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Mentre il Regno Unito ha disposto la distribuzione di vitamina D a tutta la popolazione, nel resto del mondo parallelamente, sono in corso una trentina di studi volti a indagare l’incidenza dell’ipovitaminosi D sul Covid e l’importanza di questo prezioso nutriente nel trattamento dell’infezione stessa. Per vitamina D si intende una sostanza che non può essere prodotta dall'organismo, e quindi, deve essere assunta dall'esterno e agisce a distanza sul piano metabolico. Ciononostante il nostro organismo produce vitamina D tramite i raggi solari che irradiano la cute. Una piccola parte poi, seppur insufficiente, può essere assunta con gli alimenti. Tuttavia, l’unica fonte quindi è il sole che una volta entrato tramite la pelle, viene accumulata nel nostro tessuto adiposo e poi viene immagazzinata e rilasciata lentamente durante l’anno, soprattutto in inverno. I suoi importanti effetti a livello immunitario era confermati già nell’Ottocento quando, per contrastare la tubercolosi, le persone venivano esposte al sole, senza neanche sapere che assumevano in questo modo vitamina D e senza neanche conoscerne gli effetti sul piano immune. Il risultato fu che quelli che vivevano di più all’aria aperta e quindi erano maggiormente esposti ai raggi ultravioletti, si ammalavano di meno di tubercolosi o guarivano più velocemente. Dopo l’appello lanciato da un gruppo di scienziati inglesi al governo di Londra, riportato sul The Guardian anche nel nostro Paese è stata approfondita questa correlazione: Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto superiore di sanità hanno ribadito, in linea con gli altri colleghi, che adeguati livelli di vitamina D al momento dell'infezione da coronavirus potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I (uno tra i più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo) e rinforzare l'immunità innata. Adesso, invece, nel Regno Unito è in corso una vasta sperimentazione clinica sul rapporto “Covid/vitamina D”, che coinvolge oltre 5 mila persone.

Sulla distribuzione del virus nelle regioni italiane emerge una nuova tesi. «Ho avuto l’intuizione di andare a vedere con qualche sistema possibile se le diverse regioni italiane differivano in quanto a radiazioni solari per poi quantificarle e correlare i dati clinici del Covid per trovare una corrispondenza» spiega in un’intervista a Il Giornale Giancarlo Isaia, autore di una recente indagine sugli effetti della vitamina D e su una sua correlazione con il Covid. nel maggio scorso, Isaia, insieme al collega Enzo Medico, docente dell’Università di Torino, avevano parlato dei notevoli benefici della vitamina D come alleata nel contrasto alla pandemia. Lo studio dei ricercatori mostrava come molti pazienti ricoverati per Covid presentavano gravi carenze di vitamina D. «Ho chiesto aiuto per farlo ai fisici dell’Arpa (l’Agenzia Regionale per la protezione Ambientale) – continua l’esperto - in particolare il dottor Henri Diémoz che ha estrapolato questi dati da alcuni di satelliti chiamati Themis che girano intorno alla terra mandando dati meteorologici. Per essere sicuri che fossero precisi, sono stati confrontati con quelli a terra per vedere se coincidevano ed è venuta fuori una correlazione perfetta. Confortati da questo, abbiamo preso tutti questi dati delle radiazioni ultraviolette e le abbiamo correlate con i morti, con il numero degli infetti e degli infetti per tampone. Il risultato è stata un correlazione molto alta, l’83% circa che ci confermava che dove i raggi ultravioletti erano più bassi, ad esempio Lombardia e Piemonte, c’era maggiore incidenza del virus e dei decessi». «Per questo, abbiamo realisticamente ipotizzato che quelli che sono stati più al sole e che quindi hanno accumulato più vitamina D da spendere nei mesi invernali, sono stati in qualche modo protetti» conclude Isaia. Ovviamente per uno studio più accurato sono state considerate anche tutta una serie di altre variabili come l’età media della popolazione coinvolta, l’incidenza di malattie cardiovascolari e di diabete, ma nonostante queste variabili fossero significative, il fattore predominante rimaneva sempre quello dei raggi ultravioletti che occupava circa l’80% della statistica di tutte le variabili. Questo spiegherebbe anche perché nella prima ondata della pandemia siano state, seppur in parte, “risparmiate” le zone del sud del mondo dove c’è stato un tasso di incidenza di scarso del coronavirus.

Il virus, disattivato dai raggi ultravioletti

Gli effetti della vitamina D sono noti da tempo, per questo, nel Regno Unito è partita la somministrazione ad ampio raggio come trattamento e come forma di prevenzione al Covid. «L’enorme letteratura scientifica sui benefici del sole – evidenzia l’esperto nell’intervista a Il Giornale - , ha inciso in termini culturali da sempre sui paesi del nord, che hanno visto delle vere e proprio migrazioni di massa verso l’Italia o in Spagna. Forti di questo retaggio da sempre hanno ritenuto opportuno, e maggiormente ora, fornire la vitamina D a tutta la popolazione». Giancarlo Isaia poi spiega l’influenza del sole, e quindi, dei raggi ultravioletti sul Covid: «Esiste uno studio che dice che il virus viene inattivato dai raggi ultravioletti. Quindi fa bene alla pandemia per due motivi: il primo perché inattiva il virus direttamente sulle superfici, quindi questo può spiegare il fatto che durante l’estate c’è stato il crollo della mortalità, il secondo è l’aspetto della vitamina D. La nostra ipotesi è questa: durante l’inverno nella prima ondata gennaio/maggio, si sono protetti di più quelli che avevano preso e immagazzinato nel semestre precedente più sole e quindi vitamina D, mentre invece in estate ne hanno beneficiato un po’ tutti perché chi più chi meno sono andati al mare o sono stati all’aria aperta. Dopo le vacanze i morti sono ricominciati a salire, un po’ meno rispetto a gennaio perché abbiamo ancora vitamina D immagazzinata nella cute, però se non facciamo niente i morti continueranno ad aumentare e questo voglio dirlo forte e molto chiaramente». L’esperto suggerisce, inoltre, di promuovere la somministrazione di vitamina D a tutti i pazienti più a rischio e di prendere anche in considerazione il valido supporto fornito dagli integratori alimentari che sono consigliati anche ai bambini: «Assolutamente sì – raccomanda Isaia -, anche se dovremo maggiormente pensare alla fascia di popolazione anziana perché è in quella che si concentrano di più i morti. Se guardiamo le tabelle del Ministero della Sanità possiamo vedere che nella fascia 70/90 anni, l’incidenza è dell’85%. Secondo me se anche in Italia si distribuisse, soprattutto agli anziani sarebbe una cosa molto importante».

AL'importanza della vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

 

«La vitamina D è fondamentale per il nostro sistema immunitario perché coordina l’attività di tutte le sue cellule: sia quelle coinvolte nell’immunità innata che quelle dell’immunità adattativa» spiega Christian Orlando, biologo. «Il recettore per la Vitamina D – continua l’esperto - è particolarmente sviluppato nelle cellule del sistema immunitario. L’azione della Vitamina D è quella di modulare la risposta del nostro sistema immunitario ad esempio riduce il rischio di allergie, aumenta la protezione verso le infezioni ed ha anche un ruolo importante nella prevenzione delle patologie autoimmuni». Inoltre, evidenzia Orlando: «La letteratura scientifica, infatti, ha confermato la capacità della vitamina D di agire sulle cellule immuno-competenti, attivandole e studi recenti dimostrano come i livelli ematici di vitamina D influenzino la funzionalità dei macrofagi, cellule dell’immunità innata. A livello polmonare, in particolare, la presenza di un virus o batterio attiva i macrofagi, che inviano stimoli per promuovere l’attivazione della vitamina D e l’espressione dei suoi recettori VDR: in questo modo induce la produzione di citochine e varie molecole coinvolte nell’infiammazione, con lo scopo di eliminare il microrganismo invasore». «Per quanto riguarda l’immunità adattativa, invece la vitamina D, accumulata nelle cellule del tessuto adiposo (gli adipociti), passa nel circolo linfatico e raggiunge i linfonodi. Qui lega i propri recettori VDR all’interno dei linfociti B, stimolando la produzione di anticorpi» conclude il biologo. 

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Le evidenze scientifiche relative alla correlazione tra vitamina D e Covid erano già emerse a inizio pandemia. Infatti, tra le sue principali capacità: rafforza il sistema immunitario e protegge dalle infezioni respiratorie. Inoltre, l’ipovitaminosi D rimane tra i principali fattori che aumentano il rischio di contrarre di virus. A questo interessante dilemma fanno eco altre indagini condotte in questi mesi, che hanno evidenziato l’importanza di questa sostanza:

  • In una review pubblicata pochi mesi fa su Nutriens, si evidenziava la capacità dell’integrazione della vitamina D di incidere sul rischio di sviluppare infezioni da COVID-19. A differenza delle altre, la vitamina D non deve essere necessariamente assunta con l’alimentazione, perché viene prodotta dal nostro organismo grazie a un meccanismo che si attiva con l’esposizione ai raggi del sole. Tuttavia, è importante integrarla nella dieta, soprattutto in alcune condizioni particolari, come la gravidanza o nello sviluppo.
  • Uno studio norvegese condotto a marzo su 15 mila persone ha mostrato laddove vi era un consumo abituale dell'olio di fegato di merluzzo, fonte di vitamina D, c’erano anche i meno esposti al virus e coloro che l'avevano contratto avevano sviluppato una forma più lieve della malattia. «A mio parere, è chiaro che la vitamina D potrebbe non solo proteggere dalla gravità della malattia, ma potrebbe anche proteggere contro le infezioni» sottolinea il dottor Gareth Davies. «L'arricchimento alimentare - continua - avrebbe bisogno di un'attenta pianificazione per essere implementato in modo efficace, in particolare perché le persone ora stanno assumendo integratori».
  • Un recente studio condotto dall’Università della Cantabria a Santander in Spagna e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha sottolineato un’interessante correlazione tra le persone positive al coronavirus, ricoverate in ospedale, con una carenza di vitamina D. L’indagine che si è sviluppata nel corso della prima ondata, ha dimostrato che otto persone su dieci avevano un’ipovitaminosi D. Inoltre, il quantitativo di vitamina D presente nell’organismo era inversamente proporzionale alla gravità di infiammazione e alle relative complicanze ovvero, minore era il livello di questo nutriente e maggiore era la criticità della diagnosi
  • Un altro studio spagnolo ha evidenziato la carenza di vitamina D come fattore di rischio del Covid, mostrando come oltre l’80% dei pazienti ricoverati per il virus presentasse una carenza di vitamina D. La ricerca condotta dall'équipe di scienziati guidati da José Hernàndez e pubblicata recentemente sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, ha sottolineato che nell’82,2% dei pazienti ricoverati in un ospedale spagnolo sono stati riscontrati scarsi livelli di vitamina D. «Se il ruolo protettivo della vitamina D fosse confermato un approccio preventivo potrebbe essere curare la carenza di questa vitamina, specialmente negli individui più suscettibili come gli anziani, i pazienti con altre malattie quali il diabete e il personale sanitario specie nei presidi di lunga degenza» precisa il professor Hernández.
  • Altra indagine che era arrivata a conclusioni simili è quella condotta dall’Università di Chicago e pubblicata sul Journal of American Medical Association Network Open dove le persone con scarsi livelli di vitamina D potrebbero avere fino al 60% di probabilità in più di contrarre il coronavirus. «La vitamina D svolge un ruolo importante nel sistema immunitario», spiega il professor Meltzer. «Saranno necessari test clinici per dimostrare questi risultati – precisa l’esperto -, ma secondo i nostri dati la vitamina D, pur non rappresentando una garanzia come protezione dal coronavirus, sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave».
  • Ultima, ma non per importanza, una teoria comune proposta anche in studi meno recenti. Un team di ricerca britannico composto da scienziati del The Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust e dell’Università dell’East Anglia avevano trovato un’associazione tra tasso di decessi superiore per COVID-19 e popolazioni con vitamina D carente.

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Per approfondimenti:

Il Giornale "La Vitamina D ci salverà dal Covid?"

The Guardian "Add vitamin D to bread and milk to help fight Covid, urge scientists"

ANSA "Covid: carenza vitamina D per oltre 80% pazienti ricoverati"

Queen Mary University "Clinical trial to investigate whether vitamin D protects against COVID-19"

ISS "COVID-19: la vitamina D potrebbe cooperare con l’interferone nella risposta antivirale"

Today "Coronavirus e Vitamina D: la ricerca sull'olio di merluzzo e Covid-19"

Journal of American Medical Association Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19"

Università di Torino "Possibile ruolo preventivo e terapeutico della vitamina D nella gestione della pandemia da COVID-19"

Leggo "Covid, 8 pazienti su 10 ricoverati in ospedale erano carenti di vitamina D"

Giornale di Brescia "Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti ricoverati"

Corriere del Ticino "Carenza di vitamina D nell’80% dei pazienti COVID"

JAMA Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19 Test Results"

Corriere della Sera "La carenza di vitamina D potrebbe avere un ruolo in Covid-19?"

AGI "Le carenze di vitamina D potrebbero aumentare la vulnerabilità al Covid"

Fanpage "La vitamina D riduce il rischio di COVID-19, lo conferma un nuovo studio"

Dire "Il 60% dei bambini ha carenza di vitamina D"

Corriere Nazionale "Il 60% dei bambini soffre di carenza di vitamina D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Regno Unito: contro il Covid, vitamina D a oltre 2 milioni di persone

Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti

Covid: aumenta il rischio del 60% con carenza di vitamina D

SOS ipovitaminosi. Il 60% dei bambini con carenza di vitamina D

Cuore e vitamina D: riduce il rischio di infarto e le complicanze future

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

Pubblicato in Informazione Salute

A lungo discusso tra gli esperti del settore è proprio il ruolo della vitamina D sul sistema immunitario. Inoltre, diversi studi hanno suggerito che una carenza di questo nutriente rende più vulnerabili al coronavirus. Sul modello della Scozia, anche il governo inglese ha deciso di somministrare vitamina D per 4 mesi a oltre 2 milioni di persone, e soprattutto a quelle più vulnerabili, anziani e obesi come prevenzione contro il Covid. In particolare le persone di etnia nera, poiché i livelli di melanina nella pelle sono inversamente proporzionali ai livelli di vitamina D creati, ovvero a un situazione che peggiora in luoghi con meno luce solare: per questo le persone di colore nel Regno Unito possono essere più vulnerabili e quindi potenzialmente a rischio di contrarre il Covid e sviluppare una forma più seria della malattia. «Il Nice e il Public Health England hanno ricevuto richiesta formale di produrre delle raccomandazioni sulla vitamina D per prevenire e trattare il coronavirus dal segretario di stato per la salute, Matt Hancock» spiega al Guardian il portavoce del National Institute for Health and Care Excellenece (Nice). Definita dal governo come un’operazione “a basso costo, a rischio zero e potenzialmente altamente efficace”, evidenziando in particolare uno studio spagnolo che ha coinvolto 76 pazienti con Covid-19: a 50 di loro è stata somministrata una dose elevata di calcifediolo, una forma attivata di vitamina D. Difatti, la metà di quelli a cui non era stata somministrata aveva necessitato del ricovero in terapia intensiva, a fronte di una sola persona che l’aveva ricevuta, ma che era stata poi dimessa senza ulteriori complicanze.

«Aggiungete vitamina D al cibo per aiutare nella lotta al coronavirus». È l’appello lanciato da un gruppo di scienziati inglesi al governo di Londra. La richiesta, riportata sul The Guardian , ha riaperto la discussione sul possibile ruolo della vitamina D nella lotta alla pandemia. Così, un gruppo di scienziati guidati dal professor Gareth Davies ha acceso i riflettori su un aspetto molto importante: circa la metà della popolazione inglese presenta una carenza di vitamina D e, a loro dire, questo basso livello potrebbe rendere le persone più vulnerabili al Covid. E quindi non solo sottoposti al rischio di essere contagiati, ma a questo si associa anche quello di sviluppare sintomi più gravi e di conseguenza, un quadro clinico peggiore. Una teoria che anche altri studiosi stanno approfondendo. Una lista che si allunga sempre più quella dei lavori scientifici che, ad oggi, prefigurano un ruolo importante della vitamina D nella lotta contro il Covid-19. Anche nel nostro Paese è stata approfondita questa correlazione: Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto superiore di sanità hanno ribadito, in linea con i gli altri colleghi, che adeguati livelli di vitamina D al momento dell'infezione da coronavirus potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I (uno tra i più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo) e rinforzare l'immunità innata. Adesso, invece, nel Regno Unito è in corso una vasta sperimentazione clinica sul rapporto “Covid/vitamina D”, che coinvolge oltre 5 mila persone.

Tutte le tesi portano alla vitamina D

Le evidenze scientifiche relative alla correlazione tra vitamina D e Covid erano già emerse a inizio pandemia. Infatti, tra le sue principali capacità: rafforza il sistema immunitario e protegge dalle infezioni respiratorie. Inoltre, l’ipovitaminosi D rimane tra i principali fattori che aumentano il rischio di contrarre di virus. A questo interessante dilemma fanno eco altre indagini condotte in questi mesi, che hanno evidenziato l’importanza di questa sostanza: in una review pubblicata pochi mesi fa su Nutriens, in particolare, si sosteneva come l’integrazione della vitamina D possa incidere sul rischio di sviluppare infezioni da COVID-19. A differenza delle altre, la vitamina D non deve essere necessariamente assunta con l’alimentazione, perché viene prodotta dal nostro organismo grazie a un meccanismo che si attiva con l’esposizione ai raggi del sole. Tuttavia, è importante integrarla nella dieta, soprattutto in alcune condizioni particolari, come la gravidanza o nello sviluppo. Tra i primi ad avvalorare la tesi, lo studio norvegese condotto a marzo su 15 mila persone ha mostrato laddove vi era un consumo abituale dell'olio di fegato di merluzzo, fonte di vitamina D, c’erano anche i meno esposti al virus e coloro che l'avevano contratto avevano sviluppato una forma più lieve della malattia. «A mio parere, è chiaro che la vitamina D potrebbe non solo proteggere dalla gravità della malattia, ma potrebbe anche proteggere contro le infezioni» sottolinea il dottor Gareth Davies. «L'arricchimento alimentare - continua - avrebbe bisogno di un'attenta pianificazione per essere implementato in modo efficace, in particolare perché le persone ora stanno assumendo integratori. Scegliere gli alimenti giusti da fortificare dovrebbe essere fatto con attenzione».

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Nella stessa direzione va anche un recente studio condotto dall’Università della Cantabria a Santander in Spagna e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. Nella ricerca è stata sottolineata un’interessante correlazione tra le persone positive al coronavirus e ricoverate in ospedale con una carenza di vitamina D. L’indagine che si è sviluppata nel corso della prima ondata, ha dimostrato che otto persone su dieci avevano un’ipovitaminosi D. Inoltre, il quantitativo di vitamina D presente nell’organismo era inversamente proporzionale alla gravità di infiammazione e alle relative complicanze ovvero, minore era il livello di questo nutriente e maggiore era la criticità della diagnosi. Anche un altro studio spagnolo aveva evidenziato la carenza di vitamina D come fattore di rischio del Covid, evidenziando come oltre l’80% dei pazienti ricoverati per il virus presentasse una carenza di vitamina D. La ricerca condotta dall'équipe di scienziati guidati da José Hernàndez e pubblicata recentemente sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, ha evidenziato che nell’82,2% dei pazienti ricoverati in un ospedale spagnolo sono stati riscontrati scarsi livelli di vitamina D. «Se il ruolo protettivo della vitamina D fosse confermato un approccio preventivo potrebbe essere curare la carenza di questa vitamina, specialmente negli individui più suscettibili come gli anziani, i pazienti con altre malattie quali il diabete e il personale sanitario specie nei presidi di lunga degenza» precisa il professor Hernández.

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Altra indagine che era arrivata a conclusioni simili è quella condotta dall’Università di Chicago e pubblicata sul Journal of American Medical Association Network Open dove le persone con scarsi livelli di vitamina D potrebbero avere fino al 60% di probabilità in più di contrarre il coronavirus. «La vitamina D svolge un ruolo importante nel sistema immunitario», spiega il professor Meltzer. «Saranno necessari test clinici per dimostrare questi risultati – precisa l’esperto -, ma secondo i nostri dati la vitamina D, pur non rappresentando una garanzia come protezione dal coronavirus, sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave». Una teoria comune proposta anche in Italia, dove nel maggio scorso, Giancarlo Isaia e Enzo Medico, due docenti dell’Università di Torino, avevano parlato dei notevoli benefici della vitamina D come alleata nel contrasto alla pandemia. Lo studio dei ricercatori mostrava come molti pazienti ricoverati per Covid presentavano gravi carenze di vitamina D. Inoltre, studi precedenti, in particolare quello di un team di ricerca britannico composto da scienziati del The Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust e dell’Università dell’East Anglia avevano trovato un’associazione tra tasso di decessi superiore per COVID-19 e popolazioni con vitamina D carente.

L'importanza della "D" per la risposta immunitaria

Per questo è importante ricorrere al supporto di integratori alimentari per ovviare a questo deficit vitaminico. «La vitamina D è fondamentale per il nostro sistema immunitario perché coordina l’attività di tutte le sue cellule: sia quelle coinvolte nell’immunità innata che quelle dell’immunità adattativa» spiega Christian Orlando, biologo. «Il recettore per la Vitamina D – continua l’esperto - è particolarmente sviluppato nelle cellule del sistema immunitario. L’azione della Vitamina D è quella di modulare la risposta del nostro sistema immunitario ad esempio riduce il rischio di allergie, aumenta la protezione verso le infezioni ed ha anche un ruolo importante nella prevenzione delle patologie autoimmuni». Inoltre, evidenzia Orlando: «La letteratura scientifica, infatti, ha confermato la capacità della vitamina D di agire sulle cellule immuno-competenti, attivandole e studi recenti dimostrano come i livelli ematici di vitamina D influenzino la funzionalità dei macrofagi, cellule dell’immunità innata. A livello polmonare, in particolare, la presenza di un virus o batterio attiva i macrofagi, che inviano stimoli per promuovere l’attivazione della vitamina D e l’espressione dei suoi recettori VDR: in questo modo induce la produzione di citochine e varie molecole coinvolte nell’infiammazione, con lo scopo di eliminare il microrganismo invasore». «Per quanto riguarda l’immunità adattativa, invece la vitamina D, accumulata nelle cellule del tessuto adiposo (gli adipociti), passa nel circolo linfatico e raggiunge i linfonodi. Qui lega i propri recettori VDR all’interno dei linfociti B, stimolando la produzione di anticorpi» conclude il biologo.

RIPRODUZIONE RISERVATA LIFE 120 © Copyright A.R.

 

Per approfondimenti:

The Guardian "Add vitamin D to bread and milk to help fight Covid, urge scientists"

ANSA "Covid: carenza vitamina D per oltre 80% pazienti ricoverati"

Queen Mary University "Clinical trial to investigate whether vitamin D protects against COVID-19"

ISS "COVID-19: la vitamina D potrebbe cooperare con l’interferone nella risposta antivirale"

Today "Coronavirus e Vitamina D: la ricerca sull'olio di merluzzo e Covid-19"

Journal of American Medical Association Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19"

Università di Torino "Possibile ruolo preventivo e terapeutico della vitamina D nella gestione della pandemia da COVID-19"

Leggo "Covid, 8 pazienti su 10 ricoverati in ospedale erano carenti di vitamina D"

Giornale di Brescia "Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti ricoverati"

Corriere del Ticino "Carenza di vitamina D nell’80% dei pazienti COVID"

JAMA Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19 Test Results"

Corriere della Sera "La carenza di vitamina D potrebbe avere un ruolo in Covid-19?"

AGI "Le carenze di vitamina D potrebbero aumentare la vulnerabilità al Covid"

Fanpage "La vitamina D riduce il rischio di COVID-19, lo conferma un nuovo studio"

Dire "Il 60% dei bambini ha carenza di vitamina D"

Corriere Nazionale "Il 60% dei bambini soffre di carenza di vitamina D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti

Covid: aumenta il rischio del 60% con carenza di vitamina D

SOS ipovitaminosi. Il 60% dei bambini con carenza di vitamina D

Cuore e vitamina D: riduce il rischio di infarto e le complicanze future

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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500mila l’anno in Italia. Scatta l’SOS per le fratture da fragilità. In pole position, sicuramente tra le più temibili e quelle a cui prestare particolare attenzione c’è proprio quella del femore che spesso coinvolge anche vertebre, mani, polsi, braccia e caviglie. Ma poi si sa, i guai non vengono mai da soli. Difatti a questa condizione critica si accompagna molto spesso conseguenze e fastidi non trascurabili con ripercussioni su altre parti del nostro corpo. Quindi ossa delicate come “porcellana” non sono poi una rarità, soprattutto quando si soffre di osteoporosi. Tra i primissimi segnali di questa patologia e, di conseguenza, di uno scheletro più debole, c’è quasi sempre una frattura. Infatti, quando le ossa perdono massa e diventano sempre più porose può bastare poco a romperle. Il risultato? Una disabilità grave e permanente senza considerare la notevole difficoltà nel quotidiano, in primis la perdita di autonomia, fino ad arrivare perfino a un incremento della mortalità, soprattutto nel caso delle fratture di femore, in cui il tasso di letalità nell’anno successivo oscilla tra il 15 e il 25%. Tuttavia, evitarle è possibile attraverso un’adeguata prevenzione seguita da buone abitudini.

L'OSTEOPOROSI, dalle vere cause ai rimedi naturali

Diversi meccanismi d’azione contribuiscono alla prevenzione con l’obiettivo di fondo di incidere sul processo di rimodellamento osseo. Infatti, se da un lato il tessuto osseo viene continuamente riassorbito, dall’altro si adopera per una sua ricostruzione. In pratica, l’importante è riuscire a mantenere un rapporto bilanciato e che non porti, quindi, a una perdita di massa e di conseguenza a un’eccessiva fragilità. «Innanzitutto abbiamo la vitamina D: [...] va sempre assunta come supplemento con qualsiasi tipo di terapia perché è fondamentale per la mineralizzazione ossea», spiega al Corriere della Sera Maria Luisa Brandi, presidente della Fondazione Firmo per le Malattie delle Ossa. Maggiore propensione alle fratture? Ecco chi rischia di più. Sicuramente anziani, donne dopo la menopausa, pazienti con menopausa precoce o amenorrea, chi ha parenti stretti con osteoporosi, chi segue terapie che potrebbero portare a osteoporosi come le cure croniche a base di cortisonici oppure quelle ormonali a seguito di un tumore al seno.

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La salute delle ossa a tavola e all'aperto

«L'osteoporosi – si legge in una nota del Ministero della Salute - è una malattia sistemica dell'apparato scheletrico, caratterizzata da una bassa densità minerale e dal deterioramento della micro-architettura del tessuto osseo, con conseguente aumento della fragilità ossea legato prevalentemente all’invecchiamento. Questa situazione porta, conseguentemente, a un aumentato rischio di frattura (in particolare di vertebre, femore, polso, omero, caviglia) per traumi anche minimi. Inoltre, l’incidenza di fratture da fragilità aumenta all’aumentare dell’età, soprattutto nelle donne. Nel corso della vita, circa il 40% della popolazione incorre in una frattura di femore, vertebra o polso. I più colpiti poi, sono gli over 65. In Italia, il 23% delle donne oltre i 40 anni e il 14% degli uomini con più di 60 anni è affetto da osteoporosi e questi numeri sono in continua crescita, soprattutto in relazione all'aumento dell'aspettativa di vita. Si stima che in Italia l’osteoporosi colpisca circa 5.000.000 di persone, di cui l’80% sono donne in post menopausa. Le fratture da fragilità per osteoporosi hanno rilevanti conseguenze, sia in termini di mortalità che di disabilità motoria, con elevati costi sia sanitari sia sociali. La mortalità da frattura del femore è del 5% nel periodo immediatamente successivo all’evento e del 15-25% a un anno. Nel 20% dei casi si ha la perdita definitiva della capacità di camminare autonomamente e solo il 30-40% dei soggetti torna alle condizioni precedenti la frattura».

VITAMINA D e OSTEOPOROSI: la correlazione che non tutti conoscono

Inoltre, per proteggere la salute dell’osso è fondamentale il contributo dell’alimentazione, equilibrata e corretta oltre a uno stile di vita sano. Non solo per anziani e donne in menopausa, s’intende. Per "costruire l’osso" in età pediatrica è molto importante l’assunzione di calcio e vitamina D, ma quantità adeguate di questi nutrienti con la dieta sono necessarie anche successivamente, per minimizzare la perdita della massa ossea, in entrambi i sessi. E allora vediamo come intervenire. Cinque mosse per preservare le ossa in salute: mantenere uno stile di vita sano e svolgere regolarmente attività fisica, seguire una dieta varia ed equilibrata per prevenire e contrastare sovrappeso e obesità, integrare l’alimentazione con calcio e vitamina D, ridurre il consumo di sale (che contribuisce all’aumento dell’eliminazione del calcio con l’urina). E ancora, non fumare e limitare il consumo di alcolici. Insomma, aiuta le tue ossa! A tavola, con cibo e integratori, come all’aperto, con attività fisica e sole.

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Per approfondimenti:

Corriere della Sera "Fratture da fragilità: quelle del femore sono le più temibili"

Ministero della Salute "Osteoporosi"

Ministero della Salute "La probabilità di ammalarsi di osteoporosi aumenta con l’aumentare dell’età [...]"

Che Donna "Come prevenire l’osteoporosi | mettiamo più calcio e magnesio a tavola"

Ministero della Salute "Prevenzione delle fratture da fragilità"

PubMed "Compromised Vitamin D Status Negatively Affects Muscular Strength and Power of Collegiate Athletes"

Grazia "La dieta del magnesio fa dimagrire e rinforza le ossa: ecco come seguirla"

MDPI "Special Issue "Vitamin D and Sport Performance"

PubMed "The Effect of Vitamin D Supplementation in Elite Adolescent Dancers on Muscle Function and Injury Incidence: A Randomised Double-Blind Study"

MDPI "Vitamin D and Sport Performance"

Gazzetta dello Sport "Vitamina D: preziosa per ossa, muscoli e prestazioni sportive"

Quotidiano "Vitamina D, il segreto delle prestazioni sportive"

LEGGI ANCHE: Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

Magnesio, rinforza ossa e muscoli: tanti benefici e zero controindicazioni

Vitamina D, gli scienziati: dopo l'isolamento, "bagni di sole" e integrazione

Pubblicato in Informazione Salute

Dalle cellule della mucosa a quelle del sistema immunitario, dai neuroni alla microflora batterica che contiene circa 400-500 specie batteriche, fino ai nutrienti ingeriti con gli alimenti. L’ecosistema intestinale è essenziale per regolare gran parte delle funzioni gastrointestinali. Funzione fondamentale poiché le alterazioni delle relazioni tra i vari componenti dell’ecosistema favoriscono l’insorgenza di alcune patologie umane. Tra le molecole degne di interesse nutrizionale sicuramente le fibre vegetali, preziose nell’alimentazione umana e nella prevenzione delle patologie cronico-degenerative. Dalla fermentazione poi, messa in atto grazie agli enzimi batterici, si originano tre tipologie di acidi carbossilici a catena corta (short chain fatty acids): l’acido propionico (C3), il butirrico (C4), il valerato (C5) e il gas (anidride carbonica, metano, idrogeno).

BURRO, PANNA e GRASSI SATURI: amici della salute e del cuore 

Tra gli acidi a catena corta quello su cui più si è concentrata la ricerca è senza dubbio l’acido butirrico, a cui sono stati attribuiti diversi ruoli fisiologici. Questi studi hanno dimostrato che l’acido butirrico regola il trasporto di fluidi, protegge i colonociti dallo stress ossidativo, influenza la motilità lungo il tratto gastrointestinale, modula la proliferazione cellulare e il differenziamento cellulare, regola inoltre, l’espressione genica. La produzione di acido butirrico svolge un ruolo importante. Considerati i notevoli stimoli a cui è continuamente esposto il colon, infatti, dalla maggiore produzione di butirrato, potrebbe scaturire una resistenza più incisiva contro stimoli tossici migliorando così la funzione della barriera intestinale. Ma c’è dell’altro! Indagini recenti hanno evidenziato che gli acidi a corta catena dopo essere stati assorbiti a livello intestinale, influenzano anche fegato e tessuti extraeptici.

Prezioso alleato a scopo preventivo e curativo


«L'acido butirrico è un acido grasso saturo, non essenziale, che si trova principalmente nel latte dei ruminanti (2-4%), e solo in tracce in quello di donna» spiega Christian Orlando, biologo. Gli acidi grassi a catena corta prodotti dai batteri intestinali, in particolare l’acido butirrico, sono essenziali per mantenere l’intestino in salute, proteggendolo così da infiammazioni e prevenendo l’insorgenza di tumori. Inoltre, il microbiota mantiene il sistema immunitario costantemente attivo. Questo avviene poiché, un microbiota ricco di batteri capaci di digerire e fermentare i flavonoidi contenuti nella frutta e nella verdura promuove la produzione di sostanze che hanno effetti protettivi sulla salute cardiovascolare. Difatti, alimenti ricchi di acidi grassi saturi e cibi eccessivamente calorici stimolano, invece, la proliferazione di ceppi di batteri che promuovono l’infiammazione. Inoltre, alcune sostanze prodotte dal microbiota intestinale sembrerebbero addirittura coinvolte nella regolazione non solo dell’appetito, ma anche dell’aumento di peso.

butirrico

«A livello intestinale – evidenzia l’esperto - l'acido butirrico presenta infatti un effetto paradosso. Se da un lato, insieme alla glutammina, rappresenta una fonte energetica importantissima per le cellule della mucosa intestinale, promuovendone la replicazione, dall'altro inibisce la proliferazione delle cellule cancerose, con possibile effetto protettivo nei confronti del cancro al colon. La mucosa intestinale, rinnovando di continuo le sue cellule (gli enterociti vivono solo pochi giorni), ha esigenze nutrizionali imponenti e la sua funzionalità risulta essenziale per l'assorbimento selettivo ed adeguato dei nutrienti utili all'organismo, nonché per la protezione da svariate malattie. Un giusto quantitativo di acido butirrico è quindi necessario per la salute metabolica della mucosa del colon e più in generale dell'intero organismo. L’acido butirrico è anche prodotto dai batteri dell’intestino quando vengono consumati determinate fibre».


Potente antinfiammatorio contro gli attacchi patogeni

«L’acido butirrico – precisa il nutrizionista - sembra avere ottime proprietà anti-infiammatorie grazie alla capacità di sopprimere l’attività di alcune proteine che scatenano l’infiammazione, in particolare aiuta a controllare la risposta immunitaria regolando l’attività dei linfociti T. Le cellule T, attraverso un complesso meccanismo che si avvale di marcatori chiamati MHC, sono in grado di riconoscere e distruggere le cellule patogene risparmiando quelle sane; se però non funzionano correttamente il sistema immunitario può arrivare ad attaccare organi come il pancreas (diabete di tipo 1) o la tiroide». «Altri studi hanno evidenziato che l’acido butirrico aiuta a tenere sotto controllo il peso corporeo stimolando gli ormoni dell’intestino e aumentando la sintesi di leptina (importante nella regolazione dell’appetito). L’acido butirrico è risultato promettente anche nella lotta contro l’insulino-resistenza. In numerosi studi è stato riscontrato che il supplemento con butirrato migliora i livelli di glucosio, la sensibilità all’insulina e persino la funzione mitocondriale» conclude il nutrizionista.

 

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Per approfondimenti:

Fondazione Umberto Veronesi "Microbiota intestinale: in che modo può influenzare la salute?"

La Stampa "Burro chiarificato e i molti benefici per la salute!"

INRAN "Burro Chiarificato: cos’è e a cosa serve?"

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Mercoledì, 28 Ottobre 2020 18:00

Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti

8 pazienti su 10 ricoverati per Covid con carenza di vitamina D. Lo dimostra indica lo studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism e condotto in Spagna, dal gruppo di José Hernández, dell'Università della Cantabria a Santander. Difatti, questo prezioso nutriente è fondamentale per il corretto funzionamento del sistema immunitario, prima linea di difesa nel contrasto agli agenti esterni. Un dato rilevante, anche se riferito a un solo ospedale spagnolo, a conferma dei precedenti studi epidemiologici secondo cui la carenza di vitamina D è più diffusa in quei Paesi dove il coronavirus ha mostrato una carica virale maggiore, provocando di conseguenza più vittime. L’équipe di ricercatori ha riscontrato che oltre 8 pazienti su 10 ricoverati per Covid nell'ospedale spagnolo durante la prima ondata di contagi erano carenti di vitamina D. Tra questi, sono soprattutto uomini ovvero, quelli con una mortalità maggiore rispetto alle donne. Inoltre, dall’indagine condotta è emerso che, più marcata era la carenza vitaminica, maggiori erano i marcatori infiammatori legati a grave infezione nel sangue dei pazienti.

In sostanza, «se il ruolo protettivo della vitamina D contro la sindrome Covid 19 fosse confermato dal trial clinico attualmente in corso in Gran Bretagna – evidenzia Hernández -, un approccio preventivo contro questo virus potrebbe essere quello di sopperire all’ipovitaminosi D, in particolare per le persone più a rischio come anziani, pazienti con altre patologie come il diabete ed il personale sanitario nei presidi di lunga degenza, ovvero tutte le popolazioni più a rischio di ammalarsi di COVID-19 in forma grave e con complicanze». A sostenere la tesi che le persone con bassi livelli di vitamina D potrebbero essere più vulnerabili al coronavirus, anche lo studio pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open e condotto dagli esperti dell'Università di Chicago che hanno esaminato la relazione tra i livelli di vitamina D e la maggiore probabilità di contrarre COVID-19 . «La vitamina D svolge un ruolo importante nel sistema immunitario, assicurando la salute delle cellule T e dei macrofagi, che combattono le infezioni» spiega David Meltzer dell'Università di Chicago. L’esperto sottolinea che anche indagini precedenti avevano già evidenziato un legame tra livelli più bassi di vitamina D e tassi più elevati di malattie respiratorie, come asma, tubercolosi o infezioni virali capaci di compromettere la regolare attività polmonare. «Secondo i nostri dati, tuttavia - continua lo scienziato -, la vitamina D, […] sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave». L'équipe di ricercatori ha sottolineato che chi era carente aveva un rischio 1,77 volte superiore rispetto a chi aveva livelli adeguati.

Uno scudo naturale contro il contagio

Da sempre tra i principali fattori di rischio. Tra le diverse patologie associate a una maggiore esposizione al Covid, viene allocata sin dall’esordio di questa pandemia, anche l’ipovitaminosi D. Ora, un altro studio, sembrerebbe confermare l’aiuto offerto contro la SARS-CoV-2 da livelli adeguati di questa vitamina. Pertanto, come evidenziato dagli scienziati «è stato riscontrato che il trattamento con vitamina D riduce l'incidenza di infezioni virali delle vie respiratorie, specialmente nei pazienti con carenza di vitamina D». Inoltre, studi precedenti, in particolare quello di un team di ricerca britannico composto da scienziati del The Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust e dell’Università dell’East Anglia avevano trovato un’associazione tra tasso di decessi superiore per COVID-19 e popolazioni con vitamina D carente, mentre i professori Giancarlo Isaia dell’Accademia di Medicina di Torino ed Enzo Medico dell'Università degli Studi di Torino avevano rilevato una “elevatissima prevalenza di Ipovitaminosi D” nei pazienti con COVID-19 ricoverati nel capoluogo piemontese. 

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Questa vitamina rafforza l'immunità innata, quindi potrebbe portare a una riduzione dell’infezione. Tuttavia, la quantità di vitamina D presente in quello che mangiamo non è sufficiente, poiché bisognerebbe mangiare questi alimenti in quantità troppo elevata. «La sintesi di essa da parte dell’organismo, attivata dall’esposizione alla luce solare, contribuisce all’80-90% dell'apporto di vitamina D. La sua assunzione con gli alimenti copre il 10–20 % del fabbisogno. Ne consegue che l’assunzione con la sola dieta non è generalmente sufficiente a mantenere il giusto apporto di vitamina D» spiega Renato Masala, endocrinologo della piattaforma di esperti di Top Doctors. Per questo è importante ricorrere al supporto di integratori alimentari per ovviare a questo deficit vitaminico. «La vitamina D è fondamentale per il nostro sistema immunitario perché coordina l’attività di tutte le sue cellule: sia quelle coinvolte nell’immunità innata che quelle dell’immunità adattativa» spiega Christian Orlando, biologo. «Il recettore per la Vitamina D – continua l’esperto - è particolarmente sviluppato nelle cellule del sistema immunitario. L’azione della Vitamina D è quella di modulare la risposta del nostro sistema immunitario ad esempio riduce il rischio di allergie, aumenta la protezione verso le infezioni ed ha anche un ruolo importante nella prevenzione delle patologie autoimmuni».

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Inoltre, evidenzia Orlando: «La letteratura scientifica, infatti, ha confermato la capacità della vitamina D di agire sulle cellule immuno-competenti, attivandole e studi recenti dimostrano come i livelli ematici di vitamina D influenzino la funzionalità dei macrofagi, cellule dell’immunità innata. A livello polmonare, in particolare, la presenza di un virus o batterio attiva i macrofagi, che inviano stimoli per promuovere l’attivazione della vitamina D e l’espressione dei suoi recettori VDR: in questo modo induce la produzione di citochine e varie molecole coinvolte nell’infiammazione, con lo scopo di eliminare il microrganismo invasore». «Per quanto riguarda l’immunità adattativa, invece la vitamina D, accumulata nelle cellule del tessuto adiposo (gli adipociti), passa nel circolo linfatico e raggiunge i linfonodi. Qui lega i propri recettori VDR all’interno dei linfociti B, stimolando la produzione di anticorpi» conclude il biologo.

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Per approfondimenti:

ANSA "Covid: carenza vitamina D per oltre 80% pazienti ricoverati"

Leggo "Covid, 8 pazienti su 10 ricoverati in ospedale erano carenti di vitamina D"

Giornale di Brescia "Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti ricoverati"

Corriere del Ticino "Carenza di vitamina D nell’80% dei pazienti COVID"

JAMA Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19 Test Results"

Corriere della Sera "La carenza di vitamina D potrebbe avere un ruolo in Covid-19?"

AGI "Le carenze di vitamina D potrebbero aumentare la vulnerabilità al Covid"

Fanpage "La vitamina D riduce il rischio di COVID-19, lo conferma un nuovo studio"

Dire "Il 60% dei bambini ha carenza di vitamina D"

Corriere Nazionale "Il 60% dei bambini soffre di carenza di vitamina D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Covid: aumenta il rischio del 60% con carenza di vitamina D

SOS ipovitaminosi. Il 60% dei bambini con carenza di vitamina D

Cuore e vitamina D: riduce il rischio di infarto e le complicanze future

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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Dalla paura dell’influenza a quella per il Covid. Con l’inverno ormai alle porte, è importante non farsi trovare impreparati e la prima cosa da fare è quella di aumentare la nostra difesa immunitaria. Al via con un potente alleato: il cibo. Tassello prezioso nella lotta contro i virus è proprio l’alimentazione. «In teoria il nostro sistema immunitario dovrebbe produrre tutte le difese che ci riparano dai virus. Per questo dobbiamo lavorare sul sistema immunitario combattendo gli stress ossidativi. Un discorso che riguarda soprattutto chi pratica sport a livello intenso, ma non solo», spiega a Gazzetta Act!ve la dottoressa Emanuela Russo, dietista INCO (Istituto Nazionale per la Cura dell’Obesità) dell’IRCCS Policlinico San Donato di Milano. E ancor più chi, una dieta ricca di antiossidanti, è consigliata soprattutto a chi pratica quotidianamente attività fisica ed è sottoposto a un articolare stress ossidativo. Queste persone, infatti, dovrebbero prestare maggiore attenzione all’alimentazione. «Quando ci si allena intensamente si provoca uno stress ossidativo importante, che può esporre maggiormente ai virus».


La nutrizionista suggerisce innanzitutto di includere nella dieta una componente fondamentale per potenziare il nostro sistema immunitario: gli antiossidanti. «Proprio per contrastare lo stress ossidativo bisogna lavorare prima di tutto sugli antiossidanti. Fondamentale è la vitamina C o acido ascorbico. Questa vitamina va a lavorare in maniera positiva a livello di difese immunitarie perché va a ridurre la produzione di radicali liberi. Dovremmo assumerne almeno un grammo al giorno tutti i giorni». Questo nutriente è noto per il suo effetto antiossidante e immunomodulante. Un concentrato di proprietà nutritive benefiche per il nostro organismo. rinforza le difese immunitarie, contrasta i radicali liberi e protegge dalle infezioni. La vitamina C interviene nella formazione di ossa, pelle e denti, sostiene l’attività muscolare, partecipando alla produzione di energia a livello cellulare. «La vitamina C è fondamentale per il mantenimento dell’integrità delle barriere mucosali, ad esempio nel tratto gastrointestinale e respiratorio – spiega Salamone – supporta infatti la sintesi del collagene e protegge le membrane cellulari allo stress ossidativo. È coinvolta nella regolazione delle cellule immunitarie, potenzia l’azione dei linfociti natural killer e l’attività dei macrofagi, e promuove la sintesi di anticorpi».

Più forti con gli antiossidanti


A, B, C e D. Tra gli altri nutrienti importanti non poteva certo mancare la “vitamina del sole”. «La vitamina D, che sappiamo essere contenuta in pochi alimenti come latte, formaggi, tuorlo d’uovo, olio di fegato di merluzzo, pesci grassi (come sgombro, sardina, salmone) – spiega la nutrizionista nell’intervista alla Gazzetta Act!ve -, ma la abbiamo soprattutto esponendoci al sole, oppure attraverso integrazioni. Un livello di vitamina D basso porta anche ad una maggiore predisposizione ad alcune patologie come la dermatite atopica o il morbo di Crohn: alti livelli di vitamina D riducono le recidive e tengono sottotono la parte acuta di queste patologie. Questo nutriente è, infatti, indispensabile per rafforzare la risposta immunitaria contro gli attacchi esterni, ma anche per rendere più forti e sani sia i denti che le ossa. Inoltre favorisce la prevenzione di numerose malattie cronico-degenerative oltre al metabolismo del calcio. La vitamina D è quasi sempre insufficiente e spesso va integrata separatamente. Proprio per questo può essere assunta come alimento solo in minima parte, il resto è prodotto grazie all’esposizione alla radiazione solare, in particolare ai raggi UVB. Quindi, non dimentichiamo di stare al sole il più possibile per fare il pieno di questa preziosa vitamina. È poi importante la vitamina E. E ancora: il betacarotene, precursore della vitamina A. E’ presente nell’olio di fegato di merluzzo, nelle carote, nella zucca, nelle albicocche secche, nel cavolo verde, nel broccolo, nel cavolfiore e nelle verdure a foglia larga». 

cibi ricchi di antiossidanti

Oltre alle vitamine c’è di più! Contribuiscono a rinforzare le nostre difese anche due preziosi minerali come lo zinco e il selenio. «Zinco e selenio sono minerali importanti per la loro attività antiossidante e anche la glutammina e l'arginina, aminoacidi che lavorano proprio contro lo stress ossidativo». Altro importante modulatore della risposta immunitaria è proprio lo zinco a cui si attribuisce la capacità di rimarginare rapidamente le ferite (comprese le ulcere e i danni alle arterie), di aiutare a prevenire i raffreddori (migliora la risposta immunitaria), di migliorare la vista, di migliorare l’odore corporeo, di combattere l’acne e l’ingrossamento prostatico» si legge nel libro Vivere 120 anni: le verità che nessuno vuole raccontarti di Adriano Panzironi. E ancora, il nostro sistema immunitario necessita anche dell’apporto giornaliero di selenio. «[…] utilizzato per fluidificare il sangue, regolare, regolare le prostaglandine e la viscosità delle piastrine, prevenendo malattie coronariche, l'ictus e l'insufficienza cardiaca. Tale minerale è funzionale per il sistema immunitario» si legge nel libro.

INTEGRAZIONE ALIMENTARE, preziosa per il benessere psicofisico

A tal proposito, e ancor più, per evitare di incorrere in queste carenze, sarebbe buona abitudine giocare d’anticipo, bilanciando la dieta con determinati nutrienti e con i preziosi integratori alimentari al fine di fornire al nostro corpo la "benzina" necessaria. Ovviamente, «non esiste una regola per l’assunzione, l’integratore va usato finché ce n’è bisogno (ovvero, laddove necessario, anche per sempre). Normalmente si assumo con dei cicli, [...] ma bisogna essere consapevoli che i benefici non durano per sempre, ma solo durante l’integrazione» spiega a Vanity Fair, Filippo Ongaro, ex medico degli astronauti ed esperto in nutrizione ed integratori. Anche se non ci sono integratori stagionali, né quelli maggiormente indicati per l’estate o per l’inverno, non dimentichiamo che ci sono, tuttavia, integratori alimentari specifici per colmare particolari carenze oltre, ovviamente, ai segnali che emette il nostro corpo in risposta alle diverse condizioni esterne. Questi integratori ci aiutano ad avere valori sempre ottimali, e quindi, l’organismo ben protetto e, il valore ottimale di alcuni nutrienti nell'organismo è fondamentale per avere un sistema immunitario capace di proteggerci anche da virus e influenze stagionali. «I principali micronutrienti classici che sostengono il normale funzionamento del sistema immunitario e le difese naturali sono vitamina C, vitamina D, zinco, selenio e magnesio», spiega Maurizio Salamone, direttore scientifico di Metagenics Italia. «Oltre a questi, numerosi studi clinici hanno mostrato che alcuni principi attivi contenuti negli estratti di piante come la curcuma e l’echinacea possono modulare o stimolare le difese immunitarie».

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Per approfondimenti:

Gazzetta Act!ve "Cosa mangiare per aumentare le difese immunitarie? La dietista: “Vitamina C, D, ma anche zinco e…"

Vanity Fair "Gli integratori per rinforzare il sistema immunitario"

Vanity Fair "Integratori alimentari: quando assumerli e quali scegliere in estate"

Grazia "Cosa mangiare in estate per proteggere la pelle e fare il pieno di vitamine"

Vanity Fair "I migliori integratori per le difese immunitarie"

Il Faro "Quali superfood per un’estate piena di energia"

Sapere Salute "Un’estate vitaminica"

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Le persone con bassi livelli di vitamina D potrebbero essere più vulnerabili al coronavirus. È quanto evidenzia lo studio pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open e condotto dagli esperti dell'Università di Chicago che hanno esaminato la relazione tra i livelli di vitamina D e la maggiore probabilità di contrarre COVID-19 . «La vitamina D svolge un ruolo importante nel sistema immunitario, assicurando la salute delle cellule T e dei macrofagi, che combattono le infezioni» spiega David Meltzer dell'Università di Chicago. L’esperto sottolinea che anche studi precedenti avevano già evidenziato un legame tra livelli più bassi di vitamina D e tassi più elevati di malattie respiratorie, come asma, tubercolosi o infezioni virali capaci di compromettere la regolare attività polmonare. «Secondo i nostri dati, tuttavia - continua lo scienziato -, la vitamina D, […] sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave». L'équipe di ricercatori ha sottolineato che chi era carente aveva un rischio 1,77 volte superiore rispetto a chi aveva livelli adeguati.

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Inoltre, non dimentichiamo che, la vitamina D viene sintetizzata attraverso la luce solare. «I livelli più alti di melanina – osserva ancora il ricercatore - sono associati a una maggiore difficoltà di assorbire la vitamina D, per cui abbiamo voluto verificare la correlazione tra la tonalità della pelle e l'incidenza di coronavirus». L’indagine è stata condotta su un campione di 489 persone, il 68% delle quali non aveva la pelle bianca. Dai risultati è emerso che il 25% (124 partecipanti) dei soggetti presentava livelli più bassi di vitamina D, sufficiente il livello registrato per il 59% (287 partecipanti) e incerto per il 16% (78 partecipanti). «Tra coloro che avevano tassi più elevati di vitamina D - prosegue l'autore - il 15% (71 partecipanti) è risultato positivo al coronavirus, mentre nel gruppo dei partecipanti con livelli più bassi la percentuale saliva al 19%». Inoltre, gli esperti della Mayo Clinic, un'organizzazione non-profit per la pratica e ricerca medica statunitense, raccomandano di assumere almeno 600 unità di vitamina D, prendendo il sole o assumendo integratori. «La sola vitamina D non rappresenta certamente un fattore influente al 10%, ma potrebbe svolgere un ruolo nell'organismo che ancora non comprendiamo» precisa Meltzer. Il risultato positivo è stato poi associato con altri fattori di rischio quali l'aumento dell'età, razza non bianca.

Ipovitaminosi e aumento di vulnerabilità al Covid

Da sempre tra i principali fattori di rischio. Tra le diverse patologie associate a una maggiore esposizione al Covid, viene allocata sin dall’esordio di questa pandemia, anche l’ipovitaminosi D. Ora, un nuovo studio, sembrerebbe confermare l’aiuto offerto contro il SARS-CoV-2 da livelli adeguati di questa vitamina. Pertanto, come evidenziato dagli scienziati nell’abstract dello studio «è stato riscontrato che il trattamento con vitamina D riduce l'incidenza di infezioni virali delle vie respiratorie, specialmente nei pazienti con carenza di vitamina D». Studi precenti, in particolare quello di un team di ricerca britannico composto da scienziati del The Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust e dell’Università dell’East Anglia avevano trovato un’associazione tra tasso di decessi superiore per COVID-19 e popolazioni con vitamina D carente, mentre i professori Giancarlo Isaia dell’Accademia di Medicina di Torino ed Enzo Medico dell'Università degli Studi di Torino avevano rilevato una “elevatissima prevalenza di Ipovitaminosi D” nei pazienti con COVID-19 ricoverati nel capoluogo piemontese. I dettagli della nuova ricerca americana sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica JAMA Open Netowrks.

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Se la vitamina D riduce l'incidenza di COVID-19, si è tentati di considerare che forse potrebbe ridurre anche la sua trasmissione. Questa vitamina rafforza l'immunità innata, quindi potrebbe diminuire di conseguenza l’infezione. Inoltre, influisce anche sul metabolismo dello zinco, che riduce la replicazione dei coronavirus. Tuttavia, prevenire l’ipovitaminosi D è possibile. Le fonti naturali di approvvigionamento di vitamina D sono sostanzialmente due: la luce solare e gli alimenti. Il cibo è la seconda fonte: succo d’arancia, uova, fegato e olio di merluzzo. Tuttavia, la quantità di vitamina D presente in quello che mangiamo è di per sé insufficiente ad ovviare questo deficit vitaminico, poiché bisognerebbe mangiare questi cibi in quantità troppo elevata. Da qui la necessita di avvalersi del prezioso sostegno degli integratori. «La sintesi di essa da parte dell’organismo, attivata dall’esposizione alla luce solare, contribuisce all’80-90% dell'apporto di vitamina D. La sua assunzione con gli alimenti copre il 10–20 % del fabbisogno. Ne consegue che l’assunzione con la sola dieta non è generalmente sufficiente a mantenere il giusto apporto di vitamina D» spiega Renato Masala, endocrinologo della piattaforma di esperti di Top Doctors.

Ruolo della vitamina D sul sistema immunitario e nelle malattie dermatologiche

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Per approfondimenti:

JAMA Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19 Test Results"

Corriere della Sera "La carenza di vitamina D potrebbe avere un ruolo in Covid-19?"

AGI "Le carenze di vitamina D potrebbero aumentare la vulnerabilità al Covid"

Fanpage "La vitamina D riduce il rischio di COVID-19, lo conferma un nuovo studio"

Dire "Il 60% dei bambini ha carenza di vitamina D"

Corriere Nazionale "Il 60% dei bambini soffre di carenza di vitamina D"

Fondazione Veronesi "Sette italiani su dieci sono sotto i livelli minimi di questo prezioso micronutriente con grave rischio di osteoporosi"

Il Giornale "Tintarella salvavita: da 15' di sole vitamina D come 100 uova"

Ansa "Salute: importante ruolo vitamina D in infartuati"

Meteo Web "Infarto, importante ruolo della vitamina D: una carenza può aumentare il rischio"

Fanpage "Cancro, vitamina D e Omega-3 riducono il rischio di morte e infarto"

Quotidiano di Ragusa "Carenza di vitamina D? A rischio infarto"

Meteo Web "La vitamina D può aiutare a prevenire l’insufficienza cardiaca dopo un infarto"

Onco News "Legame tra infarto miocardico e deficit di Vitamina-D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: SOS ipovitaminosi. Il 60% dei bambini con carenza di vitamina D

Cuore e vitamina D: riduce il rischio di infarto e le complicanze future

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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Al via con il decalogo della vitamina D. «Il 60% dei bambini italiani ha una ipovitaminosi: una carenza di vitamina D. Una percentuale molto alta che deve far riflettere noi clinici. I fattori di rischio sono: ridotta esposizione alla luce solare, elevata pigmentazione cutanea, allattamento al seno esclusivo senza profilassi, adolescenza e obesità» spiega in un’intervista a Dire Giuseppe Saggese, professore ordinario di Pediatria all’Università di Pisa (Unipi) e direttore responsabile di ‘Sipps’, la rivista ufficiale della Società italiana di Pediatria preventiva e sociale. Non solo l’infanzia, infatti, anche l’adolescenza è una fase a rischio ipovitaminosi D. Questo fenomeno è dovuto soprattutto dall’elevato numero di ore, nell’arco della giornata, che i ragazzi trascorrono a casa tra social network e serie televisive a discapito delle passeggiate all'aria aperta e sotto al sole. Altro fattore di rischio e strettamente correlato con l’ipovitaminosi è l’obesità. Infatti, l’insuccesso della perdita di peso potrebbe essere dovuto a una carenza di vitamina D. Numerosi studi dimostrano che i soggetti obesi o in sovrappeso presentano bassissimi valori di vitamina D nel sangue. In altre parole, riportare la vitamina D a livelli ottimali promuove la perdita di peso, potenzia gli effetti di una dieta ipocalorica e migliora il profilo metabolico. Quindi, «tutte le persone obese dovrebbero controllare i propri livelli di vitamina D e, in caso di deficit, assumere supplementi» spiega Luisella Vigna, a capo dell’indagine e responsabile del Centro Obesità e Lavoro del Dipartimento di Medicina Preventiva, Clinica del lavoro dell’Ospedale Maggiore Policlinico. Inoltre, aggiunge l’esperto nell’intervista  a Dire «la vitamina D svolge un’azione precisa e specifica a livello scheletrico e, in caso di carenza, possono presentarsi problemi di rachitismo e un difetto di acquisizione di massa ossea».

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Ovviamente non sono esclusivamente i più piccoli a soffrire di questo deficit. Ben il 70% degli italiani presenta una carenza di questo prezioso micronutriente con il conseguente rischio di osteoporosi. Percentuale che sale al 100% per le persone ospedalizzate. Prevenire l’ipovitaminosi D? Le fonti naturali di approvvigionamento di vitamina D sono due, la luce solare e gli alimenti. Il cibo è la seconda fonte: succo d’arancia, uova, fegato e olio di merluzzo. Tuttavia, la quantità di vitamina D presente in quello che mangiamo è di per sé insufficiente ad ovviare questo deficit, poiché bisognerebbe mangiare questi cibi in quantità troppo elevata. Da qui la necessita di avvalersi del prezioso sostegno degli integratori. «La sintesi di essa da parte dell’organismo, attivata dall’esposizione alla luce solare, contribuisce all’80-90% dell'apporto di vitamina D. La sua assunzione con gli alimenti copre il 10–20 % del fabbisogno. Ne consegue che l’assunzione con la sola dieta non è generalmente sufficiente a mantenere il giusto apporto di vitamina D» spiega Renato Masala, endocrinologo della piattaforma di esperti di Top Doctors. Inoltre, non dimentichiamo che, non solo la sua carenza è associata a un aumentato rischio di infarto miocardico e relativa insufficienza cardiaca acuta, ma ne peggiora addirittura gli esiti e le conseguenze.

Il decalogo della vitamina D

1) La vitamina D è un fattore importante per la salute del bambino e dell’adolescente;
2) La principale fonte di approvvigionamento di vitamina D è rappresentata dall’esposizione alla luce solare. La dieta fornisce quantità trascurabili di Vitamina D;
3) La maggioranza degli organismi scientifici internazionali considera come sufficienti/normali i valori di vitamina D (25-OH-D) = 30 ng/m (=75 nmol/L), insufficienti i valori compresi tra 20 e 30 ng/ml (50 – 75 nmol/L) e come indicativi di deficit quelli =20 ng/ml (= 50 nmol/L), (deficit severo = 12 ng/ml: =30 nmol/L);
4) E’ stata dimostrata un’elevata prevalenza di ipovitaminosi D (= 30 ng/ml = insufficienza + deficit) in età pediatrica. I principali fattori di rischio sono: ridotta esposizione al sole, elevata pigmentazione cutanea, allattamento al seno esclusivo senza profilassi, adolescenza, obesità, specifiche patologie (es. insufficienza epatica o renale), farmaci interferenti con il metabolismo della vitamina D (es.antiepilettici, corticosteroidi);
5) La vitamina D svolge un’azione favorevole e ben definita a livello scheletrico. Il deficit di vitamina D influenza negativamente la salute ossea del bambino e dell’adolescente potendo determinare rachitismo e alterazione del processo di acquisizione della massa ossea;

Il 60% dei bambini ha carenza di vitamina D

                                                                         

6) La Vitamina D svolge diverse azioni extra-scheletriche, contribuendo in particolare alla regolazione del sistema immunitario. L’ipovitaminosi D è stata associata ad un aumentato rischio di infezioni respiratorie e a un peggiore controllo dell’asma. Al momento, nonostante l’interesse degli studi, l’eterogeneità degli stessi non permette di evidenziare un ruolo causale e/o terapeutico della vitamina D in tali condizioni patologiche;
7) Il dosaggio della vitamina D non è indicato di routine, ma deve essere limitato ai casi con patologie scheletriche o altre condizioni in cui è clinicamente lecito sospettare una ipovitaminosi D. I risultati del dosaggio devono essere individualizzati nel singolo bambino in quanto sono influenzati da diversi fattori come il periodo dell’anno, l’esposizione al sole, l’ernia, l’indice di massa corporea, fattori genetici e la metodica di dosaggio;
8) Nel primo anno di vita tutti i bambini devono ricevere la profilassi con 400 UI di Vitamina D, indipendentemente dal tipo di allattamento. Il nato pretermine (peso > 1.500 gr) necessita di dosi superiori (600-800 UI/die) fino al compimento di un’età post-concezionale pari a 40 settimane;
9) Dopo il primo anno di vita, la profilassi (600 UI/die) deve essere individualizzata in base alla presenza o meno di fattori di rischio: durante il periodo invernale in Italia non è attiva la sintesi cutanea di vitamina D; particolare attenzione deve essere rivolta al periodo adolescenziale, quando si realizza il picco di massa ossea. Il mandato del pediatra è quello di valutare clinicamente (anamnesi, es. clinico) l’opportunità della supplementazione, in modo particolare da novembre ad aprile;
10) L’assunzione di adeguati apporti di calcio è fondamentale per la salute ossea di bambini e adolescenti.

Ipovitaminosi: tra rischi e patologie

Numerosi studi dimostrano la maggiore efficacia della vitamina D nella prevenzione delle malattie. Nella lunga lista di patologie causate dalla deficienza di questa vitamina possiamo elencare: infezioni respiratorie acute, anafilassi, anemia, ansia, artrite, asma, arteriosclerosi, autismo, malattie autoimmuni, disordine bipolare, danni cerebrali, densità del tessuto mammario, fatica e dolore cronico, abilità cognitive, raffreddori, livelli della proteina C-reattiva, morbo di Crohn, fibrosi cistica, carie, depressione, diabete, dislessia, eczema, epilessia, fibromialgia, influenza, fratture, emicrania, problemi cardiaci, colesterolo alto, HIV/AIDS, ipertensione, disfunzioni del sistema immunitario, infiammazioni, infiammazioni intestinali, insonnia, patologie renali, leucemia, lombalgia, melanoma, meningite, sindrome metabolica, sclerosi multipla, miopia, dolori muscolari, obesità, osteoporosi, morbo di Parkinson, polmonite, psoriasi, schizofrenia, ictus, tubercolosi, etc…

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Questo fondamentale nutriente ha un effetto benefico anche sulla longevità ed è fondamentale per il corretto funzionamento del sistema cardiocircolatorio e per la protezione di cuore e cervello, oltre ad essere utile per aumentare le difese del sistema immunitario, riducendo così il rischio di ammalarsi. Inoltre, previene gravi patologie tra cui diversi tipi di tumori ed è essenziale per il sistema nervoso. In ultimo, ma non meno importante, la vitamina D contribuisce anche alla riduzione di ansia e depressione. Quindi non solo per rinforzare la risposta, ma come miglior difesa contro ogni malattia e componente cruciale del nostro sistema immunitario.

Ruolo della vitamina D sul sistema immunitario e nelle malattie dermatologiche

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Per approfondimenti:

Dire "Il 60% dei bambini ha carenza di vitamina D"

Corriere Nazionale "Il 60% dei bambini soffre di carenza di vitamina D"

Fondazione Veronesi "Sette italiani su dieci sono sotto i livelli minimi di questo prezioso micronutriente con grave rischio di osteoporosi"

Il Giornale "Tintarella salvavita: da 15' di sole vitamina D come 100 uova"

Ansa "Salute: importante ruolo vitamina D in infartuati"

Meteo Web "Infarto, importante ruolo della vitamina D: una carenza può aumentare il rischio"

Fanpage "Cancro, vitamina D e Omega-3 riducono il rischio di morte e infarto"

Quotidiano di Ragusa "Carenza di vitamina D? A rischio infarto"

Meteo Web "La vitamina D può aiutare a prevenire l’insufficienza cardiaca dopo un infarto"

Onco News "Legame tra infarto miocardico e deficit di Vitamina-D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Cuore e vitamina D: riduce il rischio di infarto e le complicanze future

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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Non solo d’estate, ma anche in autunno. Con l’arrivo del freddo, il sistema immunitario viene messo a dura prova per proteggerci ed è costretto a lavorare il doppio per il nostro benessere. Il cibo, da solo, non sempre è sufficiente a colmare i nostri deficit alimentari. Da qui l’importanza della nutrizione potenziata per vivere in salute. Questo perché, i micronutrienti contenuti nei cibi che non sempre riescono ad arrivare al nostro organismo nelle quantità necessarie. Cosi, per assumere i tanto discussi integratori alimentari e potenziare, di conseguenza la propria dieta, non è necessario avere delle importanti carenze nutrizionali. Poiché la funzione principale degli integratori è quella di fornire sostanze biologiche importanti per avere non solo un corpo in ottima salute, ma anche per poter affrontare l’invecchiamento con una consistente riserva di nutrienti. Ovviamente, la scelta dell’integratore è soggettiva e varia in base alle esigenze e all’apporto di nutrienti da compensare, proprio come lo stile alimentare.

La risposta immunitaria è la nostra prima linea di difesa contro gli attacchi di agenti esterni. Interviene in due modalità: tramite l’immunità innata e quella adattiva. Mentre la prima è presente sin dalla nascita e lavora per impedire agli agenti esterni di entrare nel nostro corpo, la seconda è acquisita a partire dal primo anno di vita e viene potenziata ed “educata” in risposta alle infezioni e agli agenti estranei in cui il corpo si imbatte giorno dopo giorno. Infatti, il nostro corpo memorizza virus e batteri già incontrati così essere in grado di attuare le difese necessarie nel caso si ripresentassero. Quindi, è vero sì che le nostre difese immunitarie sono pronte a intervenire in caso di necessità, ma è necessario aiutarle e rafforzarle con uno stile di vita sano e un’alimentazione equilibrata grazie all’apporto di vitamine, minerali e sostanze nutritive. Tra gli altri fattori che indeboliscono il nostro sistema immunitario anche lo stress con il conseguente calo dell’umore e l’affaticamento mentale.

Tutti i benefici dell’integrazione

A tal proposito, e ancor più, per evitare di incorrere in queste carenze, sarebbe buona abitudine giocare d’anticipo, bilanciando la propria dieta con determinati nutrienti e con i preziosi integratori alimentari al fine di fornire al nostro corpo la "benzina" necessaria. Ovviamente, «non esiste una regola per l’assunzione, l’integratore va usato finché ce n’è bisogno (ovvero, laddove necessario, anche per sempre). Normalmente si assumo con dei cicli, [...] ma bisogna essere consapevoli che i benefici non durano per sempre, ma solo durante l’integrazione» spiega a Vanity Fair, Filippo Ongaro, ex medico degli astronauti ed esperto in nutrizione ed integratori. Anche se non ci sono integratori stagionali, né quelli maggiormente indicati per l’estate o per l’inverno, non dimentichiamo che ci sono, tuttavia, integratori alimentari specifici per colmare particolari carenze oltre, ovviamente, ai segnali che emette il nostro corpo in risposta alle diverse condizioni esterne. Questi integratori ci aiutano ad avere valori sempre ottimali, e quindi, l’organismo ben protetto e, il valore ottimale di alcuni nutrienti nell'organismo è fondamentale per avere un sistema immunitario capace di proteggerci anche da virus e influenze stagionali. «I principali micronutrienti classici che sostengono il normale funzionamento del sistema immunitario e le difese naturali sono vitamina C, vitamina D, zinco, selenio e magnesio», spiega Maurizio Salamone, direttore scientifico di Metagenics Italia. «Oltre a questi, numerosi studi clinici hanno mostrato che alcuni principi attivi contenuti negli estratti di piante come la curcuma e l’echinacea possono modulare o stimolare le difese immunitarie». 

INTEGRAZIONE ALIMENTARE, preziosa per il benessere psicofisico

I principali alleati del sistema immunitario

Facciamo il pieno di vitamina C! Conosciuto anche come acido ascorbico, questo nutriente è noto per il suo effetto antiossidante e immunomodulante. Un concentrato di proprietà nutritive benefiche per il nostro organismo, non solo d’estate. Infatti, questo indispensabile nutriente rinforza le difese immunitarie, contrasta i radicali liberi e protegge dalle infezioni. La vitamina C, preziosa per il sistema immunitario, interviene nella formazione di ossa, pelle e denti, sostiene l’attività muscolare, partecipando alla produzione di energia a livello cellulare. «La vitamina C è fondamentale per il mantenimento dell’integrità delle barriere mucosali, ad esempio nel tratto gastrointestinale e respiratorio – spiega Salamone – supporta infatti la sintesi del collagene e protegge le membrane cellulari allo stress ossidativo. È coinvolta nella regolazione delle cellule immunitarie, potenzia l’azione dei linfociti natural killer e l’attività dei macrofagi, e promuove la sintesi di anticorpi». Altro prezioso nutriente per l’autunno, la vitamina “del sole”. Indispensabile per rafforzare la risposta immunitaria contro gli attacchi esterni, ma anche per rendere più forti e sani sia i denti che le ossa. Inoltre favorisce la prevenzione di numerose malattie cronico-degenerative oltre al metabolismo del calcio. La vitamina D è quasi sempre insufficiente e spesso va integrata separatamente. Può essere assunta come alimento solo in minima parte, il resto è prodotto grazie all’esposizione alla radiazione solare, in particolare ai raggi UVB. Quindi, non dimentichiamo di stare al sole e mangiare tanto pesce per fare il pieno di questa preziosa vitamina.

cibi ricchi di antiossidanti

 Altro importante modulatore della risposta immunitaria è proprio lo zinco a cui si attribuisce la capacità di rimarginare rapidamente le ferite (comprese le ulcere e i danni alle arterie), di aiutare a prevenire i raffreddori (migliora la risposta immunitaria), di migliorare la vista, di migliorare l’odore corporeo, di combattere l’acne e l’ingrossamento prostatico» si legge nel libro Vivere 120 anni: le verità che nessuno vuole raccontarti di Adriano Panzironi. E ancora, il nostro sistema immunitario necessita anche dell’apporto giornaliero di selenio. «[…] utilizzato per fluidificare il sangue, regolare, regolare le prostaglandine e la viscosità delle piastrine, prevenendo malattie coronariche, l'ictus e l'insufficienza cardiaca. Tale minerale è funzionale per il sistema immunitario» si legge nel libro. Essenziali per il benessere psicofisico, e soprattutto contro stanchezza e crampi muscolari, anche potassio e magnesio. Questi minerali rinforzano ossa, muscoli e tessuti mobili. «Gli integratori sono degli alimenti pensati per colmare eventuali carenze nutrizionali», sostiene Alessandra Bordoni in un'intervista a Vanity Fair, docente del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna.

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Per approfondimenti:

Vanity Fair "Gli integratori per rinforzare il sistema immunitario"

Vanity Fair "Integratori alimentari: quando assumerli e quali scegliere in estate"

Grazia "Cosa mangiare in estate per proteggere la pelle e fare il pieno di vitamine"

Vanity Fair "I migliori integratori per le difese immunitarie"

Il Faro "Quali superfood per un’estate piena di energia"

Sapere Salute "Un’estate vitaminica"

LEGGI ANCHE: Vitamine e sali minerali: i principali alleati di adulti e bambini

Antiossidanti: alleati degli sportivi, contrastano i radicali liberi

Spezie e rimedi naturali, a tavola con i potenti alleati del benessere

 

 

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Salute e nutrizione. L’A, B, C per il benessere dei nostri amici a quattro zampe. Nella ciotola, al via con i liofilizzati per cani. Un cibo prezioso e grande alleato del migliore amico dell’uomo. Difatti, questi alimenti sono ottenuti con un particolare processo conservativo, che permette di preservare tutte le peculiarità di un alimento. Questo particolare procedimento di essiccazione, che prende il nome di liofilizzazione, permette di prolungare la conservabilità di un prodotto preservandone integralmente, al tempo stesso, tutte le caratteristiche nutritive e organolettiche. Un’alimentazione sana e corretta è la ricetta segreta che getta le basi per l’elisir di lunga vita. Da qui l’importanza nell’attenzione per la scelta dello snack giusto, rigorosamente in linea con uno stile alimentare appetitoso e ricco di proprietà nutritive. In primis, è fondamentale focalizzarsi sull’importanza della carne. Puntiamo quindi su un’alimentazione varia e ricca di proteine animali. Non dimentichiamo poi di scegliere sempre la carne di qualità, ancora meglio se ad elevato valore biologico e nutrizionale. Bollino nero per i cibi che contengono additivi: da evitare non solo per noi, ma anche per i nostri amici pelosi. Non trascuriamo, infine, quegli alimenti a bassa allergenicità così da ricompensare in tutta sicurezza anche i cani che soffrono di intolleranze alimentari. Autentico concentrato di benessere e salute, questi alimenti sono veri e propri superfood poiché posseggono un contenuto di nutrienti superiore alla media dei cibi comuni.

Nel maremagnum dei prodotti per cani, trovare l’alimento adatto è sempre più difficile. I parametri più importanti e in grado di aiutarci in quest’arduo compito sono sostanzialmente due: quello qualitativo e quello nutrizionale. Attenzione poi a non confondere i cosiddetti cibi “completi” da quelli “complementari”. I primi, “sono mangimi composti che, per la loro composizione, sono sufficienti per una razione giornaliera” mentre, i secondi, sono quei “mangimi composti con contenuto elevato di talune sostanze, ma che, per la loro composizione, sono sufficienti per una razione giornaliera soltanto se utilizzati in associazione con altri mangimi” e quindi, non sufficienti al fabbisogno giornaliero dei nostri piccoli amici. Inoltre, i cibi completi e bilanciati dovrebbero contenere tutti gli elementi nutritivi necessari, senza il bisogno di nessuna aggiunta. Per contro, i cibi complementari, non devono mai essere somministrati come unica fonte alimentare poiché porterebbero a gravi carenze e squilibri alimentari. Nel rispetto dei principi di un alimento salutare arriva PetLife, gustosi bocconcini liofilizzati di manzo e maiale realizzati esclusivamente con carne della Filiera Life 120, proveniente da allevamenti allo stato brado e semi brado, senza l'utilizzo di antibiotici. Per un nutrimento completo e bilanciato, con vitamine e minerali, Life120 propone un alimento liofilizzato con tutti i benefici di una dieta a crudo. Valore aggiunto: rigorosamente grain free, e quindi, adatti anche a eventuali intolleranze per i cereali.

Liofilizzazione e fasi del processo

Per liofilizzazione, o “freeze drying”, si intende l’essiccamento mediante un processo di sublimazione, o meglio, il passaggio diretto dallo stato solido (ghiaccio) allo stato di vapore (eliminazione dell’acqua). Questo metodo comprende sostanzialmente due trasformazioni fisiche: la surgelazione e la sublimazione. Mediante il congelamento, a temperature variabili tra –30° e -50°C, si ottiene la trasformazione della soluzione in un composto solido. L'acqua contenuta nel prodotto e segregata sotto forma di ghiaccio, viene poi estratta. Lo step successivo è quello dell’essiccamento, primario e secondario. Attraverso l’essiccamento primario (o sublimazione), che inizia intorno ai –20 °C, si aumenta la temperatura per ottenere la sublimazione dell’acqua congelata, in quello secondario (o desorbimento), invece, si porta la temperatura fino ai 40°C con il fine ultimo di asportare la quantità di acqua residua. In sostanza, la liofilizzazione detta anche crioessiccamento è un processo tecnologico che permette l'eliminazione dell'acqua da una sostanza organica con il minimo deterioramento possibile della struttura nonché dei suoi stessi componenti.

Fabbisogno Energia Essiccazione e Liofilizzazione

Inoltre, tra i numerosi vantaggi di questa tecnica, sono degni di nota: il contenuto pressoché inalterato, infatti, colore, sapore, odore e nutrienti vengono abbondantemente rispettati e questo, grazie soprattutto alle minime modifiche strutturali; una facile e veloce reidratabilità; conservazione a temperatura ambiente; maggiore garanzia della conservazione e facilità di asporto. Come recita un vecchio adagio "tra i due litiganti il terzo gode”. Quindi, tra essiccato e surgelato, il podio lo conquista il liofilizzato. Unica precisazione da fare, il costo leggermente superiore, dovuto alla quantità di energia necessaria al processo, quasi triplicata rispetto all'essiccazione, oltre all'ammortamento del costo degli impianti, nettamente superiore di quelli per l'essiccazione nelle stesse proporzioni. Come dimostra il grafico sopra, i dati, seppur approssimativi, forniscono un'idea sufficientemente significativa dei quantitativi di energia in gioco. Per quanto riguarda il confronto con il surgelato, invece, il fabbisogno energetico relativo a quest’ultimo è estremanente limitato. Insomma, un procedimento che si trasforma in garanzia di qualità. Questa tecnica di conservazione permette di non alterare la qualità del prodotto e, ad oggi, è l’unico metodo di essiccazione capace di preservare perfettamente la struttura molecolare delle diverse particelle che lo compongono.

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Le Malattie Moderne