.000 persone in 18 stati, con diversi tipi di alimentazione per indagare le associazioni del consumo di queste sostanze in relazione al rischio di insorgenza di diverse patologie. Le persone che seguivano diete a basso tenore di grassi avevano più probabilità di morire per cause diverse. Senza tralasciare poi il rischio di morire per malattie cardiovascolari, infarto, ictus e insufficienza cardiaca. Per contro, le persone con diete a basso tenore di carboidrati avevano un rischio significativamente minore di incorrere in queste conseguenze. Insomma, una maggiore assunzione di carboidrati è stata associata a un aumento del rischio di mortalità. A seguito degli importanti risultati ottenuti da queste indagini «andrebbero riconsiderate le linee guida dietetiche globali» hanno concluso gli autori dello studio. Ma cosa succede quando nella nostra dieta includiamo solo cibi a basso tenore di grassi? Molti alimenti pronti al consumo nella categoria del “low-fat” sono ricchi di zuccheri e carboidrati. Per avere una conferma di questo basterebbe prendere ad esempio i cereali comuni, quelli in barrette o lo yogurt e dare un’occhiata alla tabella nutrizionale. Compariranno tutti valori ad alto tasso di zuccheri e carboidrati, nonostante siano alimenti a basso contenuto di grassi. Quindi, mentre questi prodotti a basso contenuto di grassi sono venduti come cibi per “perdere peso”, la realtà è molto diversa da quella narrata negli spot pubblicitari. Questi prodotti difatti incidono negativamente più di altri sull’aumentare di peso. Quindi, tirando le somme, nel carrello della spesa è preferibile un prodotto ricco di grassi, ma povero in carboidrati.

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Per approfondimenti:

The Lancet "Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality [...]"

Medical Xpress "Ketogenic diets alter gut microbiome in humans, mice"

Il Messaggero "Dieta chetogenica, può avere effetti benefici nelle persone che soffrono di asma"

The Italian Times "Dieta chetogenica: cos'è, come funziona ..."

Di Lei "Mal di testa. La dieta chetogenica può venire in aiuto"

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Il lato amaro del cibo: gli effetti nocivi di una dieta ricca di zuccheri

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Meno chili e più salute. Stop a diabete, obesità, morbo di Parkinson, patologie cardiovascolari e tumori. Al via con l’alimentazione povera di carboidrati e ricca di grassi per uno stile alimentare preventivo delle patologie figlie del benessere. Secondo uno studio condotto dall'Università della California San Francisco (UCSF) (UCSF) la dieta con una minima presenza di carboidrati, avrebbe un impatto decisivo sui microbi che risiedono nell'intestino umano, collettivamente indicati come il microbioma. Indagini più recenti hanno dimostrato che i cosiddetti "corpi chetonici", un sottoprodotto molecolare, incidono direttamente sul microbioma intestinale spegnendo definitivamente l'infiammazione. Questo processo avviene perché, in questo regime alimentare, il consumo di carboidrati è drasticamente ridotto al fine di costringere l’organismo ad alterare il suo metabolismo usando molecole di grasso, invece dei carboidrati, come fonte di energia primaria.

3a Puntata "I CARBOIDRATI FANNO BENE O MALE?" de IL CERCA SALUTE


Teoria - quella dei grassi utilizzati per l'energia necessaria all'organismo - ampiamente supportata e dimostrata nello stile Life 120 ideato da Adriano e Roberto Panzironi. Questa, tuttavia, a differenza della dieta chetogenica, non porta alla chetosi poiché prevede un apporto di carboidrati provenienti da verdure (consumate a sazietà durante i pasti) e dalla frutta (uno al mattino). Inoltre, prevede anche una quantità di zuccheri giornaliera, funzionale ai soli due organi che utilizzano come fonte di energia, ovvero cuore e cervello. Tra le altre patologie, secondo quanto conferma uno studio dell'Università di Bonn pubblicato sulla rivista scientifica Immunity, una dieta a basso contenuto di carboidrati potrebbe aiutare anche nel contrasto dell’asma. «La prevalenza di asma è aumentata drammaticamente negli ultimi decenni forse, questo è anche correlato a una dieta sempre più comune ad alto contenuto di zuccheri [...]», ipotizza Christoph Wilhelm, esperto di chimica e farmacologia clinica dell’Università di Bonn.


Tutta colpa dei carboidrati insulinici


L'infiammazione postprandiale che si verifica in concomitanza con iperglicemia e iperlipidemia dopo l'ingestione di un pasto ad alto contenuto di carboidrati (HFCM) è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari (CVD). Quindi, alimenti, più di altri, innescano meccanismi che aumentano il rischio dell’insorgenza di una lunga serie di malattie. «Alla base ci sono quegli alimenti che vanno a contrastare i processi infiammatori innescati dallo squilibrio tra citochine pro-infiammatorie e citochine anti-infiammatorie. Ritrovando l’equilibrio si spegne l’infiammazione a livello cellulare» spiega a Gazzetta Act!ve Jessica Falcone, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro e RAF First Clinic di Milano. Oltre l’asma, anche il Parkinson.

«Nella malattia di Parkinson – evidenzia Christian Orlando, biologo - l'importanza dell’alimentazione è ormai nota a tutti. In presenza di malattie croniche un’alimentazione corretta diventa condizione fondamentale per il benessere dell’individuo e influisce positivamente sull’efficacia della terapia farmacologica e sullo stato di salute generale». Inoltre, «un’alimentazione a basso contenuto di carboidrati insulinici ha un enorme potenziale nella prevenzione e nella gestione delle patologie neurodegenerative come il Parkinson. Gli studi clinici che esplorano l’effetto dei cambiamenti dietetici a livello neuronale sono pochi e lontani tra loro, ma esiste già un’enorme quantità di materiale scientifico che dettaglia come le diete ad alto contenuto di zucchero mettono a repentaglio la salute del cervello e quanto invece, al contrario, le diete a basso contenuto di carboidrati supportano la salute del cervello. Infatti nella patologia del Parkinson la funzione mitocondriale indebolita si suppone sia coinvolta nella morte dei neuroni che forniscono la dopamina. I ricercatori ipotizzano che i corpi chetonici, utilizzati come fonte energetica in caso di ridotto apporto di carboidrati, possono proteggere i mitocondri e sostenere la loro funzione» conclude l’esperto.

L'INFIAMMAZIONE CRONICA, le vere cause del killer silenzioso

Facciamo ora un passo indietro e vediamo cosa sono i carboidrati. Una definizione viene fornita da Adriano Panzironi nel libro “Vivere 120 anni. Le verità che nessuno vuole raccontarti”: «I carboidrati (zuccheri) si distinguono in semplici o complessi, in base alla lunghezza della catena di atomi di cui sono formati. Gli zuccheri semplici contengono una catena corta di facile scomposizione. Al contrario gli zuccheri complessi hanno una catena più lunga (si necessita di più tempo per l’assimilazione). Della prima categoria fanno parte molti zuccheri, i più conosciuti dei quali sono, quello di barbabietola (lo zucchero bianco che abbiamo tutti in casa) o di canna (si riconosce dalla composizione di cristalli marroncini). Della seconda categoria fanno parte gli amidi come la farina (e tutti i suoi derivati: pane, pasta, pizza, etc.), il riso, il mais, le patate ed i legumi. Tutti i carboidrati una volta scomposti si trasformano in glucosio che serve poi alle cellule solo per produrre energia tramite il processo della glicolisi (o dopo la sua trasformazione in piruvato, anche nei mitocondri). Gli zuccheri incamerati in eccesso, sono trasformati dal fegato in grasso saturo e stipati nelle cellule adipocite (soprattutto nella pancia, nei fianchi e sui glutei)».

Il vademecum della corretta alimentazione

Tuttavia i danni fatti dai carboidrati non finisco qui. Sul rapporto tra fertilità e consumo di carboidrati insulinici interviene la dottoressa Daniela Pelotti, medico specialista in ostetricia e ginecologia:

«Purtroppo, assolutamente sì, nel senso che il lavoro non è svolto solo da me, ma ci sono altri miei colleghi che hanno verificato, che una dieta che porta all'eliminazione dei carboidrati ad alto indice glicemico e soprattutto i cibi contenenti glutine, fa avere alle pazienti che hanno irregolarità del ciclo mestruale o anche menometrorragie una regolarizzazione del ciclo. Tra l'altro, tra i cibi come i cereali ad alto indice glicemico, ci sono quelli che contengono glutine che è tossico per alcune pazienti, geneticamente predisposte, perché può scatenare malattie autoimmuni, tra cui anticorpi, anti riserva ovarica. Quindi diciamo che lentamente l'ovaio perde la sua capacità di ovulare e le pazienti, la prima cosa che manifestano, è un blocco della mestruazione. Quando i medici vanno a fare i dosaggi ormonali e la riserva ovarica diminuisce, i valori FSH ed LH aumentano, come ad indicare l'ingresso in una menopausa precoce, ma i miei colleghi non sanno di questa correlazione, ma non è che ne hanno colpa, non sono informati o non sono incuriositi e non vanno a leggere, oppure non mettono in dubbio quella che è la Medicina ufficiale e suggeriscono ovviamente una integrazione con una terapia ormonale sostitutiva. La paziente, di solito, è disperata, alcune sono anche molto giovani e temono ovviamente di non poter avere figli; ma messe a dieta e con gli anticorpi “antiovarici” che man mano si abbassano, portano l’ovaio a rifunzionare. Quindi, il ciclo ritorna».

INDICE GLICEMICO e alimenti: tutto quello che dobbiamo sapere

La ginecologa illustra poi, i diversi risultati ottenuti con una modifica dello stile alimentare nei soggetti affetta da papilloma virus.


«Sì, ho avuto dei risultati, nel senso che quando si ha un’infiammazione o un virus attacca un tessuto dell'uomo, significa che vi è un’alterazione delle difese immunitarie. I cibi che creano infiammazione sono i cibi ad alto indice glicemico, non a caso dico che i semi sono per gli uccelli, le erbe per gli erbivori e l'uomo è prettamente un carnivoro. Se definito onnivoro, vuol dire che mangia di tutto, ma non gli è permesso, obiettivamente, di trasformare i cibi che non riesce a digerire. Per tale motivo li cuoce e non si rende conto che non sono idonei al suo tipo di DNA e a ciò che ha stabilito la natura geneticamente. Alcuni vanno avanti comunque, altri realizzano delle patologie, fra queste quella del colon irritabile. A proposito, ultimamente si parla molto di comorbilità, cioè di patologie che riguardano l'intestino e la connessione con altri distretti, come il cervello, ma soprattutto la contiguità dell'intestino con l'apparato uro ginecologico, questo fa pensare, in effetti, ho la verifica, che vi sia un’infiammazione da parte dell'apparato uro ginecologico partendo dall'intestino. Fino ad oggi, i ginecologi pensavano: “Hai una vaginite, hai una cistite che viene da fuori”, invece no! Viene da dentro. Quindi, il papilloma virus può venire da fuori ma attecchisce là, dove ci sono un terreno favorevole e le difese immunitarie indebolite: l'intestino infiammato. Questo altera il sistema immunitario, tra l'altro si è scoperta una patologia per cui batteri e sostanze infiammatorie, da un intestino ormai infiammato, lo fanno diventare come un colabrodo. Questi batteri e queste infiammazioni come le candide, attraversano l'utero e vanno al collo dell'utero. Ovviamente, un’infiammazione cronica fa sì che la mucosa non ha difese e attecchisce facilmente il papilloma. Ho verificato tutto questo su alcune pazienti, in cui era presente il papilloma, ma avendo una displasia lieve e non essendo il papilloma già entrato nelle cellule e non avendo dato un’alterazione delle cellule; c'era l’attesa di verificare se l'organismo era in grado di respingere questo virus con una dieta a basso indice glicemico. Il papilloma è scomparso!»

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Altri importanti risultati sono stati ottenuti anche con la mastopatia fibrocistica (MFC), un'affezione di natura benigna caratterizzata dalla presenza, nel tessuto mammario, di noduli composti da microcisti e aree fibrose di varie dimensioni.

«Purtroppo sì. La cosiddetta mastopatia fibrocistica è un’infiammazione dell’apparato mammario dovuta a un’iperstimolazione estrogenica, che parte da un intestino infiammato dai molti carboidrati mangiati; quindi un’infiammazione a livello ovarico, con l’ovaio infiammato, che viene iperstimolato dall’ipofisi e porta alla produzione di molti estrogeni. Quindi, a livello dell’utero può comportare un utero fibromatoso, mestruazioni molto abbondanti; mentre a livello del seno può portare a un’iperstimolazione delle cellule del tessuto mammario, con formazione di cisti. La terapia solo a base di eliminazione dei carboidrati, fa sì che il primo segnale è che la paziente non avverte più il dolore e la mastodinia. A livello ecografico, invece, noto una riduzione o addirittura la scomparsa della mastopatia fibrocistica. Quindi, un messaggio che vorrei dare a tutte le donne è quello di tenere sotto controllo un organo, ma forse sarebbe meglio eliminare la causa» conclude Pelotti.

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Per approfondimenti:

Gazzetta dello Sport "Ecco la dieta antinfiammatoria, uno stile alimentare per prevenire le patologie dell’era moderna"

Sky Tg24 "I benefici delle spezie, possono aiutare a ridurre l'infiammazione"

The Journal of Nutrition "Spices in a High-Saturated-Fat, High-Carbohydrate Meal Reduce Postprandial Proinflammatory Cytokine Secretion in Men with Overweight or Obesity"

Università di Toronto "Ecco perché una dieta ricca di carboidrati aumenta il rischio di cancro al colon"

Il Messaggero "Dieta chetogenica, può avere effetti benefici nelle persone che soffrono di asma"

The Italian Times "Dieta chetogenica: cos'è, come funziona ..."

Immunity "Lipid-Droplet Formation Drives Pathogenic Group 2 Innate Lymphoid Cells in Airway Inflammation"

Universität Bonn "Researchers suggest a special diet against asthma"

Il Messaggero "Una dieta con pochi carboidrati potrebbe aiutare contro l'asma"

Ansa "Dieta con pochi carboidrati potrebbe aiutare contro l'asma"

Il Giornale "Asma, una dieta con pochi carboidrati potrebbe essere di aiuto"

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Circondati e dipendenti dagli zuccheri. Tra snack e cibi già pronti, passando poi per la dieta mediterranea caratterizzata dagli alimenti composti per la gran parte da zuccheri come pane, pasta, riso, pizza e biscotti. Oltre ai dannosi picchi glicemici, lo zucchero innesca nel nostro corpo sonnolenza e inerzia, senza trascurare il rischio di serie patologie come l’invecchiamento precoce, il diabete, l’obesità, la carie e varie tipologie di tumore, stati infiammatori e, secondo alcuni, anche depressione causata dai cosiddetti picchi insulinici. Dannoso per la salute e se consumato in alte dosi produce dipendenza, proprio per questo viene considerato, da vari nutrizionisti come una vera e propria droga. Dal diabete alla steatosi epatica, fino ad alcuni tipi di tumore. Da non sottovalutare le conseguenze di una dieta ricca di zuccheri. Perché gli zuccheri fanno così male?

«Questo perché abbiamo visto che gli zuccheri fanno più male dei grassi», sottolinea a Gazzetta Active la dottoressa Claudia Delpiano, dietista e biologa nutrizionista presso l’IRCCS Policlinico San Donato e il Policlinico San Pietro.  Unica eccezione per la frutta: anche se contiene il fruttosio non fa male. «Sono gli zuccheri aggiunti che fanno male. Il fruttosio della frutta è presente nell’alimento insieme ad altri composti bioattivi: sali minerali, vitamine, acqua, fibra. E la fibra alimentare va a modulare l’assorbimento dello zucchero presente nel frutto, evitando picchi glicemici». Oltre alla frutta c’è di più. Consentiti anche il dolci! «Oltre alla frutta [...], si possono mangiare il cioccolato fondente almeno all’80%, […] la frutta fresca, la polvere di cacao amaro o di cannella, la frutta disidratata al naturale, - ma rigorosamente - senza zuccheri aggiunti».

L'amara verità dello ZUCCHERO: tutti i rischi per la nostra salute

Nel 2016, un’interessante ricerca pubblicata sul British Medical Journal, dimostrava come l’assunzione di zuccheri o di bevande zuccherate fosse un fattore determinante nell’aumento del peso. Inoltre, lo zucchero sembra avere influenza anche sui meccanismi biologici che regolano l’appetito. Avendo la capacità di digerire molto velocemente gli alimenti e le bevande contenenti zuccheri, lo stimolo della fame tende a tornare più frequentemente, innescando così un circolo vizioso. Ovvero, l’organismo scompone tutti i carboidrati nei loro elementi costitutivi e ciò che resta è il glucosio che viene poi metabolizzato grazie all’insulina. Quest’ultima permette l’apporto di zuccheri alle cellule sotto forma di energia. In sintesi, più zuccheri mangi, più insulina verrà prodotta. E di conseguenza, un consumo eccessivo di zuccheri altera il livello di insulina nel sangue facendolo aumentare drasticamente. Dopo aver ridotto la combustione del grasso corporeo, il tasso di insulina scende al minimo, causando così, un nuovo attacco di fame. Altra correlazione evidenziata è quella tra il consumo di bevande zuccherate e il diabete di tipo 2. Tuttavia lo zucchero, in sé, non provoca l’insorgenza del diabete, ma ne aumenta il rischio. Uno studio pubblicato nel 2010, condotto su un campione di oltre 300mila persone, ha svelato che i soggetti che consumano 1 o 2 bevande zuccherate al giorno avevano un rischio di sviluppare il diabete maggiore del 26% rispetto a quelli che ne consumano meno o non ne consumano affatto. Ancora una volta, quindi, la raccomandazione è di evitarle. Tra le causa più comuni di morte precoce associate al consumo di bevande zuccherate sono le malattie cardiovascolari. A risentire della dieta ad alto contenuto di zuccheri, anche il cuore aumentando, di conseguenza, il rischio di disturbi cardiovascolari. Scientificamente dimostrato dall’American Heart Association, altresì che, chi segue un’alimentazione ricca di zuccheri può soffrire di malattie cardiache con frequenza significativamente maggiore rispetto a chi ne assume meno. La ricerca dimostra che le persone che bevono abitualmente bevande zuccherate corrono maggiori rischi rispetto a chi le consuma sporadicamente. Le donne poi, sembrano essere più a rischio degli uomini. Non dimentichiamo poi che i batteri presenti nella bocca reagiscono con la sostanza zuccherata ingerita e formano uno strato di placca sui denti: questa reazione provoca il rilascio di un acido che, a lungo andare, danneggia i denti, provocando carie e cavità dentali.

Gli effetti nocivi dello zucchero

Ma forse è meglio fare un passo indietro per capire quello che si nasconde dietro un alimento tanto contestato.

«Lo zucchero è un glucide composto da una o due unità, i saccaridi, che sono molecole base che compongono i carboidrati. Se ne abbiamo una o due unità abbiamo, appunto, uno zucchero. Gli zuccheri sono gli elementi base dei carboidrati, che possono essere monosaccaridi o zuccheri semplici (come fruttosio, glucosio e galattosio), disaccaridi (come saccarosio, lattosio e maltosio), o polisaccaridi o carboidrati complessi (come amidi e maltodestrine). Quando parliamo di zuccheri parliamo essenzialmente di glucosio e fruttosio».

Ecco perché lo ZUCCHERO potrebbe essere rischioso per la salute

Secondo quanto dimostra un’evidenza scientifica, la lavorazione industriale (estrazione, purificazione o alterazione) dei cosiddetti cibi ultraprocessati costituirebbe un rischio per salute. In particolare lo zucchero è responsabile del 40% dell’aumento di rischio. Catalogati come “nocivi”, parliamo proprio degli zuccheri semplici

«Quello che davvero è nocivo è lo zucchero nascosto nel cibo raffinato, o aggiunto in modo discrezionale. Lo zucchero si trova nelle bevande gassate, per esempio, in molti prodotti da forno, anche se portano la dicitura ‘senza zucchero’. Nel 2015 le nuove linee guida per una sana alimentazione hanno ridotto dal 15 al 10% la quota quotidiana suggerita di zuccheri semplici a rapido assorbimento rispetto al fabbisogno calorico giornaliero. E una ulteriore riduzione del 5% va ad apportare ulteriori benefici per la salute». «Gli zuccheri si nascondono proprio nelle etichette. Vengono identificati con vari termini, solitamente che finiscono in -osio: glucosio, saccarosio, destrosio, fruttosio, maltosio, lattosio. Ma anche gli sciroppi, come quello di fruttosio, di glucosio, di mais, di caramello, d’agave, d’acero sono zuccheri. O anche gli zuccheri della frutta, ovvero il fruttosio, lo zucchero d’uva, zucchero della mela sono zuccheri».

Tumore e zucchero, un binomio letale

Dagli effetti dannosi sul nostro corpo ai notevoli benefici di una dieta priva di zuccheri. Infatti, le cellule tumorali si nutrono di glucosio e muoiono in assenza di esso perché, da sole, non riescono a sintetizzare lo zucchero.

«Il fruttosio è metabolizzato quasi esclusivamente dalle cellule del fegato. Un alto contenuto di fruttosio impatta fortemente sulla risposta insulinica, manifestando poi l’insulino-resistenza: l’insulina lavora meno e non è in grado di fare entrare il glucosio nelle cellule che lo metabolizzano e digeriscono. Il glucosio resta così in circolo, creando iperglicemia, fino ad arrivare al diabete di tipo 2, alla steatosi epatica e alla sindrome metabolica, ad uno stato infiammatorio generale dell’organismo».

ZUCCHERO e TUMORE: ecco come ne influenza la nascita

 

E di conseguenza, stimolando l’infiammazione generale dell’organismo, una dieta ricca di zuccheri potrebbe incrementare l’insorgenza di forme tumorali

«Certo, un eccessivo consumo di zuccheri può portare, a lungo termine, anche allo sviluppo di alcuni tipi di tumore, perché il tumore si nutre di zucchero. Nel caso di recidive di tumore, infatti, si consiglia proprio l’abolizione di zuccheri a rapido assorbimento». Per contro «Una dieta priva di zuccheri aggiunti abbassa il rischio di tutte queste patologie. Tra gli effetti ci sono anche una pelle più sane e bella, un calo ponderale, un miglioramento del tono dell’umore e delle funzioni cerebrali, ma anche della digestione e dell’assorbimento dei nutrienti, e si hanno meno problemi di gonfiore addominale».

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Per approfondimenti:

Gazzetta Act!ve "Zuccheri, ecco perché troppi fanno male. Quali sono i benefici di una dieta che ne è priva?"

Fondazione AIRC "Lo zucchero favorisce la crescita dei tumori?"

Il Messaggero "I cibi industriali aumentano il rischio di morte, zucchero responsabile del 40%"

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Buono in cucina e vero e proprio toccasana per il nostro benessere e poi, sicuramente vittima di un retaggio culturale. Concentrato di vitamine e minerali, ma anche povero di lattosio. Valido ingrediente anche come spuntino prima di iniziare un allenamento. Da sempre contestato sia dai “fanatici” della linea sia da quelli che lo annoverano tra gli alimenti potenzialmente nocivi per la nostra salute, e quindi, da evitare. Demonizzato perché considerato un cibo non sano. A scanso di equivoci, uno studio della Friedman School of Nutrition Science della Tufts University sostiene che il burro non fa male al cuore e protegge dal diabete. L’acido butirrico, a cui sono stati attribuiti diversi ruoli fisiologici, è quello, tra gli acidi a catena corta, sui cui più si è concentrata la ricerca. «L'acido butirrico è un acido grasso saturo, non essenziale, che si trova principalmente nel latte dei ruminanti (2-4%), e solo in tracce in quello di donna» spiega Christian Orlando, biologo. Difatti, evidenze scientifiche hanno dimostrato che l’acido butirrico regola il trasporto di fluidi, protegge i colonociti dallo stress ossidativo, influenza la motilità lungo il tratto gastrointestinale, modula la proliferazione cellulare e il differenziamento cellulare, regola inoltre, l’espressione genica. La produzione di acido butirrico svolge dunque un ruolo cruciale per la nostra salute. Considerati i notevoli stimoli a cui è continuamente esposto il colon, infatti, dalla maggiore produzione di butirrato, potrebbe scaturire una resistenza più incisiva contro stimoli tossici migliorando così la funzione della barriera intestinale. Indagini recenti hanno evidenziato che gli acidi a corta catena dopo essere stati assorbiti a livello intestinale, influenzano anche fegato e tessuti extraeptici.

“Un alimento più salutare di zuccheri e amidi” è quanto sostengono i ricercatori della Tufts University. Insomma, nessuna controindicazione sull’aumento del rischio di patologie cardiovascolari. Al contrario, i grassi del latte sarebbero in grado di mantenere la glicemia sotto controllo. Secondo quando mostrato dall’indagine della Friedman School of Nutrition Science and Policy della Tufts University, pubblicata sulla rivista specializzata Plos One, non esisterebbe alcuna prova scientifica secondo cui assumere burro possa aumentare i rischi per la salute dell'organismo, al contrario, avrebbe un effetto protettivo contro patologie come il diabete. Per giungere a questa conclusione, gli studiosi della Tufts University hanno imposto a 636 mila persone un cucchiaio di burro giornaliero, circa 14 grammi al giorno. Nel corso della sperimentazione si sono verificati circa 28 mila decessi, quasi 10 mila patologie cardiovascolari e sono stati diagnosticati qualcosa come 24 mila casi di diabete: ma in nessuno di questi casi i ricercatori hanno trovato un legame tra il consumo di burro e le cause di morte. Le indicazioni della correlazione tra l'alimento, la mortalità e le malattie citate in precedenza, al contrario, sarebbero minime o addirittura insignificanti: anzi, per quel che concerne il diabete sembra proprio che il burro rappresenti, contro ogni aspettativa, un aiuto per il nostro organismo. E poi, il burro è anche fonte di vitamina A, D, E e K indispensabili per il nostro organismo ed è anche una delle poche fonti di vitamina D, preziosa per la salute delle ossa e del nostro sistema immunitario. Fonte di minerali tra fui l’acido linoleico coniugato (CLA) e un acido grasso con funzioni benefiche e protettive (antitumorali, anti-aterosclerotiche, antiobesità e antinfiammatori).

Il burro non è un nemico

Salutare e digeribile come l’olio. Il burro è un grasso animale ricco di colesterolo e acidi grassi a catena corta che forniscono energia immediata all’organismo. E proprio per questo è considerato l’alimento ideale soprattutto per gli sportivi. I motivi per mangiare burro? É ricco di antiossidanti, prezioso per l’intestino (il burro è ricco di glicosfingolipidi, acidi grassi che proteggono l’intestino da infezioni e problemi gastrointestinali), aiuta il sistema immunitario (grazie alla presenza di carotene fortifica l’organismo contro le infezioni), prezioso per il benessere della tiroide (grazie alla concentrazione di vitamina A), allevia l’artrite (aiuta il corpo a contrastare i problemi legati alle articolazioni), amico degli occhi (la vitamina A protegge gli occhi dall’insorgere della cataratta), amico del cuore (anche se i grassi saturi aumentano il colesterolo, quelli contenuti nel burro contribuiscono infatti, a innalzare quello buono), alleato delle ossa contrasta l’osteoporosi (grazie alla presenza di manganese, rame, zinco e selenio) e aiuta a dimagrire (aumentando il senso di sazietà).

BURRO, PANNA e GRASSI SATURI: amici della salute e del cuore 

«L’acido butirrico sembra avere ottime proprietà antinfiammatorie grazie alla capacità di sopprimere l’attività di alcune proteine che scatenano l’infiammazione, in particolare aiuta a controllare la risposta immunitaria regolando l’attività dei linfociti T. Le cellule T, attraverso un complesso meccanismo che si avvale di marcatori chiamati MHC, sono in grado di riconoscere e distruggere le cellule patogene risparmiando quelle sane; se però non funzionano correttamente il sistema immunitario può arrivare ad attaccare organi come il pancreas (diabete di tipo 1) o la tiroide» spiega Christian Orlando, biologo. «Altri studi hanno evidenziato che l’acido butirrico - continua il biologo - aiuta a tenere sotto controllo il peso corporeo stimolando gli ormoni dell’intestino e aumentando la sintesi di leptina (importante nella regolazione dell’appetito). L’acido butirrico è risultato promettente anche nella lotta contro l’insulino-resistenza. In numerosi studi è stato riscontrato che il supplemento con butirrato migliora i livelli di glucosio, la sensibilità all’insulina e persino la funzione mitocondriale» conclude il nutrizionista.

Zero controindicazione e ideale per gli sportivi

Gli acidi grassi a catena corta prodotti dai batteri intestinali, in particolare l’acido butirrico, sono essenziali per mantenere l’intestino in salute, proteggendolo così da infiammazioni e prevenendo l’insorgenza persino dei tumori. Inoltre, il microbiota mantiene il sistema immunitario costantemente attivo. Questo avviene poiché, un microbiota ricco di batteri capaci di digerire e fermentare i flavonoidi contenuti nella frutta e nella verdura promuove la produzione di sostanze che hanno effetti protettivi sulla salute cardiovascolare. Difatti, alimenti ricchi di acidi grassi saturi e cibi eccessivamente calorici stimolano, invece, la proliferazione di ceppi di batteri che promuovono l’infiammazione. Inoltre, alcune sostanze prodotte dal microbiota intestinale sembrerebbero addirittura coinvolte nella regolazione non solo dell’appetito, ma anche dell’aumento di peso. Sull’importanza degli acidi grassi per il nostro organismo interviene la dottoressa Jessica Falcone, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro e RAF First Clinic di Milano in un’intervista a Gazzetta Act!ve:

«Gli acidi grassi a catena corta, come quelli del burro appunto, forniscono energia alle cellule intestinali. Proprio a livello intestinale avviene l’assorbimento dei nutrienti. Le cellule che partecipano a questo processo di assorbimento hanno bisogno di energia per funzionare adeguatamente. Il burro, come gli altri grassi saturi, aiuta il buon funzionamento dell’intestino. Con questo, però, non bisogna certo esagerare. I grassi devono ricoprire solo il 30 per cento dell’apporto calorico giornaliero. Ed è importante scegliere acidi grassi monoinsaturi nella maggior parte di questa quota. Ma un 10 per cento di questa parte dovrebbe arrivare dai grassi saturi. Anche perché gli stessi grassi saturi sono indispensabili perché vanno a delimitare la guaina mielinica che ricopre i tessuti nervosi».

butirrico

 Ma quali sono le vere caratteristiche del burro?

«Il burro – precisa la biologa - è un grasso saturo animale prodotto dal latte. Contiene però poco lattosio per via della sua preparazione, e di conseguenza è ben tollerato da chi soffre di intolleranza. E’ costituito per l’80 per cento da grasso. Il resto è acqua, un po’ di proteine e pochi zuccheri. Rispetto ad un olio, che è 100 per cento grasso, fornisce un po’ meno calorie: sono circa 750 kcal per 100 grammi. Contiene sali minerali come calcio, importante per le ossa, ma anche fosforo e potassio, quest’ultimo particolarmente utile per gli sportivi, visto il suo ruolo nel contrastare i crampi e nello stimolare la contrazione muscolare».

Inoltre, questo alimento è anche una fonte preziosa di vitamine fondamentali per il nostro benessere.

«Il burro è ricco di vitamina D – chiarisce la nutrizionista - , che migliora l’assorbimento del calcio sia per le ossa sia per la contrazione muscolare. Contiene anche vitamina A o retinolo, antiossidante molto importante per la vista oltre che per lo sviluppo di ossa e denti e per una buona risposta immunitaria, e vitamina E, che favorisce il rinnovo cellulare e combatte i radicali liberi». E poi, il burro è essenziale per tutti gli sportivi: «Di mangiarlo, ovviamente senza esagerare. Soprattutto nella stagione invernale un po’ di burro può aiutare in particolare chi fa sport outdoor di lunga durata» suggerisce Falcone.

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Per approfondimenti:

Gazzetta Act!ve "Burro, la nutrizionista: “Ecco perché non va eliminato dalla dieta, soprattutto degli sportivi

Il Giornale "Sorpresa: il burro non fa male, anzi protegge dal diabete"

Che Donna "Burro | 10 motivi per cui mangiarlo fa bene"

La Nazione "Il burro non è un ’nemico’..."

Fondazione Umberto Veronesi "Microbiota intestinale: in che modo può influenzare la salute?"

La Stampa "Burro chiarificato e i molti benefici per la salute!"

INRAN "Burro Chiarificato: cos’è e a cosa serve?"

Vivo in Salute "Il burro: I Benefici Del Burro per la salute. Sfatiamo i miti falsi…"

Eurosalus "Burro chiarificato: cos'è e come si usa?"

LEGGI ANCHE: Acido butirrico, dall’ecosistema intestinale alla flora batterica

Burro chiarificato, fa bene alla salute: le notevoli proprietà nutritive e terapeutiche

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