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Prezioso e ricco di proprietà benefiche. Riduce il rischio di malattie cardiovascolari. Lo conferma ricerca pubblicata sul blog dell'Harvard Medical School. La sfida tra l’olio di cocco e l’olio di oliva la vince quest’ultimo, ovvero il più sano. In questo lavoro, la ricercatrice Emily Gelsomin ha indagato su recenti studi scientifici dei due prodotti. Secondo un’indagine pubblicata sul Journal of American College of Cardiology emerge come la sostituzione di margarina (o derivati) con l'olio d'oliva evidenzia un minore rischio di malattie cardiovascolari. L’analisi dimostra che il consumo di mezzo cucchiaio al giorno diminuisce le probabilità di sviluppare questo genere di patologie. Inoltre, a conferma di questa teoria, un’altra ricerca pubblicata su Circulation, dimostra, per l'olio di cocco, l’assenza di benefici alla riduzione del grasso addominale o corporeo rispetto ad altri grassi a base vegetale. Tuttavia, nell’indagine si fa riferimento all'aumento del colesterolo cattivo, Ldl, associato a una crescita del rischio delle malattie del cuore. Tra le tante proprietà, l’olio extravergine d’oliva contribuisce a regolarizzare il livello di colesterolo nel sangue, aumentando il livello di quello buono e favorendo l’eliminazione di quello cattivo.

grafico olio

Dal valore nutrizionale eccellente al concentrato di vitamine, antiossidanti, fitosteroli e acidi grassi monoinsaturi. Insomma, l’olio d’oliva si presenta come una composizione nutrizionale che lo rende un alimento di grande importanza per il nostro organismo. Inoltre, la sua particolare composizione, soprattutto il contenuto di acidi grassi, lo rende particolarmente indicato nella prevenzione di malattie cardiovascolari. Questi acidi contribuiscono, inoltre, a regolare i livelli di zucchero nel sangue, la produzione di insulina, e dunque, lo rendono un potente alleato contro il diabete. Tra le sue principali proprietà, degna di nota è senza dubbio la sua funzione antiossidante. Grazie al contenuto di fenoli e tocoferoli, contrasta efficacemente i radicali liberi. L’olio d’oliva è anche un leggero lassativo. La presenza di oleocantale, conosciuta per la sua funzione antinfiammatoria e antidolorifica è un valido aiuto in caso di dolori articolari. Ma non è tutto! Contribuisce a ritardare il deterioramento mentale e previene malattie neurologiche come l’Alzheimer. Grazie agli acidi grassi che stimolano il metabolismo, facilita la regolarità intestinale. Prezioso anche per la bellezza di pelle e capelli: combatte l’effetto crespo rendendo i capelli più lucidi e nutriti e previene la formazione delle rughe grazie alla notevole funzione idratante. Utile anche in caso di dermatiti.

Toccasana per l’organismo: protegge cuore e cervello

«I vantaggi dell'uso di oli vegetali non tropicali rimangono molto promettenti, rendendo l'olio d'oliva una scelta naturale in cucina», dichiara Emily Gelsomin, specialista in nutrizione. Un recente studio pubblicato sul Journal of American College of Cardiology ha esaminato gli adulti negli Stati Uniti e ha scoperto che la sostituzione di margarina con olio d'oliva era associata a un ridotto rischio di malattie cardiovascolari (CVD). Ciò è particolarmente evidente perché gli americani tendono a consumare meno olio d'oliva rispetto ai nostri omologhi europei. Negli Stati Uniti, i consumatori elevati hanno una media di poco meno di un cucchiaio di olio d'oliva al giorno, mentre l'assunzione giornaliera negli studi che esaminano le popolazioni del Mediterraneo è stata di ben tre cucchiai. Dopo aver preso in considerazione fattori demografici e stile di vita, quelli che consumano più di mezzo cucchiaio al giorno avevano un rischio ridotto di sviluppare CVD rispetto a quelli che usano l'olio di oliva di rado (meno di una volta al mese). Il consumo di più olio d'oliva era anche associato a una ridotta mortalità di CVD. Anche lievi aumenti del consumo di olio d'oliva, come sostituire all'incirca un cucchiaino di margarina ogni giorno con una quantità simile di olio d'oliva, hanno avuto dei vantaggi su gravi patologie.

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L'olio d'oliva è stato anche correlato con una riduzione dei composti infiammatori che possono contribuire alla progressione della CVD. Le olive contengono sostanze chimiche vegetali chiamate polifenoli che possono aiutare a ridurre l'infiammazione. L'uso di olio d'oliva vergine, che viene estratto con mezzi meccanici piuttosto che chimici, è pensato per offrire livelli più elevati di composti vegetali protettivi rispetto agli oli di oliva raffinati. L'olio extra vergine di oliva (EVO) è un prodotto della lavorazione meccanica preferita. Questi polifenoli potrebbero anche estendere i benefici ad altre aree del corpo, come il cervello. Ad esempio, insieme ad altre abitudini alimentari sane, come mangiare verdure a foglia verde, principalmente l'uso di olio d'oliva durante la cottura è stato associato alla lotta contro il declino delle funzioni cerebrali che si verifica con l'età. Quindi, toccasana per il corpo... e ancor più, per la mente! Infatti, un recente studio del Cnr ha dimostrato che l'olio extravergine di oliva, non solo contrasta, ma inverte il processo di invecchiamento neurale. Grazie allo studio di un team di ricercatori del Cnr e della Università della Tuscia, pubblicato poi sulla rivista internazionale Faseb Journal è stato individuato il ruolo per contrastare il deterioramento neurale di un componente dell'olio extravergine di oliva. Si tratta dell’idrossitirosolo, presente in abbondanza anche negli scarti di lavorazione. Nell'opera di ricerca sono stati riscontrati anche particolari effetti benefici negli anziani.

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Per approfondimenti:

Harvard Medical School "Olive oil or coconut oil: Which is worthy of kitchen-staple status?"

Journal of the American College of Cardiology "Olive Oil Consumption and Cardiovascular Risk in U.S. Adults"

La Stampa "L’olio d’oliva vince su tutti gli altri: lo conferma ricerca di Harvard Medical School"

Il Secolo XIX "L’olio d’oliva vince su tutti gli altri: lo conferma ricerca di Harvard Medical School"

Di Lei "Olio di oliva: tutti i benefici per la nostra salute"

Consiglio Nazionale delle Ricerche "L'olio fa bene al cervello, soprattutto negli anziani"

LEGGI ANCHE: SOS invecchiamento? Arriva l'olio EVO, potente alleato del cervello

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Il tempo è il nemico numero uno del nostro corpo e ancor più delle nostre ossa. Infatti, calcio e minerali, vero e proprio rinforzo naturale per le ossa, aiutano a prevenire l’osteoporosi, una patologia non trascurabile che porta all’usura delle ossa. Tra le più colpite da questa malattia, le donne dopo la menopausa, anche se gli uomini non sono di certo immuni da questo rischio. Tra le patologie più difficili da contrastare dopo la sua comparsa, poiché, non presenta sintomi evidenti per diagnosticarla in tempo. Tuttavia, è fondamentale giocare d’anticipo anche perché, una volta comparsi i primi segnali, diventa ormai troppo tardi ricaricare il corpo con calcio e minerali. E come da manuale, ogni brutta notizia è accompagnata da una positiva. La buona notizia, infatti, secondo recenti ricerche è che l’osteoporosi può essere, in un certo qual modo, anticipata creando un vero e proprio scudo difensivo. Il primo rimedio per prevenire questo disturbo è proprio l’alimentazione bilanciata con il supporto di integratori alimentari.

Ecco perchè l'integrazione alimentare è un valido aiuto per la nostra salute

La scienza suggerisce di assumere quotidianamente calcio e magnesio. Preziosa per rinforzare le ossa anche la vitamina D che favorisce la sintesi di questi due micronutrienti. Inoltre, la prevenzione dell’osteoporosi avviene anche attraverso altre pratiche quotidiane. In primis, l’attività fisica, e quindi, lo sport, costante e abituale. Diverse indagini, infatti, hanno dimostrato che la sedentarietà è strettamente correlata all’osteoporosi e, al tempo stesso, indebolisce le ossa e le rende più soggette a fratture, anche non solo in età avanzata. Stesso discorso per il peso corporeo. Nemici delle nostre ossa anche i chili in eccesso che esercitano, su queste, una pressione maggiore e ne aumentano i rischi. Quindi anche il sovrappeso aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, ma significa anche ipovitaminosi D nelle ossa. Questo succede perché si ferma nel tessuto adiposo. Da qui l’importanza di prediligere i cibi ricchi di calcio e magnesio da portare a tavola. Sicuramente il pesce azzurro, fonte importante di omega 3, salmone, aringa e sgombro, ma anche fegato, uova, spinaci, broccoli, carciofi, rucola, mandorle e frutta secca. E ancora, la luce solare che stimola, nel nostro corpo, la produzione di vitamina D, attraverso i raggi ultravioletti che penetrano la pelle.

 I rischi delle fratture da fragilità

Conosciuta anche come “frattura da fragilità”, con il termine osteoporosi si intende una condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea. Lo scheletro è quindi soggetto a un maggiore rischio di fratture, a seguito alla diminuzione di densità ossea e alle modificazioni della microarchitettura delle ossa. Tra le principali tipologie di osteoporosi (primarie) che colpiscono l’osso trabecolare: l’osteoporosi idiopatica (più rara), l’osteoporosi di tipo I o post-menopausale (dovuta alla caduta della produzione ormonale) e l’osteoporosi di tipo II o senile (dovuta a varie cause, tra cui vita sedentaria, ridotto apporto di somatotropina, testosterone, calcio, magnesio, vitamina D, vitamina K e altri importanti micronutrienti, ridotta funzione dell'enzima 1a-idrossilasi che produce l'ormone attivo della vitamina D (il calcitriolo). Per quanto riguarda le secondarie, invece, fanno capo a un gruppo minore poichè costituiscono solo il 5% delle osteoporosi. Le principali sono classificabili come causate da: artrite reumatoide, celiachia, neoplasie, morbo di Crohn, fibrosi cistica, etc…

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Si manifesta inizialmente con una diminuzione del tono calcico nella massa ossea (osteopenia). Le ossa più facilmente interessate sono le vertebre dorso-lombari, il femore e il polso. Quasi sempre asintomatico, almeno per i 2/3 delle persone. Tra i primi segnali compaiono proprio le fratture e il conseguente dolore alle ossa e alla muscolatura. Solitamente il dolore è localizzato alla schiena o al bacino, ma è possibile che si manifesti ovunque sia la frattura e si aggrava in presenza di sforzi. Con il progredire dell'osteopenia si può manifestare un crollo vertebrale, una frattura dell'avambraccio (polso) o una frattura femorale. La fratture poi, possono portare ipercifosi dorsale e iperlordosi cervicale. Inoltre, l’attività fisica è necessaria, poiché è in grado, non solo di prevenire la perdita di massa ossea, ma di incrementarla dell'1%. Da non trascurare le eventuali complicanze dovute all'osteoporosi che possono provocare un dolore non sopportabile e da trattare con una terapia adeguata.

Cibo, sole e integrazione: al via con la prevenzione

Fondamentale l’integrazione di vitamina D soprattutto per i soggetti sani, come forma di prevenzione. Vi sono due forme di vitamina D utilizzate: la vitamina D2 (ergocalciferolo) e la vitamina D3 (colecalciferolo). L'azione della vitamina D3 sulla prevenzione delle fratture è ben documentata, vi è una diminuzione del 20% circa delle fratture femorali in uno studio eseguito su soggetti anziani trattati con una singola dose orale da 300.000 unità. Nonostante sia una vitamina, il calcitriolo, cioè la forma attiva della vitamina D, agisce come un ormone regolatore delle diverse azioni metaboliche e come alleato nella prevenzione di una lunga serie di patologie. La vitamina D, infatti, favorisce l’assorbimento e il fissaggio di fosforo e calcio nelle ossa, preservando così, la salute di ossa e muscoli anche in età adulta e riducendo, di conseguenza, il rischio di fragilità e osteoporosi. Alla luce di quanto detto e di degli studi scientifici in materia, possiamo concludere dicendo che per raggiungere un adeguato e salutare livello di Vitamina D, è importante tenere questi livelli sotto controllo con una combinazione equilibrata di tre fattori: alimentazione, esposizione solare e integrazione.

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Per approfondimenti:

Che Donna "Come prevenire l’osteoporosi | mettiamo più calcio e magnesio a tavola"

PubMed "Compromised Vitamin D Status Negatively Affects Muscular Strength and Power of Collegiate Athletes"

Grazia "La dieta del magnesio fa dimagrire e rinforza le ossa: ecco come seguirla"

MDPI "Special Issue "Vitamin D and Sport Performance"

PubMed "The Effect of Vitamin D Supplementation in Elite Adolescent Dancers on Muscle Function and Injury Incidence: A Randomised Double-Blind Study"

MDPI "Vitamin D and Sport Performance"

Gazzetta dello Sport "Vitamina D: preziosa per ossa, muscoli e prestazioni sportive"

Quotidiano "Vitamina D, il segreto delle prestazioni sportive"

Magnesio e potassio

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LEGGI ANCHE: Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

Magnesio, rinforza ossa e muscoli: tanti benefici e zero controindicazioni

Vitamina D, gli scienziati: dopo l'isolamento, "bagni di sole" e integrazione

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La prima linea di difesa contro lo stress ossidativo. Contrastano gli effetti dei radicali liberi, veri e propri nemici della nostra salute. Uno scudo prezioso per tante patologie come diabete, malattie cardiovascolari, cancro e obesità. Quindi non solo alleati per il benessere quotidiano, ma fondamentali nel contrasto di malattie non trascurabili. Importanti per il nostro organismo e ancor più, per chi pratica attività sportiva. Per stabilire il potere antiossidante dei vari alimenti sono stati condotti una serie di studi dalla Boston University in collaborazione con il dipartimento dell'agricoltura americano. La loro azione antiossidante è stata misurata in base a una scala, l'ORAC, secondo la quale a valori più alti corrispondono maggiori poteri antiossidanti. Tra gli alimenti che ne sono maggiormente ricchi cetrioli, pomodori, albicocche, spinaci, melone, pera, banana, pesca, mela, melanzana, uva, cipolla, kiwi, peperone, avocado, susina, arancia, fragole, pompelmo, cavoli, prugne, more, barbabietola e mirtilli.

radicali liberi

Al processo di ossidazione, seguono serie di danni e alterazioni che possono compromettere il corretto funzionamento dell’organismo e aumentare il rischio di sviluppo di gravi patologie. È stato ampiamente dimostrato che lo stress ossidativo è associato allo sviluppo o, nei casi di malattie preesistenti, al peggioramento di arteriosclerosi, infarto, sindromi coronariche (malattie cardiovascolari), diabete, sindrome metabolica e obesità (malattie metaboliche), declino cognitivo, demenza, perdita dell’udito (malattie degenerative neurologiche), tumori, psicosi e diverse condizioni infiammatorie. Altra fonte importante di radicali liberi è rappresentata dai processi che il sistema immunitario sfrutta per difendere l’organismo dalle aggressioni esterne, come virus e batteri o come risposta a ferite, traumi e allergie. Inoltre, anche lo stress psicofisico aumenta la produzione di composti ossidanti, mettendo a dura prova i sistemi cellulari di neutralizzazione. Partendo da questi assunti, nasce l’esigenza di potenziare e rinforzare le capacità del nostro organismo nella lotta ai radicali liberi con il supporto di alimenti e integrazione così da prevenire disturbi e malattie.

Potenti alleati contro lo stress ossidativo

Un antiossidante è una qualunque sostanza capace di interferire con le reazioni chimiche di ossidazione che danno origine ai radicali liberi o che hanno la capacità di neutralizzare quelli già prodotti. A questa categoria appartengono quelli presenti nell’organismo (endogeni) o assunti con l’alimentazione. Tra gli antiossidanti endogeni, i più noti sono il coenzima Q10 e il glutatione. Invece, quelli assunti dall’esterno con la funzione di rinforzo dei sistemi cellulari di detossificazione dai radicali liberi comprendono vitamine, polifenoli e altri microelementi. Tra questi: la vitamina C (o acido ascorbico), la vitamina A ed i carotenoidi, la vitamina E, i polifenoli (flavonoidi e resveratrolo), l’acido lipoico e altri oligoelementi essenziali quali selenio, rame, manganese e zinco. La maggior parte di questi antiossidanti di provenienza alimentare si trova nei cibi come verdura, frutta, cacao, tè, caffè e vino rosso.

cibi ricchi di antiossidanti

«I radicali liberi infatti accelerano l’invecchiamento, attivano dei processi infiammatori e indeboliscono il sistema immunitario. L’azione degli antiossidanti è quella di rendere stabili le cellule e contrastare la formazione di più radicali liberi» spiega a Gazzetta Active Jessica Falcone, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro e RAF First Clinic di Milano. L’esperta mostra cosa accade nel nostro organismo nei casi di squilibrio tra antiossidanti e radicali liberi oppure in caso di una produzione elevata di citochine infiammatorie: «Una cellula sana vede un equilibrio tra la produzione di citochine pro-infiammatorie e citochine anti-infiammatorie. Anche quelle pro-infiammatorie hanno un’azione positiva per l’organismo, perché possono bloccare un’infezione, un patogeno. Sono un sistema di difesa della cellula. Quando questo equilibrio viene meno, magari perché si segue una dieta sbilanciata, si ha un’eccessiva produzione di citochine pro-infiammatorie. A questo punto si crea questa condizione di stress ossidativa che, se non trattato, può diventare cronico. Si tratta di un’infiammazione silente, priva di sintomi, ma se diventa cronica può dare luogo a tutte quelle patologie infiammatorie come obesità, diabete, malattie cardiovascolari, cancro».

Un sostegno prezioso per i muscoli

Nell’intervista alla Gazzetta dello Sport, Jessica Falcone evidenzia l’importanza degli antiossidanti. «Un potentissimo antiossidante è la vitamina E – continua l’esperta -, che protegge la membrana cellulare, prevenendo la perossidazione lipidica. Poi c’è il betacarotene che protegge la pelle. Quindi tutta la classe di flavonoidi: i polifenoli. Anche gli acidi grassi omega 3 hanno un’azione antiossidante e antinfiammatoria, perché danno forza alla barriera lipidica, agendo a livello anche genico. Ottimi anche per gli sportivi, perché vanno a nutrire il muscolo. La vitamina C è un altro antiossidante importante, che permette la sintesi del collagene e il recupero muscolare». La biologa sottolinea, infine, l’importanza degli antiossidanti per gli sportivi. «L’attività fisica – aggiunge - sottopone l’organismo ad uno stress ossidativo. Quindi integrare con degli omega 3 o degli antiossidanti in generale può essere particolarmente utile». «Lo sportivo brucia moltissimo ossigeno, per questo è fondamentale un’alimentazione ben bilanciata con una buona quota di frutta e verdura, ma anche con spezie e aromi» conclude Falcone.

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Per approfondimenti:

Gazzetta dello Sport "Antiossidanti, perché sono fondamentali per gli sportivi? Ecco dove trovarli"

Vanity Fair "Quattro modi facili per aggiungere antiossidanti alla tua dieta"

Sapere e Salute "Antiossidanti"

LEGGI ANCHE: Il vino e le notevoli proprietà benefiche: tutto merito del resveratrolo

Il sole 24 ore: funghi, un pieno di antiossidanti. Tutti i motivi per mangiarli!

Ricerca: il coriandolo ottimo per disintossicare il nostro corpo e come antiossidante

Il prezzemolo, e fai il pieno di vitamine, sali minerali e antiossidanti

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La natura è il segreto del benessere. È la scoperta di alcuni ricercatori giapponesi che sostengono che l'inalazione di sostanze chiamate fitoncidi, rilasciate dagli alberi, possa essere il fattore che contribuisce a questo processo. Numerosi studi hanno scoperto che uscire all'aperto nella natura - persino in un parco urbano potrebbe ridurre la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna delle persone, oltre a normalizzare la secrezione dell'ormone dello stress, il cortisolo. Tirando le somme, a lungo termine, vivere o interagire con la natura è strettamente correlato a un ridotto rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e morte precoce. Senza dimenticare poi, i notevoli benefici per l’organismo dei livelli più elevati di vitamina D, come conseguenza di una frequente esposizione ai raggi solari.

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Oltre a livelli più elevati di esercizio fisico e vitamina D, sono state avanzate varie teorie per spiegare questi risultati. Uno è che trascorrere del tempo all'aperto potrebbe aiutare a contrastare lo stress e la solitudine, favorendo le interazioni con altre persone. «In pratica, penso che questi vari percorsi probabilmente funzionino in sinergia», afferma Catharine Ward Thompson, direttore del centro di ricerca OPENSpace dell'Università di Edimburgo e coautore di un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sugli spazi verdi urbani e sulla salute. «I fitoncidi possono essere importanti – spiega Catharine Ward Thompson, ma probabilmente è necessario essere completamente immersi nell'ambiente naturale per qualche tempo per ottenere questi benefici, mentre i benefici psicologici come il rilassamento e l'abbassamento dello stress potrebbero essere più facili da ottenere». Inoltre, si fa strada anche un’altra ipotesi, la teoria del restauro dell'attenzione, che suggerisce che i modelli naturali e il movimento attirino senza sforzo la nostra attenzione, offrendo ai nostri cervelli troppo tesi l'opportunità di riposare e recuperare.

I notevoli benefici della natura

Questi studi, partendo dall’assunto comune che gli alberi colpiscano il nostro sistema immunitario più direttamente, suggeriscono di trascorrere qualche giorno in una foresta per registrare un aumento considerevole del numero e dell'attività delle nostre cellule killer naturali, le cellule immunitarie che aiutano a rilevare e distruggere virus e cellule tumorali, nel nostro sangue. Secondo questi ricercatori giapponesi, l’inalazione di sostanze chiamate fitoncidi, rilasciate dagli alberi, potrebbe essere un fattore che contribuisce all’attività delle nostre cellule immunitarie. Le indagini dimostrano la capacità di alterare l'attività delle cellule killer naturali umane.

Non solo il sistema immunitario. Infatti, a beneficiare delle lunghe passeggiate all’aria aperta sarebbe anche il sonno. Il nostro tempo chiuso dentro durante il lockdown avrebbe potuto interrompere i nostri ritmi circadiani - cicli generati internamente, quasi 24 ore su 24 nell'attività di numerosi processi biologici, incluso il sonno. I nostri ritmi circadiani sono di solito mantenuti sincronizzati o coinvolti nell'ora del giorno in cui siamo all'aperto attraverso l'azione della luce intensa che colpisce una serie di cellule sensibili nella parte posteriore dell'occhio. Queste cellule oculari comunicano con una chiazza di tessuto cerebrale chiamata nucleo soprachiasmatico, che funge da orologio principale del corpo. «La luce interna è in genere troppo bassa per favorire il trascinamento, quindi se non si va all'aperto per tutta la settimana, questi ritmi possono essere interrotti, con conseguente sonno disturbato», sostiene Mariana Figueiro, ricercatrice del Lighting Research Center di Troy di New York. Il suo studio dimostra come gli impiegati che sono esposti a una luce più intensa durante la mattina, ad esempio nel tragitto per raggiungere il luogo di lavoro, riescono poi ad addormentarsi di notte con maggiore facilità con un sonno meno disturbato rispetto a quelli che sono esposti alla luce più debole.  «L'interruzione circadiana e la riduzione del sonno – continua l’esperta - sono state collegate a una ridotta risposta del sistema immunitario». «Quindi, mentre la luce potrebbe non avere un impatto diretto sulla funzione immunitaria, può avere un forte impatto indiretto grazie alla sua capacità di trascinare il sistema circadiano e migliorare il sonno» conclude Figueiro. L'esposizione alla luce intensa durante la mattina ha anche un impatto positivo sull'umore delle persone e può aiutare a proteggersi dalla depressione.

Ecco come fare per dormire bene e svegliarsi con energia

Riguardo al tempo necessario da trascorrere all'aperto per raccogliere questi benefici, non esiste una regola precisa. Sebbene la luce del mattino sia particolarmente importante per mantenere sincronizzati i nostri ritmi circadiani, non dimentichiamo che, la sintesi ottimale di vitamina D, avviene intorno a mezzogiorno, quando i raggi UVB alla luce del sole raggiungo l’apice. Quindi, la raccomandazione è quella di uscire all'aperto almeno una volta al giorno, ovviamente, ricordando di mantenere le distanze sociali e facendo attenzione alle scottature solari. E non dimentichiamo che la luce del sole e la natura, insieme all’alimentazione e all'integrazione, sono da sempre i nostri grandi alleati.

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Per approfondimenti:

BBC Future "How staying indoors affects your immune system"

NCBI "The immunological case for staying active during the COVID-19 pandemic"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

Il Mattino "Tutto il potere della D: la vitamina che proviene dalla stessa stella anti-Covid"

LEGGI ANCHE: Vitamina D, gli scienziati: dopo l'isolamento, "bagni di sole" e integrazione

Sonno e apnee notturne: oltre al fastidio, aumenta il rischio di infarto e ictus

La vitamina D e la sua crociata: tra prevenzione e terapia nella pandemia Convid-19

Il miracolo della vitamina D: aumenta il sistema immunitario da 3 a 5

Harvard, scienziati confermano: la vitamina "del sole" contro il Covid-19

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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Riduce di dieci anni l’aspettativa di vita. Considerata una malattia vera e propria, l’obesità e altri disordini metabolici sono diventati le epidemie sanitarie del XXI secolo. Si legge nel primo punto del position paper, il documento redatto da un’équipe di esperti guidati dal professor Michele Carruba, direttore del Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità dell’Università Statale di Milano in collaborazione con la Società Italiana Obesità (SIO), la Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità (SICOB), l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) e l’Associazione Amici Obesi Onlus. Tra gli aspetti meritevoli di nota, il documento evidenzia anche l’educazione alimentare e l’attività fisica. Il nostro Paese registra decine di migliaia di morti causate da questa patologia o dalle sue conseguenze. In Italia, ogni anno muoiono 57.000 persone per malattie legate all’obesità. Questi drammatici numeri corrispondo a una media di circa 1.000 morti a settimana o, ancora peggio, una persona ogni 10 minuti. Con un incremento del 10% negli ultimi 5 anni. Il quadro non migliora nel resto del mondo, dove ci sono più di un miliardo di adulti in soprappeso e di questi, 300 milioni sono considerati obesi. Colpiti anche i più piccini: sono ben 22 milioni i bambini sotto i 5 anni in sovrappeso.

Le vere cause dell'obesità

Definita “malattia” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità già dagli anni Sessanta. Una patologia epidemica che in casi potrebbe essere mortale e si caratterizza con l’aumento significativo della massa grassa e, successivamente, si manifesta sul piano organico con serie conseguenze in ogni organo e apparato. L'eccesso di peso e in particolare il grasso intra-addominale, è associato ad una serie di fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, tra cui: ipertensione, diabete di tipo 2, cancro, malattie renali e malattie epatiche. Il primo segnale di questa patologia è la circonferenza vita: dovrebbe essere inferiore agli 88 cm per le donne e a 102 cm per gli uomini. Il secondo, le numerose malattie correlate: l’88% dei casi di diabete è legato all’obesità, come il 55% dei casi di ipertensione, il 35% dei casi di cardiopatia ischemica e il 35% dei tumori. Inoltre, il fattore determinante è lo stile di vita condotto dai soggetti. Quindi, dall’alimentazione sana ed equilibrata all’attività fisica frequente. E aumentare il movimento, riducendo così la vita sedentaria, riduce il rischio di mortalità di circa tre volte.

Dalle conseguenze fisiche a quelle psicologiche

Da non sottovalutare, inoltre, le conseguenze psicologiche: dal 20 al 40% di persone affette da obesità soffre di un disturbo del comportamento alimentare. La maggior parte poi convivono con episodi di ansia e depressione legati allo svolgimento della attività di routine. Tra i fattori di rischio, notevole aumento dei casi di cancro di cui, mezzo milione l’anno sono riconducibili all’indice di massa corporea (BMI): i chili di troppo sarebbero implicati nello sviluppo di varie tipologie di tumore tra cui all’esofago, colon-retto, pancreas, cistifellea, seno, endometrio e ovaie. Il grasso in eccesso, soprattutto quello addominale, produce sostanze che provocano infiammazioni dei vasi sanguigni che portano alle più gravi patologie cardiache. Dall’ipertensione al colesterolo. Tra gli altri pericoli del sovrappeso anche ictus e malattie cardiache. Altra correlazione è quella con l’asma allergico. La probabilità di svilupparla raddoppia in caso di obesità. Nel caso specifico, i tessuti adiposi producono mediatori che influenzano l’infiammazione e ostruiscono le vie respiratorie.

Obesità e ipertensione arteriosa

Tra i soggetti a rischio, anche i diabetici. Infatti, quasi il 90% di chi soffre di diabete di tipo 2 è in sovrappeso. Lo zucchero, nei soggetti insulino-resistente, non riesce a raggiungere le cellule e rimane in eccesso nel sangue. Da non trascurare poi, la maggiore pressione su articolazioni e cartilagini che, sottoposte a uno sforzo superiore, sono più soggette all’usura. E ancora un aumento del 25% delle probabilità di incorrere in depressione, lo dimostra uno studio della Rush University Medical Center di Chicago. Così anche per le donne incinte in sovrappeso e ai rischi connessi agli interventi chirurgici oltre che a tutte le procedure operatorie. Da non dimenticare poi la steatosi epatica, causata dall’eccessivo accumulo di grasso nel fegato e, il fegato grasso, è tipico delle persone con chili in eccesso. Ricordiamo che, nella peggiore delle ipotesi, la statosi potrebbe degenerare in cirrosi danneggiando irreparabilmente il fegato. Tra gli altri fastidi correlati all’obesità anche le apnee notturne dovuti al grasso in eccesso intorno al collo che ostacola la respirazione. In ultimo, ma non meno importante, secondo quanto scoperto da un team di ricercatori dell’Università di Cambridge, pubblicata sulla rivista scientifica The Journal of Neurobiology of Aging: il cervello delle persone in soprappeso ha le stesse caratteristiche di quello di un altro soggetto più anziano di dieci anni.

grafico 1

(Fonte: Il Sole 24Ore)

A complicare un quadro già crititico di suo, lo scenario attuale causato dell'epidemia in corso. Il 75% dei pazienti positivi al Covid-19 in terapia intensiva è in sovrappeso. Secondo alcuni ricercatori inglesi del Public Health England, contrarre il Coronavirus in condizioni di obesità aumenterebbe il rischio di complicanze. Difatti, le persone in sovrappeso sarebbero maggiormente esposte per via del maggiore numero di adipociti presenti nel loro corpo, con la funzione di “serbatoio virale” per la malattia. In sostanza, il peso eccessivo potrebbe determinare difficoltà respiratorie e alterare la risposta immunitaria e peggiorare irrimediabilemente la il quadro clinico.

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Per approfondimenti:

Fanpage "L’obesità può aggravare l’infezione da coronavirus nei giovani"

La Stampa "Scatta l’allarme obesità: è la regina di ogni malattia eppure la sottovalutiamo"

Agi "Gli obesi sono più a rischio Coronavirus"

OK Benessere e Salute "Obesità: in Italia un morto ogni 10 minuti. Serve una svolta"

OK Benessere e Salute "Obesità: ecco tutti i rischi che si corrono""Obesità: ecco tutti i rischi che si corrono"

Società Italiana Obesità (SIO)

Società Italiana di chirurgia dell'Obesità e delle Malattia Metaboliche (S.I.C.OB.)

Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI)

 

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Previene diabete, patologie oncologiche e  malattie cardiovascolari. E rallenta l’invecchiamento! Al via con l’elisir della salute: il digiuno terapeutico dei 5 giorni. È questo il risultato dello studio condotto da un team di ricercatori della University of Southern California, pubblicato sulla rivista Cell Metabolism. Lo stop di cinque giorni all’apporto calorico giornaliero, secondo questa ricerca, potrebbe rivelarsi un vero e proprio toccasana e i benefici interesserebbero, di conseguenza, l’intero organismo. E non è tutto! «Il digiuno è un'arma straordinaria per contrastare le malattie e assicurasi una maggiore longevità» sostiene Adriano Panzironi. «La natura è in grado di curare ogni tipo di patologia - prosegue Panzironi, citando Ippocrate - e il digiuno è in grado di contrastare tutte quelle malattie che interferiscono con il corretto funzionamento del nostro sistema immunitario, come gotta, artrite, fibromialgia, asma e tutte quelle che coinvolgono la risposta immunitaria». Sottolinea poi una correlazione tra digiuno e riduzione dell'infiammazione spiegando che, una volta riattivato il sistema di equilibrio cellulare e ripristinata la reazione immunitaria, il nostro sistema sarebbe in grado di contrastare un'invasione batterica o un virus. Ricorda, infine, i tanti studi sulla restrizione calorica  «la riduzione di cibo alle cavie portava a un aumento della longevità, il digiuno ha gli stessi effetti, è quindi in grado di allungare la nostra vita». Difatti, un regime alimentare di questo tipo potrebbe anche allungare la vita delle persone e soprattutto «ridurre il rischio di diabete, cancro, malattie cardiovascolari e altri disturbi legati all'invecchiamento» spiega il professor Valter Longo della USC Davis School of Gerontology, al quotidiano britannico Telegraph.

Tutto quello che c'è da sapere sul digiuno teraupedico intermittente

I notevoli benefici sul nostro corpo sono dimostrati dall’indagine condotta sui topi. Quelli sottoposti a un regime di breve digiuno subivano un importante rinnovamento cellulare, anche a livello cerebrale. Nei topi più vecchi, invece, sottoposti allo stesso stile alimentare, risultava diminuito il rischio di cancro, rinforzato il sistema immunitario, ridotti notevolmente i processi infiammatori e rallentata la perdita di densità ossea. Miglioravano, poi, sia nei vecchi, sia in quelli più giovani, anche le capacità cognitive. Secondo gli scienziati, il tutto è riconducibile a un ormone che stimola l’invecchiamento. I soggetti normopeso possono scegliere per la dieta dei 5 giorni da praticare ogni 3 o 6 mesi. Tutto dipende dalla circonferenza addominale e dallo stato di salute. 

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Digiuno intermittente e l'elisir di lunga vita

Una digiuno per vivere in salute e più a lungo. ll professor Longo, direttore del Longevity Institute all’University of Southern California e inventore della Dieta Mima Digiuno (DMD), menzionato nel 2018 dal TIME nella lista dei 50 personaggi più influenti del settore salute, è considerato il leader mondiale nei campi di nutrizione e longevità. Insieme al suo team di ricerca ha studiato un regime dietetico che portasse i suoi benefici al nostro corpo, una dieta che, infatti, ha effetti benefici sul nostro fisico, ma svolge anche un ruolo importante nella prevenzione dell’invecchiamento. Vediamo esattamente in cosa consiste. Stato di digiuno (giorno 1): transizione in uno stato di mima digiuno con conseguente ottimizzazione cellulare. Brucia grassi (giorno 2): il corpo passa alla combustione dei grassi, inizia la pulizia cellulare. Riciclo cellulare (giorno 3): riciclo e generazione di nuove cellule con alte possibilità di raggiungere la chetosi completa. Rigenerazione cellulare (giorno 4): l’autofagia continua e aumenta la rigenerazione delle cellule staminali. Rinnovamento (giorno 5): la rigenerazione delle cellule staminali continua e il corpo viene ringiovanito dall’interno.

10 Buoni motivi per provare il digiuno teraupeutico

Il digiuno può rigenerare l’intero organismo. «Penso che sulla base dei marcatori dell'invecchiamento – dichiara Valter Longo sul Telegraph - e delle malattie negli esseri umani abbia il potenziale per aggiungere un numero di anni di vita, ma soprattutto per avere un impatto maggiore su diabete, cancro, malattie cardiache e altre malattie legate all'età». Oltre, ovviamente al grasso corporeo. «Si tratta di riprogrammare il corpo in modo che entri in una modalità di invecchiamento più lenta, ma anche di ringiovanirlo attraverso la rigenerazione basata sulle cellule staminali», aggiunge Longo. La ricerca dimostra come l’eliminazione delle calorie non solo prevenga l'aumento di peso, ma prolunghi anche la buona salute e la longevità delle persone. Sulla ricerca interviene anche Lynne Cox, docente all’Università di Oxford: «Tutti i risultati puntano in una direzione, l'imitazione periodica del digiuno porta a marcate diminuzioni dei fattori di rischio per malattie come il diabete e le malattie cardiache e, nei topi, sono state osservate migliorate memorie a breve e lungo termine».

Ecco come il digiuno può curare il tumore e il cancro

Le calorie influenzano invecchiamento e patologie

A sostegno della ricerca anche altri studi. La composizione dietetica e il livello calorico sono fattori chiave che influenzano l’invecchiamento e le malattie legate all’età (Antosh et al., 2011, Blagosklonny et al., 2009, Fontana et al., 2010, Gemme e pernici, 2013, López-Otín et al., 2013 e Tatar et al., 2003). La restrizione dietetica (DR) promuove i cambiamenti metabolici e cellulari che influenzano il danno ossidativo e l'infiammazione, ottimizzano il metabolismo energetico e migliorano la protezione cellulare (Haigis e Yankner, 2010, Johnson et al., 2000, Lee et al., 2012b, Longo e Finch, 2003, Mair e Dillin, 2008, Narasimhan et al., 2009 e Smith et al., 2008). Nei roditori, il digiuno intermittente (IF) promuove la protezione contro il diabete, il cancro, le malattie cardiache e la neurodegenerazione (Longo e Mattson, 2014). Nell'uomo, l'IF e i regimi meno gravi hanno effetti benefici su insulina, glucosio, proteine ​​C-reattive e pressione sanguigna (Harvie et al., 2011). Di recente, abbiamo dimostrato che la PF provoca una forte riduzione dei livelli dei globuli bianchi seguita dalla rigenerazione del sistema immunitario basata sulle cellule staminali dopo il refeeding (Cheng et al., 2014). Altri hanno riferito sul ruolo della PF nel causare notevoli riduzioni del fegato e della massa corporea nei ratti (Wasselin et al., 2014).

La dieta del Mima Digiuno di Valter Longo funziona davvero?

«Il digiuno è un’arma straordinaria sia per contrastare le patologie dell’uomo che per allungare la nostra vita» incalza Adriano Panzironi che consiglia un digiuno terapeutico intermittente, ovvero di 5 giorni ogni 3 mesi. Tuttavia, Panzironi, seppur d'accordo dei tanti benefici della dieta menzionati nella ricerca di Valter Longo non sposa la stessa filosofia sulla Mima Dieta perché considera il digiuno (fatto di solo acqua) non equivalente a uno “pseudo-digiuno” e soprattutto, non in grado di apportare gli stessi risultati sull’organismo. Lo stesso, infatti, considera curativo il digiuno perché consente la produzione di corpi chetonici.

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Per approfondimenti:

Cell Metabolismi "A Periodic Diet that Mimics Fasting Promotes Multi-System Regeneration, Enhanced Cognitive Performance, and Healthspan"

The Telegraph "Five day 'fasting' diet slows down ageing and may add years to life"

Leggo "Dieta Mima Digiuno di Valter Longo: il digiuno simulato per dimagrire ed essere più longevi"

(USC) University of Southern California "Fasting-Mimicking Diet Reverses Diabetes in Mice"

Eco Farma "Dieta Mima Digiuno: Schema dei 5 giorni"

LEGGI ANCHE: Cibo e smart working: cosa mangiare ai tempi della quarantena

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Sovrappeso, diabete di tipo 2, problemi al cuore e carie sono i pericoli a cui va incontro chi mangia troppo zucchero. Le cellule tumorali si nutrono di glucosio e muoiono in assenza perché, da sole, non riescono a sintetizzare lo zucchero. Lo dimostrano gli esperimenti condotti in laboratorio. Se non possiamo dare per certo che lo zucchero favorisca la crescita di tumori, possiamo affermare, tuttavia, che gli studi mostrano la relazione tra un alto consumo di cibi che alzano l'indice glicemico e la produzione di molecole che promuovono infiammazione e crescita cellulare.

A tal proposito, una spiegazione esaustiva sull’argomento viene fornita dall’AIRC: «Le cellule utilizzano il glucosio come fonte energetica e questo ha dato origine all'ipotesi che un consumo eccessivo di zuccheri possa fungere da “benzina” per i tumori, aumentando sia il rischio di ammalarsi sia la gravità della malattia». «Il glucosio e il fruttosio – si legge nel comunicato dell’AIRC - sono in grado di aumentare la concentrazione di insulina nel sangue. L’insulina è responsabile della produzione di fattori che favoriscono l’infiammazione e la crescita delle cellule, e queste condizioni a loro volta possono stimolare lo sviluppo di tumori».

L’indice glicemico e la crescita molecolare

L'insulina è l'ormone prodotto dal nostro organismo in risposta all'aumento di zuccheri nel sangue (glicemia) e per questo è considerata un ormone chiave nella relazione tra cibo e cancro. Inoltre favorisce la produzione di un altro fattore di crescita (IGF-1), fertilizzante per le cellule cancerose. Alcuni tumori, come per esempio quello del seno, risultano quindi, in alcuni studi, più strettamente legati al consumo di zuccheri. Infatti, le cellule cancerose utilizzano il glucosio in modo diverso, attraverso un processo chiamato glicolisi che avviene al di fuori dei mitocondri. E, proprio per questo, il glucosio è considerato come il carburante cellulare. Proprio per questo si consiglia di evitare il consumo di dolci o caramelle. E oltre ai benefici a livello generale è sicuramente un buon modo per combattere l'obesità

In Occidente si mangia troppo zucchero: ecco tutti i rischi per la salute. È ormai acclarato che lo zucchero faccia male e non poco. Tra le maggiori (cor)responsabilità di questa sostanza possiamo annoverare l’obesità, il diabete, i disturbi cardiovascolari, le carie ai denti. E poi, come se non bastasse, provoca dipendenza! Quindi, sarebbe buona cosa, iniziare a cambiare le nostre abitudini alimentari. Cos'è lo zucchero? Lo zucchero è un tipo di carboidrato presente in natura in moltissimi alimenti, tra cui frutta, verdura e latticini. Ma è anche aggiunto artificialmente a moltissimi altri, tra cui pane, bevande analcoliche, salse, snack e condimenti. Lo zucchero aumenta significativamente l’apporto calorico degli alimenti senza aumentarne alcun le proprietà nutritive.

Aumento di peso, diabete, problemi cardiaci e carie

Nel 2016, un’interessante ricerca pubblicata sul British Medical Journal, dimostrava come l’assunzione di zuccheri o di bevande zuccherate fosse un fattore determinante nell’aumento del peso. Inoltre, lo zucchero sembra avere influenza anche sui meccanismi biologici che regolano l’appetito. Avendo la capacità di digerire molto velocemente gli alimenti e le bevande contenenti zuccheri, lo stimolo della fame tende a tornare più frequentemente, innescando così un circolo vizioso. Ovvero, l’organismo scompone tutti i carboidrati nei loro elementi costitutivi e ciò che resta è il glucosio che viene poi metabolizzato grazie all’insulina. Quest’ultima permette l’apporto di zuccheri alle cellule sotto forma di energia. In sintesi, più zuccheri mangi, più insulina verrà prodotta. E di conseguenza, un consumo eccessivo di zuccheri altera il livello di insulina nel sangue facendolo aumentare drasticamente. Dopo aver ridotto la combustione del grasso corporeo, il tasso di insulina scende al minimo, causando così, un nuovo attacco di fame.

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Altra correlazione evidenziata è quella tra il consumo di bevande zuccherate e il diabete di tipo 2. Attenzione, stando alle ricerche condotte fino ad oggi: lo zucchero, in sé, non provoca l’insorgenza del diabete, ma ne aumenta il rischio. Uno studio pubblicato nel 2010, condotto su un campione di oltre 300mila persone, ha svelato che i soggetti che consumano 1 o 2 bevande zuccherate al giorno hanno un rischio di sviluppare il diabete maggiore del 26% rispetto a quelli che ne consumano meno, o non ne consumano affatto. Ancora una volta, quindi, la raccomandazione è di evitarle.

Tra le causa più comuni di morte precoce associate al consumo di bevande zuccherate sono le malattie cardiovascolari. A risentire della dieta ad alto contenuto di zuccheri, anche il cuore aumentando, di conseguenza, il rischio di disturbi cardiovascolari. Scientificamente dimostrato dall’American Heart Association , altresì che, chi segue un’alimentazione ricca di zuccheri può soffrire di malattie cardiache con frequenza significativamente maggiore rispetto a chi ne assume meno. La ricerca dimostra che le persone che bevono abitualmente bevande zuccherate corrono maggiori rischi rispetto a chi le consuma sporadicamente. Le donne poi, sembrano essere più a rischio degli uomini.

Non dimentichiamo poi che i batteri presenti nella bocca reagiscono con la sostanza zuccherata ingerita e formano uno strato di placca sui denti: questa reazione provoca il rilascio di un acido che, a lungo andare, danneggia i denti, provocando carie e cavità dentali. Per prevenirle è necessaria una corretta e frequente igiene dentale oltre, ovviamente a evitare dolci e bibite zuccherate.

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Per approfondimenti:

Fondazione AIRC "Lo zucchero favorisce la crescita dei tumori?"

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Toccasana per il corpo... e ancor più, per la mente! Un recente studio del Cnr ha dimostrato che l'olio extravergine di oliva, non solo contrasta, ma inverte il processo di invecchiamento neurale. A trarre maggior beneficio sono proprio gli anziani. L'olio EVO (o ExtraVergine di Oliva), si intende l'olio ottenuto dalla prima spremitura delle olive. I processi di estrazione sono meccanici ed è escluso l'impiego di mezzi o processi chimici, le varie fasi di lavorazione poi, non devono incidere sulla qualità dell'olio che, a prodotto finito, deve risultare integro e ben conservato. Dalla raccolta delle olive alla conservazione, dall'estrazione alle tempistiche di lavorazione. Il comun denominatore è il parametro di acidità che dev'essere ≤ 0,8%. A lavorazione ultimata, il pH dell'olio extravergine di oliva rappresenta, assieme ad alcune proprietà organolettiche e gustative, il parametro fondamentale nella valutazione qualitativa del prodotto.

Dalle operazioni preliminari alla molitura, dall'estrazione del mosto alla separazione dell'olio dall'acqua, passando poi per stoccaggio, chiarificazione e imbottigliamento. La raccolta tradizionalmente avviene mediante reti, o con bastoni per facilitarne la caduta o, in alternativa, aspettando la completa maturazione, e quindi, la loro caduta naturale dalla pianta. La tecnica più moderna è quella che prevede l'utilizzo di abbacchiatori meccanici per scuotere i rami così da provocarne la caduta. Infine, quella più dispendiosa: la raccolta a mano. Questa, consente la selezione dei frutti con il giusto grado di maturazione. In Italia, la raccolta va dal mese di ottobre a quello di dicembre. Alla raccolta segue lo stoccaggio, conservate in bin di plastica e la riparo da fonti di calore. La terza e quarta fase, invece, completano le fasi di produzione. L'estrazione classica o moderna, rispettivamente per pressione o per centrifugazione. A cui segue, infine, per rendere il prodotto commestibile: la raffinazione.

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Un amico del benessere

Oltre al valore nutrizionale, una lunga serie di benefici. Potente alleato del cervello, non solo ne ritarda l'invecchiamento, ma contribuisce a tenere lontane malattie neurologiche come l’Alzheimer. Grazie agli acidi grassi aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari e aiuta  a mantenere sotto controllo la pressione arteriosa. Oltre alla sua funzione antinfiammatoria e antidolorifica, soprattutto in caso di dolori articolari è anche utilizzato come lassativo. Importante antiossidante che, grazie a fenoli e tocoferoli, contrastano i radicali liberi. Aiuta a rimanere in forma. Ebbene si, infatti, gli acidi grassi stimolano il metabolismo, contribuendo a mantenere il peso forma, a facilitano la regolarità intestinale. Dimostrato, inoltre, in una serie di ricerche recenti che le persone che non consumano abitualmente olio extravergine di oliva hanno maggiore probabilità di sviluppare il cancro. Da non sottovalutare poi, il contributo apportato dagli acidi grassi per regolare i livelli di zucchero del sangue, e quindi, potente alleato anche contro il diabete e colesterolo. Su quest’ultimo, infatti, interviene favorendo l’eliminazione di quello cattivo e aumentando il livello di quello buono. E dulcis in fundo, elisir di bellezza. Idrata la pelle e dona ai capelli lucentezza e nutrimento eliminando una volta per tutto il fastidioso effetto crespo.

L'olio extravergine di oliva fa bene al cervello

Grazie allo studio di un team di ricercatori del Cnr e della Università della Tuscia, pubblicato poi sulla rivista internazionale Faseb Journal è stato individuato il ruolo per contrastare il deterioramento neurale di un componente dell'olio extravergine di oliva. Si tratta dell’idrossitirosolo, presente in abbondanza anche negli scarti di lavorazione. Nell'opera di ricerca sono stati riscontrati anche particolari effetti benefici negli anziani. Allo studio hanno partecipato Felice Tirone, Laura Micheli, Giorgio D’Andrea e Manuela Ceccarelli, dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare, Carla Caruso, del Dipartimento di scienze ecologiche e biologiche, e un team composto da Roberta Bernini, Luca Santi e Mariangela Clemente, del Dipartimento di Scienze agrarie e forestali, che ha sintetizzato l‘idrossitirosolo con una nuova procedura brevettata dimostrando, in un modello animale anziano, che l’idrossitirosolo reverte il processo di invecchiamento neurale.

«Nel cervello dei mammiferi -si legge in un comunicato del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) -, in particolare nell’ippocampo, vengono prodotti nell’arco di tutta la vita nuovi neuroni. Questo processo denominato neurogenesi è indispensabile per la formazione della memoria episodica, come hanno dimostrato recenti ricerche: i nuovi neuroni dell’ippocampo vengono generati a partire da cellule staminali e durante l’invecchiamento ha luogo un calo progressivo di entrambi, che è all’origine di una drastica riduzione della memoria episodica. L’idrossitirosolo, composto naturalmente presente nell’olio extravergine di oliva, ha forti capacità antiossidanti e protettive sulle cellule, ed è noto che diversi fattori, tra i quali la dieta, sono in grado di stimolare la neurogenesi adulta».

«L’assunzione orale di idrossitisolo per un mese - spiega Felice Tirone - conserva in vita i nuovi neuroni prodotti durante tale periodo, sia nell’adulto che ancor più nell’anziano, nel quale stimola anche la proliferazione delle cellule staminali, dalle quali vengono generati i neuroni. Inoltre l’idrossitirosolo, grazie alla sua attività antiossidante, riesce a ‘ripulire’ le cellule nervose, perché porta anche ad una riduzione di alcuni marcatori dell’invecchiamento come le lipofuscine, che sono accumuli di detriti nelle cellule neuronali». «Abbiamo poi verificato - aggiunge Laura Micheli- , grazie ad un marcatore di attività neuronale (c-fos), che i nuovi neuroni prodotti in eccesso nell’anziano vengono effettivamente inseriti nei circuiti neuronali, indicando così che l’effetto dell’idrossitirosolo si traduce in un aumento di funzionalità dell’ippocampo. La dose assunta quotidianamente durante la sperimentazione equivale alle dosi che un uomo potrebbe assumere con una dieta arricchita e/o con integratori (circa 500 mg/die per persona). Comunque l’assunzione di idrossitirosolo avrebbe un’efficacia anche maggiore se avvenisse mediante consumo di un cibo funzionale quale è l’olio di oliva». I risultati ottenuti sono la conferma degli effetti benefici dell'olio extravergine di oliva, in particolare per l’anziano, e aprono a un potenziale risvolto ecologico. «I residui della lavorazione delle olive, molto inquinanti, contengono una grande quantità di idrossitirosolo: migliorare le procedure di separazione delle componenti buone nella lavorazione consentirebbe di ottenere idrossitirosolo e ridurre l’impatto nocivo», conclude Felice Tirone.

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Le Malattie Moderne