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Al mare o in montagna. Da sempre un potente alleato. Prendiamo il sole d’estate per fare il pieno di vitamina D. Uniche regole da rispettare: con moderazione e le dovute precauzioni. Una sostanza preziosa che permette di assorbire al meglio calcio e fosforo oltre a prevenire una serie di patologie non trascurabili tra cui il rischio di ipertensione, diabete e malattie autoimmuni. Quindi, l’esposizione solare, è l’unico modo per garantire un certo quantitativo di vitamina D necessario per mantenere in salute le ossa, l’organismo e per affrontare l’inverno. Per non trascurare poi un dato importante: il 70% degli italiani è sotto i livelli minimi di questo prezioso micronutriente con grave rischio di osteoporosi. Percentuale che sale al 100% per le persone ospedalizzate. Come prevenire l’ipovitaminosi D? Le fonti naturali di approvvigionamento di vitamina D sono due, la luce del sole e gli alimenti. Il cibo è la seconda fonte di vitamina D: succo d’arancia, uova, fegato e olio di merluzzo. Tuttavia, la quantità di vitamina D è così scarsa che bisognerebbe mangiare questi cibi in quantità troppo elevata. Da qui, il prezioso sostegno degli integratori.

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

 

«La sintesi di essa da parte dell’organismo, attivata dall’esposizione alla luce solare, contribuisce all'80-90% dell'apporto di vitamina D. La sua assunzione con gli alimenti copre il 10–20 % del fabbisogno. Ne consegue che l’assunzione con la sola dieta non è generalmente sufficiente e che una moderata esposizione solare rimane sempre il metodo migliore per mantenere un giusto apporto di vitamina D» spiega Renato Masala, endocrinologo della piattaforma di esperti di Top Doctors. Ovviamente, facciamo il pieno con consapevolezza, evitando l’esposizione nelle ore più calde che potrebbero provocare seri danni, alla pelle e alla salute. «Ovviamente, la durata della permanenza al sole – chiarisce l’esperto - dipende dal tipo di pelle e dal periodo dell'anno, ma, in generale, in un individuo adulto e sano è sufficiente esporre al sole un quarto della superficie del corpo (viso, mani, parti delle braccia e delle gambe) per 5-25 minuti al giorno, scoperte e senza protezione solare, per produrre una quantità di vitamina sufficiente».

Tra abbronzatura e benessere

Qualora non si riuscissero a raggiungere livelli ottimali con l’esposizione solare, e quindi, a ottenere una dose idonea di questo nutriente, diventa fondamentale avvalersi di un ulteriore supporto: l'assunzione di vitamina D tramite integratori alimentari. «Prima di tutto, la scelta di alimenti contenenti vitamina D è relativamente poca, e poi la formazione di vitamina D’attraverso la luce del sole e il rifornimento delle scorte del corpo non è possibile tutti i mesi dell'anno. Inoltre, il rischio di un insufficiente apporto di vitamina D può aumentare se non ci troviamo regolarmente all'aperto, ad esempio a causa di tante ore di smart working o di ufficio» precisa l’endocrinologo. L’esperto sostiene che l'assunzione di preparati di vitamina D sia particolarmente raccomandata nel caso di carenza. Inoltre un miglioramento non può essere ottenuto né con l'autosintesi né con la dieta. «Anche le persone anziane, soprattutto dai 65 anni in su – consiglia l’ endocrinologo - dovrebbero assumere integratori alimentari appropriati, poiché l'autosintesi diminuisce con l'età. Normalmente vengono utilizzati preparati a base di vitamina D3 o colecalciferolo. In alternativa possono essere utilizzati il calcifediolo e il calcitriolo».

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Una scienziata norvegese: «Un quarto d'ora di sole italiano vale tanto oro per il nostro organismo. Dobbiamo fare il pieno di vitamina D con merluzzi e salmoni». Come già detto e ribadito, dai raggi Uv ricaviamo il 90% della vitamina D presente nel nostro organismo. Agendo su 4mila geni, questo elemento influenza positivamente il nostro corpo e, ancor più, la nostra salute. Inoltre, diversi studi recenti evidenziano le sue proprietà anticancro, ribadite anche durante un incontro a Milano dalla scienziata norvegese Alina Carmen Porojnicu del Norwegian Radium Hospital: «Una ricerca Usa calcola che, incrementando di una piccola quantità l'apporto di vitamina D, si riduce del 17% l'incidenza e del 29% la mortalità per tumore». «Per produrne una dose minima – prosegue l’esperta - bastano 15 minuti sotto il sole italiano in estate». «Sarebbe come bersi 250 millilitri di olio di fegato di merluzzo, o bere 5 litri di latte e consumare 100 uova senza gli effetti collaterali dell'abbuffata» conclude la scienziata. Insomma, i bagni di sole fanno bene a tutti, ancora di più agli anziani e a chi soffre di problemi alle ossa. 

Ruolo della vitamina D sul sistema immunitario e nelle malattie dermatologiche

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Per approfondimenti:

Il Giornale "Come fare il pieno di vitamina D in estate"

Fondazione Veronesi "Sette italiani su dieci sono sotto i livelli minimi di questo prezioso micronutriente con grave rischio di osteoporosi"

La Repubblica "Un mare di bellezza"

Il Giornale "Tintarella salvavita: da 15' di sole vitamina D come 100 uova"

Ansa "Salute: importante ruolo vitamina D in infartuati"

Meteo Web "Infarto, importante ruolo della vitamina D: una carenza può aumentare il rischio"

Fanpage "Cancro, vitamina D e Omega-3 riducono il rischio di morte e infarto"

Quotidiano di Ragusa "Carenza di vitamina D? A rischio infarto"

Meteo Web "La vitamina D può aiutare a prevenire l’insufficienza cardiaca dopo un infarto"

Onco News "Legame tra infarto miocardico e deficit di Vitamina-D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Cuore e vitamina D: riduce il rischio di infarto e le complicanze future

Vitamina D, gli scienziati: dopo l'isolamento, "bagni di sole" e integrazione

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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Prezioso e ricco di proprietà benefiche. Riduce il rischio di malattie cardiovascolari. Lo conferma ricerca pubblicata sul blog dell'Harvard Medical School. La sfida tra l’olio di cocco e l’olio di oliva la vince quest’ultimo, ovvero il più sano. In questo lavoro, la ricercatrice Emily Gelsomin ha indagato su recenti studi scientifici dei due prodotti. Secondo un’indagine pubblicata sul Journal of American College of Cardiology emerge come la sostituzione di margarina (o derivati) con l'olio d'oliva evidenzia un minore rischio di malattie cardiovascolari. L’analisi dimostra che il consumo di mezzo cucchiaio al giorno diminuisce le probabilità di sviluppare questo genere di patologie. Inoltre, a conferma di questa teoria, un’altra ricerca pubblicata su Circulation, dimostra, per l'olio di cocco, l’assenza di benefici alla riduzione del grasso addominale o corporeo rispetto ad altri grassi a base vegetale. Tuttavia, nell’indagine si fa riferimento all'aumento del colesterolo cattivo, Ldl, associato a una crescita del rischio delle malattie del cuore. Tra le tante proprietà, l’olio extravergine d’oliva contribuisce a regolarizzare il livello di colesterolo nel sangue, aumentando il livello di quello buono e favorendo l’eliminazione di quello cattivo.

grafico olio

Dal valore nutrizionale eccellente al concentrato di vitamine, antiossidanti, fitosteroli e acidi grassi monoinsaturi. Insomma, l’olio d’oliva si presenta come una composizione nutrizionale che lo rende un alimento di grande importanza per il nostro organismo. Inoltre, la sua particolare composizione, soprattutto il contenuto di acidi grassi, lo rende particolarmente indicato nella prevenzione di malattie cardiovascolari. Questi acidi contribuiscono, inoltre, a regolare i livelli di zucchero nel sangue, la produzione di insulina, e dunque, lo rendono un potente alleato contro il diabete. Tra le sue principali proprietà, degna di nota è senza dubbio la sua funzione antiossidante. Grazie al contenuto di fenoli e tocoferoli, contrasta efficacemente i radicali liberi. L’olio d’oliva è anche un leggero lassativo. La presenza di oleocantale, conosciuta per la sua funzione antinfiammatoria e antidolorifica è un valido aiuto in caso di dolori articolari. Ma non è tutto! Contribuisce a ritardare il deterioramento mentale e previene malattie neurologiche come l’Alzheimer. Grazie agli acidi grassi che stimolano il metabolismo, facilita la regolarità intestinale. Prezioso anche per la bellezza di pelle e capelli: combatte l’effetto crespo rendendo i capelli più lucidi e nutriti e previene la formazione delle rughe grazie alla notevole funzione idratante. Utile anche in caso di dermatiti.

Toccasana per l’organismo: protegge cuore e cervello

«I vantaggi dell'uso di oli vegetali non tropicali rimangono molto promettenti, rendendo l'olio d'oliva una scelta naturale in cucina», dichiara Emily Gelsomin, specialista in nutrizione. Un recente studio pubblicato sul Journal of American College of Cardiology ha esaminato gli adulti negli Stati Uniti e ha scoperto che la sostituzione di margarina con olio d'oliva era associata a un ridotto rischio di malattie cardiovascolari (CVD). Ciò è particolarmente evidente perché gli americani tendono a consumare meno olio d'oliva rispetto ai nostri omologhi europei. Negli Stati Uniti, i consumatori elevati hanno una media di poco meno di un cucchiaio di olio d'oliva al giorno, mentre l'assunzione giornaliera negli studi che esaminano le popolazioni del Mediterraneo è stata di ben tre cucchiai. Dopo aver preso in considerazione fattori demografici e stile di vita, quelli che consumano più di mezzo cucchiaio al giorno avevano un rischio ridotto di sviluppare CVD rispetto a quelli che usano l'olio di oliva di rado (meno di una volta al mese). Il consumo di più olio d'oliva era anche associato a una ridotta mortalità di CVD. Anche lievi aumenti del consumo di olio d'oliva, come sostituire all'incirca un cucchiaino di margarina ogni giorno con una quantità simile di olio d'oliva, hanno avuto dei vantaggi su gravi patologie.

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L'olio d'oliva è stato anche correlato con una riduzione dei composti infiammatori che possono contribuire alla progressione della CVD. Le olive contengono sostanze chimiche vegetali chiamate polifenoli che possono aiutare a ridurre l'infiammazione. L'uso di olio d'oliva vergine, che viene estratto con mezzi meccanici piuttosto che chimici, è pensato per offrire livelli più elevati di composti vegetali protettivi rispetto agli oli di oliva raffinati. L'olio extra vergine di oliva (EVO) è un prodotto della lavorazione meccanica preferita. Questi polifenoli potrebbero anche estendere i benefici ad altre aree del corpo, come il cervello. Ad esempio, insieme ad altre abitudini alimentari sane, come mangiare verdure a foglia verde, principalmente l'uso di olio d'oliva durante la cottura è stato associato alla lotta contro il declino delle funzioni cerebrali che si verifica con l'età. Quindi, toccasana per il corpo... e ancor più, per la mente! Infatti, un recente studio del Cnr ha dimostrato che l'olio extravergine di oliva, non solo contrasta, ma inverte il processo di invecchiamento neurale. Grazie allo studio di un team di ricercatori del Cnr e della Università della Tuscia, pubblicato poi sulla rivista internazionale Faseb Journal è stato individuato il ruolo per contrastare il deterioramento neurale di un componente dell'olio extravergine di oliva. Si tratta dell’idrossitirosolo, presente in abbondanza anche negli scarti di lavorazione. Nell'opera di ricerca sono stati riscontrati anche particolari effetti benefici negli anziani.

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Per approfondimenti:

Harvard Medical School "Olive oil or coconut oil: Which is worthy of kitchen-staple status?"

Journal of the American College of Cardiology "Olive Oil Consumption and Cardiovascular Risk in U.S. Adults"

La Stampa "L’olio d’oliva vince su tutti gli altri: lo conferma ricerca di Harvard Medical School"

Il Secolo XIX "L’olio d’oliva vince su tutti gli altri: lo conferma ricerca di Harvard Medical School"

Di Lei "Olio di oliva: tutti i benefici per la nostra salute"

Consiglio Nazionale delle Ricerche "L'olio fa bene al cervello, soprattutto negli anziani"

LEGGI ANCHE: SOS invecchiamento? Arriva l'olio EVO, potente alleato del cervello

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La carenza di vitamina D aumenta il rischio di infarto. Lo suggerisce uno studio del Centro Cardiologico Monzino di Milano, condotto su 814 pazienti ricoverati con infarto miocardico e pubblicato nelle pagine di due prestigiose riviste scientifiche, Medicine e sul World Journal of Cardiology (WJC). L’équipe di ricercatori, guidati da Giancarlo Marenzi, responsabile della Terapia intensiva cardiologica del Monzino e coordinatore dello studio, ha infatti riscontrato come l’80% dei pazienti infartuati presentasse, al momento del ricovero, un deficit di vitamina D. Gli effetti della vitamina D sul cuore sono una certezza. «Sono stati identificati dei recettori della vitamina D a livello dei vasi sanguigni, a livello del cuore ma anche a livello del pancreas. Del resto, lo sviluppo del diabete è più frequente se c’è carenza di vitamina D precisa l’esperto». Inoltre, anche i dati epidemiologici correlano la scarsa esposizione solare con bassi livelli di vitamina D a un maggior rischio di infarto. «Più frequente d’inverno che d’estate – sottolinea Marenzi -, con un’incidenza nella popolazione che aumenta via via che dall’equatore si sale verso il polo». Poi, a complicare un quadro già critico, continua il ricercatore, altri fattori di rischio cardiovascolare: «La carenza di vitamina D si associa a un maggior rischio di sviluppare diabete, ipertensione, ipercolesterolemia. Marenzi suggerisce poi di integrare la dieta delle persone carenti con supplementi a base di vitamina D, a scopo preventivo: «valori troppo bassi (come anche troppo alti) si associano a un rischio di complicanze maggiori».

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Attività fisica regolare, dieta equilibrata, integrazione e astensione dal fumo. Sono le quattro regole della prevenzione. Ogni anno circa 800 infarti miocardici dall'area di Trieste e Gorizia vengono ricoverati in Cardiologia a Cattinara. La mortalità acuta è inferiore al 5%, ma il rischio di eventi ad un anno nelle varie classi di pazienti può aggirarsi intorno al 15%. Mentre è noto da tempo il ruolo negativo del diabete mellito post infarto, solo recentemente è emerso che la riduzione della Vitamina D può aumentare il rischio di questi eventi. Diverse ricerche sono state condotte sul tema, tra le altre, quella di Aneta Aleksova del Dipartimento di Scienze Mediche dell'Università di Trieste che ha recentemente pubblicato uno studio sul Journal of Clinical Medicine della Cardiologia. Altri studi sono stati condotti al Polo Cardiologico di Cattinara - Trieste che hanno dimostrato una diffusione dell'ipovitaminosi D nella popolazione generale triestina correlata a una maggior prevalenza di questa condizione tra soggetti con infarto miocardio. La correlazione con un maggior rischio di eventi è stata ampiamente dimostrata in svariati studi scientifici. Altro studio recente, quello condotto su oltre 1000 pazienti arruolati presso la Sc Cardiologia dell'Ospedale di Cattinara diretta da Gianfranco Sinagra in collaborazione con l'Università di Udine e Perugia ha inoltre dimostrato che l'impatto dell'ipovitaminosi D nel post infarto non è inferiore a quello del diabete e che le due condizioni associate hanno un effetto additivo negativo, incrementando ulteriormente il rischio di eventi avversi.

Il mio medico - Tutti i benefici della vitamina D

Impedisce cicatrizzazione e ispessimento del tessuto cardiaco

Quindi, non solo la sua carenza è associata a un aumentato rischio di infarto miocardico e insufficienza cardiaca acuta, ma ne peggiora anche gli esiti e le conseguenze. Trattare l'ipovitaminosi D potrebbe quindi essere una strategia semplice ed a basso costo, efficace come il trattamento del diabete nel migliorare la prognosi nel post IMA. In particolare, alcune indagini suggeriscono che l'esposizione solare contribuisce all’apporto di vitamina D, riducendo così il rischio di eventi cardiovascolari e migliorando la sopravvivenza dopo l’infarto. Ancora meglio, poi, l’esposizione al sole durante una passeggiata o l’attività fisica. La vitamina D, che l’organismo ricava dal cibo o produce attraverso la pelle esposta ai raggi UV, è nota da tempo per avere un ruolo essenziale nella salute delle ossa, ma sta diventando sempre più evidente anche la sua relazione con alcune forme di tumori, malattie infettive, autoimmuni e, in ultimo, ma non meno importanti, cardiovascolari. Alla luce di quanto emerso dalle indagini, si ipotizza un rapporto diretto fra vitamina D e rischio d’infarto e correggere i valori di vitamina D «dovrebbe migliorare la prognosi, il rischio di mortalità e il rischio di riospedalizzazione per nuovi infarti» conclude Giancarlo Marenzi. I pazienti infartuati con i valori più bassi di vitamina D osservati nello studio del Monzino, sono sembrati rimettersi più difficilmente e risentire di maggiori complicanze cliniche mentre erano ricoverati, così come a un anno dal ricovero.

Ruolo della vitamina D sul sistema immunitario e nelle malattie dermatologiche

Tra le cause principali di morte. L’insufficienza cardiaca colpisce 23 milioni di persone nel mondo. Da qui, l’importanza della vitamina D che impedisce l’eccessiva cicatrizzazione e l’ispessimento del tessuto cardiaco in seguito a un infarto, questo potrebbe aiutare a ridurre il rischio di insufficienza cardiaca. Gli infarti si verificano quando l’afflusso di sangue al cuore è bloccato, danneggiando il tessuto. Questo attiva la reazione infiammatoria in cui le cCFU-Fs sostituiscono il tessuto danneggiato con tessuto cicatriziale a base di collagene. James Chong, coordinatore della ricerca condotta dal Westmead Institute for Medical Research, ha spiegato: «Questo è un problema perché la cicatrizzazione del tessuto cardiaco può ridurre la capacità del cuore di pompare il sangue in maniera efficiente, che può portare ad insufficienza cardiaca. La nostra ricerca dimostra che la vitamina D in realtà impedisce alle cCFU-Fs di formare il tessuto cicatriziale. Così la vitamina D può giocare un ruolo importante nel ridurre il rischio di insufficienza cardiaca dopo un infarto».

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Per approfondimenti:

Ansa "Salute: importante ruolo vitamina D in infartuati"

Meteo Web "Infarto, importante ruolo della vitamina D: una carenza può aumentare il rischio"

Fanpage "Cancro, vitamina D e Omega-3 riducono il rischio di morte e infarto"

Quotidiano di Ragusa "Carenza di vitamina D? A rischio infarto"

Meteo Web "La vitamina D può aiutare a prevenire l’insufficienza cardiaca dopo un infarto"

Onco News "Legame tra infarto miocardico e deficit di Vitamina-D"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Vitamina D, gli scienziati: dopo l'isolamento, "bagni di sole" e integrazione

Dal sovrappeso all'obesità: Vitamina D, nemica dei chili di troppo

Calcio, magnesio e vitamina D: i principali nemici dell'osteoporosi

Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

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Tra le cause principali di brufoli e pelle grassa. L'acne, o acne vulgaris, è uno dei disturbi della pelle più comuni al mondo, colpisce il 50% degli adolescenti e il 15-30% degli adulti. Per alleviare i sintomi, i rimedi più comuni sono creme, farmaci, alimenti e integratori topici. E in ultimo, ma non meno importante, la vitamina C. Questo nutriente viene spesso aggiunto a molti prodotti per il trattamento e la cura della pelle. Ebbene si, conosciuto anche come acido ascorbico, questa vitamina idrosolubile è preziosa per vari aspetti della nostra salute, tra cui trattamento e prevenzione di tante patologie e disturbi, è fondamentale anche per la pelle. Inoltre, non viene prodotta dal nostro corpo per cui è importante assumerla attraverso una dieta equilibrata e una corretta integrazione. La vitamina C è anche un potente antiossidante, aiuta a neutralizzare i radicali liberi, dannosi per le cellule del nostro corpo. La pelle è sottoposta a continui attacchi da parte dei radicali liberi a causa della sua esposizione agli ambienti interni ed esterni. Tra gli altri fattori che influiscono sulla salute della pelle l’alimentazione, lo stress, il fumo, i raggi ultravioletti (UV) e l'inquinamento.

I principali fattori di rischio? Età, genetica e ormoni. Lo strato superiore della pelle, l’epidermide, contiene alti livelli di vitamina C che svolge un ruolo chiave nella protezione, nella guarigione e nella produzione di nuova pelle. La condizione infiammatoria dell’acne causata da pori ostruiti che spesso sfocia in gonfiore, rossore e pustole (protuberanze infiammate che contengono pus) potrebbe anche essere esacerbata da altri fattori come lo stress ambientale. Senza dimenticare poi le cicatrici post-infiammatorie e i danni alla pelle lasciati dall’acne. Tuttavia, diversi studi mostrano i notevoli benefici di un elevato apporto di vitamina C per il benessere della pelle. Grazie alla sua funzione antinfiammatoria, si rivela anche un potente alleato nella riduzione degli aspetti più fastidiosi dell’acne: gonfiore e rossore. Inoltre, contribuisce a migliorare l'aspetto delle lesioni. Uno studio condotto per tre mesi su 50 persone ha mostrato che il 61% dei partecipanti che hanno utilizzato l’acido ascorbico hanno riscontrato miglioramenti significativi delle lesioni.

Potente antiossidante, protegge la pelle dai radicali liberi

Quando l’acne scompare, le cicatrici restano. Come per tutte le malattie, anche la pelle richiede tempo per guarire. Le cicatrici da acne sono generalmente correlate all'acne grave e cistica, ma possono derivare anche da casi lievi. Inoltre, l'acne prolungata, la genetica e la manipolazione fisica nei casi di raccolta e spremitura, possono aumentare la probabilità di cicatrici. Le tre principali tipologie di cicatrici da acne sono atrofici, ipertrofici e cheloidi. Le cicatrici atrofiche causano una perdita di tessuto cutaneo e collagene e appaiono come piccole rientranze nella pelle. Le cicatrici ipertrofiche e cheloidi derivano dalla sovrapproduzione di collagene e appaiono come tessuto cicatriziale spesso e sollevato. La vitamina C contribuisce al trattamento delle cicatrici da acne aumentando la sintesi del collagene, una proteina responsabile della struttura della pelle e vitale per ricostruire dell’epidermide. Di conseguenza, questa vitamina potrebbe accelerare la guarigione delle ferite da acne e ridurre al minimo i segni sulla cute. Inoltre, questo nutriente aumenta la produzione naturale di collagene del corpo ed è benefica per la salute generale della pelle.

La VITAMINA C, il farmaco naturale a basso costo

Oltre a infiammazione e cicatrici c’è di più. La vitamina C favorisce anche la riduzione dell’iperpigmentazione, quelle fastidiose macchie scure sulla pelle causate da acne, raggi UV o altre lesioni. La sua azione interferisce con un enzima chiamato tirosinasi, responsabile della produzione di melanina, un pigmento naturale della pelle. Inoltre, la vitamina C agisce anche come agente schiarente in grado di ridurne la comparsa senza alterare l’incarnato. Tra le principali fonti alimentari di vitamina C: peperoni, fragole, pomodori, broccoli, verdure a foglia verde e agrumi. Altro valido supporto, gli integratori di vitamina C.

La funzione principale della pelle è quella di fungere da barriera contro gli insulti dall'ambiente, e la sua struttura unica riflette questo. La pelle è composta da due strati: lo strato esterno epidermico è altamente cellulare e fornisce la funzione barriera, mentre lo strato dermico, interno, garantisce forza ed elasticità e fornisce supporto nutrizionale all'epidermide. La pelle normale contiene alte concentrazioni di vitamina C, che supporta funzioni importanti e ben note, stimolando la sintesi di collagene e aiutando nella protezione antiossidante contro il fotodamaggio indotto dai raggi UV. È riconosciuto che lo stato nutrizionale sia nei confronti dei macronutrienti che dei micronutrienti è importante per la salute e l'aspetto della pelle. La prova è fornita dalle molte malattie da carenza vitaminica che provocano disturbi significativi della pelle.

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Per approfondimenti:

Il Sole 24Ore "Una pelle nuova con la vitamina C"

NCBI "Adult Acne Versus Adolescent Acne"

Donna Moderna "Vitamina C, l’antiossidante naturale che fa bene alla pelle"

NCBI "The Roles of Vitamin C in Skin Health"

NCBI "Role of Vitamin C in Skin Diseases"

Fanpage "Vitamina C per la pelle: perché fa bene e come usarla"

GQ Italia "La vitamina C è l'ingrediente che rende più bella la pelle questa estate"

LEGGI ANCHE:Vitamina C: la scorta per l’estate, quando le spremute non bastano!

Vitamina C: la scorta per l’estate, quando le spremute non bastano!

Una "bomba" di vitamina C: preziosa nel trattamento del cancro

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Piacere per il palato e toccasana per l’organismo. Il cacao potrebbe prevenire i danni dell’Alzheimer o addirittura intervenire nelle prime fasi della malattia. Tra i notevoli benefici già scoperti in numerose ricerche scientifiche, un altra ricerca dimostra l’importanza del cacao nella prevenzione delle patologie neurodegenerative. Due recenti studi confermano il legame tra cacao, o cioccolato, e Alzheimer. Le nuove ricerche sono state focalizzate sul declino cognitivo che accompagna questa malattia. Le indagini dimostrano e spiegano la correlazione tra quest'alimento e gli effetti della malattia. Il primo studio, pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease (JAD), è stato effettuato dai ricercatori dell’Icahn School of Medicine al Mount Sinai in collaborazione con la Kanazawa University del Giappone su un estratto di cacao Lavado, ovvero, un tipo di cacao minimamente trasformato e ad alto contenuto di polifenoli (antiossidanti). Il team di ricercatori ha dimostrato le notevoli potenzialità di un estratto di cacao Lavado il quale sarebbe capace di ridurre i danni alle vie nervose nei pazienti con malattia di Alzheimer. Lo studio, pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease, ha evidenziato che i polifenoli e altre sostanze antiossidanti presenti in un estratto concentrato di cacao sono in grado di ripristinare la funzione di comunicazione tra i neuroni (le sinapsi). Condotto su topolini geneticamente modificati, e proprio per questo, destinati ad ammalarsi di demenza senile, ai quali l’equipe ha somministrato estratto di cacao a diverse concentrazioni: in quelli non ancora affetti dalla malattia, l’estratto ha impedito la formazione delle placche di sostanza “beta-amiloide”, che determinano il danno neuronale responsabile della patologia, mentre nei topini malati – con demenza allo stadio iniziale – il cacao ha addirittura guarito le terminazioni nervose già danneggiate.

Prevenzione ALZHEIMER ? Ecco i cibi da evitare assolutamente

Un alimento dalle virtù antiossidanti, energetiche, “antidepressive” e, come dimostra lo studio dell’Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York, protettive delle funzioni celebrali, con ripercussioni positive sui primi stadi dell’Alzheimer. Stessa tesi sostenuta anche da una serie di esperimenti su topi geneticamente ingegnerizzati a sviluppare la malattia. L’indagine ha mostrato che l’estratto del cacao Lavado impedirebbe alla proteina β- amiloide (Ap) il formarsi di grumi viscosi a livello del cervello noti per arrecare danno alle cellule nervose al progredire della patologia. La seconda, invece, una ricerca italiana, è stata condotta all’Università dell’Aquila e pubblicata poi su Hypertension. Nello studio sono stati coinvolti 3 gruppi di soggetti anziani affetti da un lieve decadimento delle abilità cognitive ai quali è stata somministrata giornalmente una bevanda contenente flavonoli, seppur in diverse quantità, del cacao che possiedono proprietà antiossidanti. Nell’indagine è stato notato un miglioramento dei valori di pressione, sensibilità insulinica e perossidazione lipidica, con valori superiori, nel gruppo di anziani a cui era stata somministrata una quantità più elevata di antiossidanti, oltre a un miglioramento della funzionalità cognitiva valutata con appositi test finali. I due studi menzionati dimostrano l’importanza dell’alimentazione per il mantenimento di un buono stato di salute. Ovviamente sia fisica che mentale e associata sempre a una costante attività fisica. Piccole abitudini che potrebbero aiutare a prevenire il declino cognitivo e tante altre patologie. Tuttavia, è fondamentale abbinare una dieta a uno stile di vita sano, regolare ed equilibrato.

Virtù antiossidanti, energetiche, antidepressive e protettive

Note già nel XVIII secolo le preziose virtù della polvere di cacao, infatti, era pratica comune, acquistare nelle farmacie la cococulata indic, un rimedio naturale contro stanchezza e spossatezza. Poco dopo, nel 1702 il medico e chimico francese Louis Lémery, nel Traité des aliments, scrisse che “Le sue proprietà stimolanti eccitano l’ardore di Venere”. Alla fine dell’Ottocento, poi, la polvere di cacao, grazie alle sue proprietà energetiche, veniva consumata anche dall’esercito svizzero per mantenersi in forma. Un mix naturale di sali minerali (soprattutto magnesio e fosforo) e vitamine, gli conferiscono un elevato valore energetico. Difatti, quelle che prima era sono credenze culturali, oggi sono certezze scientifiche. Il cacao racchiude oltre 400 sostanze benefiche per l’organismo.

Lo stress aumenta il rischio di ammalarsi del morbo di Alzheimer

“La fava del cacao è un fenomeno che la natura non ha più ripetuto. Non si sono mai trovate tante qualità riunite in un solo frutto così piccolo” sosteneva Alexander von Humboldt, naturalista ed esploratore tedesco che studiò le proprietà della pianta di cacao. Vero e proprio toccasana per corpo e mente. Contiene altri nutrienti importanti come teobromina e caffeina, seppur in dosi minori rispetto al caffè, che favoriscono la concentrazione e la prontezza di riflessi; il triptofano, precursore della serotonina, il neurotrasmettitore noto come “ormone del buonumore”; la tiramina, utilizzata nella preparazione di farmaci antidepressivi e l’epicatechina, un flavonoide dalle notevoli proprietà antiossidanti, presente in abbondanza nella fava di cacao oltre che nel cioccolato fondente. Inoltre, l’epicatechina è la sostanza che aiuta a combattere l’invecchiamento cellulare e gli conferisce il gusto amaro.

La Filiera Etica del Cioccolato "LIFE 120" con SILVIO BESSONE (Maestro cioccolatiere)

Piacere per il palato e toccasana per l’organismo

Lo studio del Mount Sinai suggerisce che quantità adeguate di specifici polifenoli del cacao nella dieta possono, nel corso del tempo, impedire i danni al cervello causati dall’Aβ negli oligomeri, e quindi, questo potrebbe essere un mezzo per prevenire l’Alzheimer. Tra le varie tipologie di cacao testati nello studio, il tipo Lavado è risultato quello più efficace nel contrastare gli effetti della malattia. Questo si pensa sia dovuto alla maggiore presenza di polifenoli e attività antinfiammatoria di questo tipo di cacao. «Ci sono state alcune incongruenze nella letteratura medica per quanto riguarda il potenziale beneficio di polifenoli del cacao sulla funzione cognitiva – sottolinea il Giulio Maria Pasinetti, a capo del team di ricerca – La nostra ricerca sulla protezione contro i deficit sinaptici dell’estratto di cacao Lavado, ma non con l’estrazione Dutch del cacao (mediante pressione), suggerisce fortemente che i polifenoli sono la componente attiva che salva trasmissione sinaptica, dal momento che gran parte del contenuto di polifenoli è perso per l’elevata alcalinità nel processo di estrazione Dutch».

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Per approfondimenti: 

La Stampa "Il cacao previene e inibisce l’Alzheimer"

Corriere della Sera "Mangiare cacao contro l'Alzheimer"

Hypertension "Benefits in Cognitive Function, Blood Pressure, and Insulin Resistance Through Cocoa Flavanol Consumption in Elderly Subjects With Mild Cognitive Impairment"

Medi Magazine "Estratto di cacao per la cura e prevenzione dell’Alzheimer"

Eurosalus "Il cacao che cura l'Alzheimer"

Today "Alimentazione e Alzheimer, cosa dice la scienza? Gli studi che fanno chiarezza"

LEGGI ANCHE: Cacao e derivati: il cioccolato, antidepressivo naturale e alleato di cuore e arterie

Ricerca: il cioccolato fondente fa bene al cuore... ecco il motivo

Colesterolo e diabete: un aiuto per il cuore dal cioccolato fondente

Ricerche dimostrano che il cioccolato protegge il cuore... ecco come fa

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Il tempo è il nemico numero uno del nostro corpo e ancor più delle nostre ossa. Infatti, calcio e minerali, vero e proprio rinforzo naturale per le ossa, aiutano a prevenire l’osteoporosi, una patologia non trascurabile che porta all’usura delle ossa. Tra le più colpite da questa malattia, le donne dopo la menopausa, anche se gli uomini non sono di certo immuni da questo rischio. Tra le patologie più difficili da contrastare dopo la sua comparsa, poiché, non presenta sintomi evidenti per diagnosticarla in tempo. Tuttavia, è fondamentale giocare d’anticipo anche perché, una volta comparsi i primi segnali, diventa ormai troppo tardi ricaricare il corpo con calcio e minerali. E come da manuale, ogni brutta notizia è accompagnata da una positiva. La buona notizia, infatti, secondo recenti ricerche è che l’osteoporosi può essere, in un certo qual modo, anticipata creando un vero e proprio scudo difensivo. Il primo rimedio per prevenire questo disturbo è proprio l’alimentazione bilanciata con il supporto di integratori alimentari.

Ecco perchè l'integrazione alimentare è un valido aiuto per la nostra salute

La scienza suggerisce di assumere quotidianamente calcio e magnesio. Preziosa per rinforzare le ossa anche la vitamina D che favorisce la sintesi di questi due micronutrienti. Inoltre, la prevenzione dell’osteoporosi avviene anche attraverso altre pratiche quotidiane. In primis, l’attività fisica, e quindi, lo sport, costante e abituale. Diverse indagini, infatti, hanno dimostrato che la sedentarietà è strettamente correlata all’osteoporosi e, al tempo stesso, indebolisce le ossa e le rende più soggette a fratture, anche non solo in età avanzata. Stesso discorso per il peso corporeo. Nemici delle nostre ossa anche i chili in eccesso che esercitano, su queste, una pressione maggiore e ne aumentano i rischi. Quindi anche il sovrappeso aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, ma significa anche ipovitaminosi D nelle ossa. Questo succede perché si ferma nel tessuto adiposo. Da qui l’importanza di prediligere i cibi ricchi di calcio e magnesio da portare a tavola. Sicuramente il pesce azzurro, fonte importante di omega 3, salmone, aringa e sgombro, ma anche fegato, uova, spinaci, broccoli, carciofi, rucola, mandorle e frutta secca. E ancora, la luce solare che stimola, nel nostro corpo, la produzione di vitamina D, attraverso i raggi ultravioletti che penetrano la pelle.

 I rischi delle fratture da fragilità

Conosciuta anche come “frattura da fragilità”, con il termine osteoporosi si intende una condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea. Lo scheletro è quindi soggetto a un maggiore rischio di fratture, a seguito alla diminuzione di densità ossea e alle modificazioni della microarchitettura delle ossa. Tra le principali tipologie di osteoporosi (primarie) che colpiscono l’osso trabecolare: l’osteoporosi idiopatica (più rara), l’osteoporosi di tipo I o post-menopausale (dovuta alla caduta della produzione ormonale) e l’osteoporosi di tipo II o senile (dovuta a varie cause, tra cui vita sedentaria, ridotto apporto di somatotropina, testosterone, calcio, magnesio, vitamina D, vitamina K e altri importanti micronutrienti, ridotta funzione dell'enzima 1a-idrossilasi che produce l'ormone attivo della vitamina D (il calcitriolo). Per quanto riguarda le secondarie, invece, fanno capo a un gruppo minore poichè costituiscono solo il 5% delle osteoporosi. Le principali sono classificabili come causate da: artrite reumatoide, celiachia, neoplasie, morbo di Crohn, fibrosi cistica, etc…

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Si manifesta inizialmente con una diminuzione del tono calcico nella massa ossea (osteopenia). Le ossa più facilmente interessate sono le vertebre dorso-lombari, il femore e il polso. Quasi sempre asintomatico, almeno per i 2/3 delle persone. Tra i primi segnali compaiono proprio le fratture e il conseguente dolore alle ossa e alla muscolatura. Solitamente il dolore è localizzato alla schiena o al bacino, ma è possibile che si manifesti ovunque sia la frattura e si aggrava in presenza di sforzi. Con il progredire dell'osteopenia si può manifestare un crollo vertebrale, una frattura dell'avambraccio (polso) o una frattura femorale. La fratture poi, possono portare ipercifosi dorsale e iperlordosi cervicale. Inoltre, l’attività fisica è necessaria, poiché è in grado, non solo di prevenire la perdita di massa ossea, ma di incrementarla dell'1%. Da non trascurare le eventuali complicanze dovute all'osteoporosi che possono provocare un dolore non sopportabile e da trattare con una terapia adeguata.

Cibo, sole e integrazione: al via con la prevenzione

Fondamentale l’integrazione di vitamina D soprattutto per i soggetti sani, come forma di prevenzione. Vi sono due forme di vitamina D utilizzate: la vitamina D2 (ergocalciferolo) e la vitamina D3 (colecalciferolo). L'azione della vitamina D3 sulla prevenzione delle fratture è ben documentata, vi è una diminuzione del 20% circa delle fratture femorali in uno studio eseguito su soggetti anziani trattati con una singola dose orale da 300.000 unità. Nonostante sia una vitamina, il calcitriolo, cioè la forma attiva della vitamina D, agisce come un ormone regolatore delle diverse azioni metaboliche e come alleato nella prevenzione di una lunga serie di patologie. La vitamina D, infatti, favorisce l’assorbimento e il fissaggio di fosforo e calcio nelle ossa, preservando così, la salute di ossa e muscoli anche in età adulta e riducendo, di conseguenza, il rischio di fragilità e osteoporosi. Alla luce di quanto detto e di degli studi scientifici in materia, possiamo concludere dicendo che per raggiungere un adeguato e salutare livello di Vitamina D, è importante tenere questi livelli sotto controllo con una combinazione equilibrata di tre fattori: alimentazione, esposizione solare e integrazione.

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Per approfondimenti:

Che Donna "Come prevenire l’osteoporosi | mettiamo più calcio e magnesio a tavola"

PubMed "Compromised Vitamin D Status Negatively Affects Muscular Strength and Power of Collegiate Athletes"

Grazia "La dieta del magnesio fa dimagrire e rinforza le ossa: ecco come seguirla"

MDPI "Special Issue "Vitamin D and Sport Performance"

PubMed "The Effect of Vitamin D Supplementation in Elite Adolescent Dancers on Muscle Function and Injury Incidence: A Randomised Double-Blind Study"

MDPI "Vitamin D and Sport Performance"

Gazzetta dello Sport "Vitamina D: preziosa per ossa, muscoli e prestazioni sportive"

Quotidiano "Vitamina D, il segreto delle prestazioni sportive"

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LEGGI ANCHE: Sport e vitamina D: riduce il rischio di fratture ed aumenta la tonicità muscolare

Magnesio, rinforza ossa e muscoli: tanti benefici e zero controindicazioni

Vitamina D, gli scienziati: dopo l'isolamento, "bagni di sole" e integrazione

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Parola d’ordine: prevenzione! È l’arma più efficace per battere il cancro sul tempo. Infatti, non tutti sanno che il 40% dei casi di tumore potrebbero essere evitati grazie a uno stile di vita sano. Questo concetto di prevenzione del cancro ha assunto maggiore importanza negli ultimi decenni, in seguito all’incremento dei casi di questa malattia. Il primo elenco scientifico contenente i principali fattori di rischio che determinano la comparsa di un tumore viene stilato nel 1981 da due epidemiologi, Richard Doll e Richard Peto. Tra gli elementi individuati nella ricerca compaiono il fumo di sigaretta e l’alimentazione oltre ad altre cause come virus, radiazioni e ormoni.

Alimentazione e TUMORI, ecco tutta la verità nascosta

In Italia, tre tumori su dieci sono causati dall’alimentazione scorretta. Le neoplasie più influenzate da ciò che mangiamo e dai chili di troppo sono quelle al colon-retto, seno, prostata, pancreas, fegato, ovaio, rene, esofago, cervice, utero ed endometrio. Molte di queste malattie potrebbero essere evitate grazie a una dieta sana e bilanciata. Si tratta di una vera e propria cultura alimentare nata e sviluppatasi nei secoli da popolazioni di contadini e pescatori, che si alimentavano con i prodotti dei loro campi o col pescato. Diversi studi hanno dimostrato, nel corso del tempo, un legame tra il regime alimentare e la diminuzione del rischio di malattie cardiovascolari e tumori. I suoi punti forti sono l’elevata quantità di alimenti in grado di fornire vitamine e sali e minerali.

Prevenire è meglio che curare

Ogni giorno, nel nostro Paese, muoiono 485 persone di cancro. Sul tema delicato, associazioni come l’AIRC e la Fondazione Umberto Veronesi lanciano un messaggio importante: il cancro si previene con una dieta alimentare equilibrata, movimento e niente fumo! Tra tutti, il più letale è quello ai polmoni, quindi quello al colon, infine pancreas e prostata. Per quanto riguarda le donne, invece, l’ago della bilancia si sposta sul tumore alla mammella che causa la morte di una persona su cinque. Per contro, lo scorso anno, è stato registrato un dato importante: un  milione di italiani sono guariti dal cancro. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che non esistono alimenti che da soli siano in grado di per prevenire la malattia, ma frutto di un insieme di fattori che, legati tra loro, aiutano e collaborano in questo importante lavoro di prevenzione. Ovviamente, gli studi dimostrano come i fumatori siano i soggetti più esposti a questo rischio rispetto a non fumatori. Così come anche un soggetto che si nutre prevalentemente con cibo spazzatura sarà più esposto rispetto a un altro che segue un regime alimentare sano ed equilibrato. Insomma, gli eccessi e le cattive abitudini, sono parte integrante di questo rischio.

 Cure alternative al tumore

Quindi, in questa circostanza più che nelle altre, l’espressione “prevenire è meglio che curare”, calza a pennello. I 4 fattori da seguire nella prevenzione sono una dieta sana, attività fisica, limitare il consumo degli alcolici e smettere di fumare. Per quanto riguarda il primo, una dieta sana ed equilibrata è composta da una serie alimenti ricchi di nutrienti e micronutrienti come vitamine e sali minerali. Frutta, verdura, omega3, fibre, antiossidanti sono toccasana per il regolare funzionamento del nostro organismo. La selezione dei cibi è particolarmente importante perché quello che mangiamo determina le cause del tumore. Quello che mangiamo è strettamente correlato al cancro. Già negli anni ’80, l'American Journal of Clinical Nutrition pubblicava il lavoro di alcuni ricercatori dellUniversità Usa di Stanford e Harvard che analizzarono gli effetti di una serie di pietanze con 50 ingredienti diversi. Lo studio dimostrò che l’80% degli ingredienti usati aveva un legame positivo o negativo con i tumori. Facciamo, quindi, attenzione a scongiurarne la possibilità di insorgenza.

Le sane abitudini tengono il cancro alla larga

«Adottare sane abitudini può evitare la comparsa di circa un caso di cancro su tre» si legge sul sito dell’AIRC.  Un  consiglio pratico vale quanto una medicina, se non di più: previene la malattia invece di curarla. Anche il noto oncologo francese Philippe Lagarde, nel suo libro sulla prevenzione parla dell’importanza dell’alimentari e dello stile di vita. Nel suo libro “Il libro d’oro della prevenzione”, il luminare francese, sottolinea che per prevenzione s’intende «agire prima della malattia». Lagarda spiega che seppur non è un modo per scongiurare il rischio è sicuramente una strategia per limitarlo ed evitarlo. Particolare attenzione, nel libro, viene riservata al consumo di alimenti sani e di qualità oltre che al rinforzo del sistema immunitario, rendendolo capace di proteggerci e contrastare la tossicità di radio e chemioterapia. Così da proteggere il paziente e potenziare l’azione della terapia. Lo dimostra anche uno studio sul mangiare male e il numero di decessi correlati, pubblicato sul Lancet. Nel 2017, 11 milioni di decessi in tutto il mondo, 1 su 5 decessi, sono attribuibili ad un cattivo regime alimentare. Il tabacco causa 8 milioni di decessi all’anno. Meno rispetto alla cattiva nutrizione.

Ecco i 6 peggiori alimenti che causano il tumore

Secondo Lagarde, la cosa da fare è garantire la qualità degli alimenti che immettiamo nel nostro organismo. Il che significa innanzitutto alimenti che siano il più possibile sani, ma insieme a questi, in funzione sinergica, con essi, bisognerebbe aggiungere integratori antiossidanti di origine naturale. Per proteggersi correttamente, è necessario renderli ancora più efficaci e farli lavorare e interagire l’uno con l’altro poiché, separati perdono gran parte delle loro qualità. Parliamo dei principali antiossidanti come le vitamine A, C, D ed E, l’acido lipoico, il glutatione, i minerali (in particolare selenio e zinco) e ancora le piante multiple, in particolare il Ginkgo Biloba, i tre Ginseng.

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Per approfondimenti:

AIRC "Stili di vita anti-cancro"

Salute Prevenzione "Mangiare male fa più male che fumare

Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) "Prevenzione"

Today "Philippe Lagarde, la dura lotta al cancro: "La prevenzione è l'incubo dell'industria farmaceutica" (INTERVISTA)

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Al via con il digiuno terapeutico: previene le malattie e rallenta l'invecchiamento

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È ormai noto il ruolo fondamentale del sistema immunitario, nella cura e nella prevenzione. E di conseguenza anche della funzione svolta dai micronutrienti (come le vitamine) che ne costituiscono la principale linea di difesa e di attacco nella lotta contro le infezioni. Infatti, da sempre, la nostra unica e principale difesa natura è proprio questo sofisticato sistema di allarme che, per buona parte (circa il 70%), si trova nel nostro intestino. Messo a dura prova e indebolito da una serie di fattori esterni quali inquinamento di aria e acqua, alimentazione sbilanciata, stress e l’abuso dei farmaci. Secondo i dati riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il sistema immunitario della popolazione a livello mondiale e, ancora più, di quella del mondo occidentale, è stato pericolosamente indebolito, soprattutto quello della fascia over 65. Detto e fatto, questo crollo delle difese apre le porte ai microrganismi patogeni, virus inclusi, spianando la strada alle pandemie.

Come dimostrano anche gli studi di Luc Montagnier, medico, biologo, virologo e docente all’Istituto Pasteur e co-scopritore del virus dell’AIDS e premio Nobel per la medicina nel 2008,  emerge, in modo evidente, che sostenere e favorire le capacità del sistema immunitario dei singoli individui permette la protezione dai virus, talvolta capaci di mantenersi asintomatici. E quindi perché non dovrebbe essere lo stesso anche per il Covid-19? «Sostenere il Sistema Immunitario sembra comunque una scelta logica, se non addirittura essenziale, e questo, avrebbe dovuto essere il primo gesto di prevenzione da compiere e da diffondere, prima di pensare alle misure di barriera che – lo ripeto per non essere frainteso – sono certamente utili, ma restano ahimè misure troppo deboli e tardive di fronte a un’epidemia così grave, aggressiva e rapida» spiega Philippe Lagarde, medico specializzato in oncologia, conosciuto in tutto il mondo per le sue idee e tecniche innovative di applicazione delle cure per il cancro e per il suo impegno sociale verso le persone affette dalla malattia.

Uno scudo contro la pandemia

Vediamo ora in che modo interviene il nostro sistema immunitario nel contrasto alle infezioni. «Il nemico numero 1 – ricorda Lagarde riportando le parole del biologo francese Jean-Marie Pelt, scomparso qualche anno fa del nostro sistema immunitario sono i radicali liberi (frammenti di molecole altamente reattive, ndr) che non devono accumularsi in alcun modo. Il corpo deve distruggerli perché sono iper-tossici. Sono quelli che sono coinvolti nella genesi delle malattie, ma sono anche quelli che promuovono le infezioni batteriche o virali». Infatti, secondo Lagarde, il primo scudo contro la pandemia è proprio il sistema immunitario. Ad agire, per il medico francese, una volta assorbiti, sarebbero i micronutrienti, come appunto le vitamine, gli oligoelementi, i polifenoli, etc.... «Essi agiscono in sinergia tra loro - prosegue l’esperto -, ma anche assieme agli enzimi e ai sistemi antiossidanti della cellula per neutralizzare i radicali liberi costantemente sviluppati all’interno delle cellule». «Questa sinergia è essenziale – continua Lagarde -, eppure viene totalmente trascurata nella lotta alle infezioni, in particolare contro quelle virali». «Le vitamine C, E, A, il selenio, lo zinco, l’acido lipoico, il glutatione e suoi precursori, i carotenoidi (flavonoidi, antociani, tannini) agiscono in sinergia e sono il “nutrimento” di cui il sistema immunitario ha bisogno» conclude il noto oncologo francese.

Ma c’è dell’altro. Per il professor Lagarde, tuttavia, questo non è sufficiente a far funzionare a dovere il sistema immunitario, «non basta cioè consumare la sola vitamina C, anche se in dosi elevate o per via venosa, per far sì che agisca, che sia davvero efficace, dobbiamo farla ‘lavorare’ insieme con tutte le altre molecole antiossidanti: in collaborazione e dunque in sinergia con loro». E quindi, per funzionare, devono appunto lavorare insieme. Da questa premessa emerge chiaramente il legame fondamentale tra salute e qualità dell’alimentazione. Per cui, un’alimentazione sana ed equilibrata, sarebbe la soluzione ideale, alla portata di tutti. A confermare l’ipotesi anche un report dell’OMS: «L’83% della popolazione con più di 40 anni è carente di micronutrienti». Per sommi capi, le difese immunitarie delle persone sono sempre più indebolite e, di conseguenza, meno resistenti alle aggressioni. Su quanto detto, il dottor Lagarde ci da un consiglio: «dai ‘cibo’ alle tue difese, apri gli occhi, se ciò non ti impedirà di incontrare il virus lungo la strada, ti consentirà perlomeno di resistere molto meglio all’infezione».

La resistenza contro l'aggressione esterna

La difesa dell'organismo contro l'aggressione dall'esterno da parte di microrganismi patogeni (virus, batteri, protozoi, funghi) formano nel loro complesso il sistema immunitario. Costituito principalmente da globuli bianchi o leucociti. I leucociti, che derivano da cellule staminali presenti nel midollo osseo e nel tessuto linfoide, intervengono in modi differenti nella difesa dell'organismo: alcuni sono in grado di inglobare l'agente esterno e distruggerlo (fagociti), altri agiscono indirettamente liberando diverse sostanze. «Il nostro corpo è attaccato continuamente dall’esterno da virus, batteri, funghi e solo la nostra pelle riesce a difenderci efficacemente» scrive Adriano Panzironi nel libro “Vivere 120 anni: le verità che nessuno vuole raccontarti”. «Tali microrganismi patologici – continua nel libro - cercano in ogni modo di entrare nel nostro organismo, utilizzando le ferite o le abrasioni, oppure tramite la bocca e il naso o anche l’intestino, dove colonie di batteri patogeni, presenti nel colon, si scontrano con le nostre difese immunitarie».

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Per approfondimenti:

Salute Prevenzione "Nella guerra contro i Virus la scienza si dimentica sempre del Sistema Immunitario

Philippe Lagarde "Libro d'oro della prevenzione: difendere la salute con gli integratori alimentari e le vitamine"

Sapere "I sistemi di difesa dell'organismo"

American Association for the Advancement of Science "Key feature of immune system survived in humans, other primates for 60 million years"

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Duro j'accuse di Gifford-Jones: "Il coronavirus e le vite che potevano essere salvate"

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Vitamina C: rafforza il sistema immunitario e combatte virus e malanni di stagione

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New York, marzo 2020. Gli ospedali curano i malati di Covid-19 con alti dosaggi di vitamina C. Si legge in un articolo del New York Post «nel più grande sistema ospedaliero dello stato di New York, i pazienti gravemente malati di coronavirus, ricevono dosi massicce di vitamina C». Andrew G. Weber, pneumologo e specialista in terapia intensiva del Northwell Health a Long Island, ha raccontato in un’intervista al NYP che per curare virus e complicanze sta somministrando, ai pazienti, in terapia intensiva, affetti da coronavirus, 1.500 milligrammi di vitamina C tre o quattro volte al giorno.

Ognuna delle dosi somministrate è maggiore di 16 volte rispetto a quella consigliata dal National Institutes of Health di vitamina C, che è di soli 90 milligrammi per gli uomini adulti e 75 milligrammi per le donne adulte. Tuttavia, Weber sta adottando una terapia basata su trattamenti sperimentali somministrati a persone con il coronavirus a Shanghai, in Cina. «I protocolli terapeutici variavano per ogni paziente, la vitamina C viene largamente utilizzata come trattamento per il coronavirus in tutto il sistema sanitario anche se il dosaggio varia da paziente a paziente» spiega Jason Molinet portavoce del Northwell, il più grande fornitore di servizi sanitari dello Stato, con 23 ospedali in tutta New York, tra cui il Lenox Hill Hospital nell'Upper East Side di Manhattan. Molinet informa anche sul numero di pazienti ricoverati per il coronavirus: sono oltre 700.

Contrasto e prevenzione dei virus

Sull'importanza della vitamina C, anche il dottor Richard Cheng, esperto cinese di medicina ortomolecolare: «È fondamentale una dose tempestiva e sufficientemente elevata di vitamina C per via endovenosa». «La vitamina C - spiega l'esperto - non è solo un noto antiossidante, ma è anche parte attiva nel contrasto dei virus e nella prevenzione della replicazione degli stessi. L'importanza della vitamina C per via endovenosa ad alte dosi non è solo a livello antivirale». «È la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) da cui muoiono molte persone nelle pandemie indotte da coronavirus (SARS, MERS e ora NCP). L'ARDS è un percorso finale diffuso che porta alla morte» conclude Cheng. 

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La terapia dell’acido ascorbico negli anni ‘30

Tuttavia, l’uso dell’acido ascorbico contro le polmoniti ed infezioni polmonari non è poi una novità. Infatti, già nel 1936 Gander e Niederberger, due medici tedeschi scoprirono che la vitamina C aveva la capacità di abbassare la febbre e riduceva il dolore nei pazienti affetti da polmonite. I risultati della ricerca, furono poi pubblicati sul Munchner (Gander and Niederberger "Vitamin C in the handling of pneumonia" Munch. Med. Wchnschr., 31: 2074, 1936). Sempre lo stesso anno, un altro medico tedesco otteneva risultati simili somministrando ai pazienti 500 milligrammi di vitamina C ogni novanta minuti (Hochwald A. Beobachtungen "Ascorbinsaurewirkung bei der krupposen Pneumonie" Wien. Arch. F. Inn. Med. , 353, 1936). Qualche anno dopo, nel 1944, Slotkin & Fletcher, due medici americani, curarono con l’acido ascorbico un paziente che aveva sviluppato una grave infezione polmonare, con ascesso polmonare e bronchite purulenta, a seguito di un intervento alla prostata (Slotkin & Fletcher, "Acido ascorbico in complicanze polmonari a seguito di chirurgia prostatica” Jour. Urol. , 52: 6 novembre 1944) 

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COVID-19 e vitamina C: via libera a New York. E l'Italia?

 

Un report del 1946 segnala che la vitamina C veniva usata abitualmente e con ottimi risultati, dai chirurghi del Millard Fillmore Hospital, a Buffalo, come profilassi contro la polmonite. I medici militari curavano le polmoniti dei soldati con l’acido ascorbico iniettato per endovena, venivano somministrati 2 cc. Non sono certo mancate le contestazioni, nei decenni seguenti, sull’utilità dell’acido ascorbico nelle polmoniti anche virali. Hunt C et al. Hanno dimostrato gli effetti clinici della supplementazione di vitamina C nei pazienti ospedalizzati anziani con infezioni respiratorie acute. E ancora nel 2014, alcuni medici indiani pubblicano il loro studio che dimostrava l’efficacia della vitamina C nel ridurre la durata della polmonite nei bambini di età inferiore ai 5 anni. Gli esperti, chiedevano, di integrare la vitamina C nel protocollo per il trattamento della polmonite in modo tale da ridurne il tasso di mortalità . Un altra prospettiva è quella fornita da due studi randomizzati sulla vitamina C orale ad alte dosi, pubblicati sul National Cancer Institute

 COVID-19 e Vitamina C: Anche Palermo si muove

Anche a Palermo qualcosa si muove. Infatti, all’Arnas Civico di Cristina-Benfratelli è iniziato uno studio su pazienti positivi a SARS-CoV-2 con polmonite interstiziale. Dopo aver raccolto una serie di informazioni sui pazienti e previo loro consenso (o dei familiari), vengono somministrati 10 gr di vitamina C in 250 ml di soluzione salina a 60 gocce al minuto. Questi pazienti, saranno successivamente sottoposti ad ulteriori analisi al fine di valutare e confrontare il tasso di mortalità, riduzione dei livelli di PCR in comparazione con i livelli iniziali entro 72 ore dalla somministrazione, la durata della degenza, il miglioramento sulle eventuali complicanze oltre ai tempi di guarigione.

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Per approfondimenti:

New York Post "New York hospitals treating coronavirus patients with vitamin C"

Daily Mail "New York hospitals are treating coronavirus patients with high dosages of VITAMIN C after promising results from China"

Journal of Rawalpindi Medical College "Efficacy of Vitamin C in Reducing Duration of Severe Pneumonia in Children" Khan IM et al 18 (1): 55-57

National Center for Biotechnology Information "The clinical effects of vitamin C supplementation in elderly hospitalised patients with acute respiratory infections" Int J Vitam Nutr Res 1994; 64: 212-19

National Cancer Institute  "High-Dose Vitamin C (PDQ®)–Health Professional Version"

Gander and Niederberger "Vitamin C in the handling of pneumonia" Munch. Med. Wchnschr., 31: 2074, 1936

Hochwald A. Beobachtungen "Ascorbinsaurewirkung bei der krupposen Pneumonie" Wien. Arch. F. Inn. Med. , 353, 1936

 

LEGGI ANCHE: Duro j'accuse di Gifford-Jones: "Il coronavirus e le vite che potevano essere salvate"

COVID-19, la verità da Oriente: Vitamine C e D nella prevenzione delle malattie polmonari

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Morti in vano per il Covid-19 quando, forse, potevano essere salvati. Sulle inutili vittime di questo virus, si interroga Ken Walker Gifford-Jones. Anzi, ci spiega come, secondo lui, potrebbero essere salvate migliaia di vite. «Ai pazienti che risultano positivi al coronavirus - spiega l'esperto - dovrebbe essere somministrata la vitamina C per via endovenosa, e salverà vite umane. Il problema è che la maggior parte dei medici si rifiuta ancora di credere che l'IVC sia efficace». Poi, parla anche di prevenzione con le giuste dosi per rafforzare il sistema immunitario. Raccomanda di «iniziare con 2000 mg due volte al giorno per costruire l'immunità e se i sintomi dell'influenza si sviluppano, arrivare anche a 2.000 mg all'ora, ovviamente fino alla tolleranza intestinale, ma sempre su consiglio medico». Gifford-Jones mette in guarda dai possibili effetti collaterali di un sovradosaggio, ma «meglio sedersi su una toilette che sotto una lapide» sdrammatizza l'esperto.

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Dal trattamento clinico per i contagiati alla misura di prevenzione per contrastare il virus. Gifford-Jones condanna la mancanza di intervento sia da parte dei governi degli Stati colpiti dall'emergenza sia dei rispettivi sistemi sanitari. «La vitamina C è a buon mercato - scrive nel suo saggio Gifford-Jones -, innocua e ampiamente disponibile ed è ampiamente stata dimostrata la sua efficacia nel ridurre la mortalità dovuta all'infezioni virali». Poi, con un punta il dito contro i dottori inconsapevoli e si lancia in un duro j'accuse alla classe medica: «Non somministrarla ai pazienti affetti da COVID-19 è uguale all'omicidio». A sostegno della sua tesi cita Lendon H. Smith autore della Clinical Guide to the Use of Vitamin C che riprende la ricerca del Dr. Frederick R. Klenner, pioniere nell'utilizzo della vitamina C e nella sua applicazione, con successo, a svariate malattie virali e batteriche

 La vitamina C nei casi Coronavirus

Ad alcuni ricercatori della Orthomolecular Medicine News Service (OMNS), che studiano il potenziale degli integratori per combattere la malattia, è stato chiesto come tratterebbero il Coronavirus. Una selezione di risposte meritevoli di attenzione sono state riproposte dal dottor Ken Walker Gifford-Jones, sul suo blog. «Il coronavirus può essere drasticamente rallentato o fermato completamente con l'uso immediato diffuso di alte dosi di vitamina C che, assunto in razioni giornaliere diventa un antivirale senza eguali» spiega Andrew W. Saul, esperto internazionale di terapia vitaminica. «Il dr. Robert F. Cathcart - ricorda Saul -, che ha avuto una vasta esperienza nel trattamento delle malattie virali sostiene di non aver mai visto influenza che non sia stata curata con dosi massicce di vitamina C». Altra interessante teoria, quella del professor Victor Marcial-Vega della Caribe School of Medicine:«Dato il tasso relativamente elevato di successo della vitamina C endovenosa nelle malattie virali e la mia osservazione del miglioramento clinico entro 2 o 3 ore dal trattamento, credo fortemente che sarebbe la mia prima raccomandazione nella gestione del coronavirus». E aggiunge: «Ho anche usato la vitamina C per via endovenosa per trattare pazienti con influenza, febbre dengue e chikungunya, per 24 anni». Della stessa filosofia dei colleghi, anche Jeffery Allyn Ruterbusch, professore associato presso Central Michigan University«Credo che tutti noi siamo d'accordo sui notevoli benefici della vitamina C quando le persone sono poste a condizioni di stress». Poi, è la volta di Damien Downing, ex redattore del Journal of Nutritional and Environmental Medicine che spiega la correlazione tra il selenio e il sistema immunitario:«Influenza suina, influenza aviaria, e SARS, tutte sviluppati in Cina dove è carente il selenio. Quando ai pazienti contagiati è stato somministrato il selenio, i tassi di mutazione virale sono diminuiti e, nel complesso, le difese immunitarie sono migliorate». In sintesi, tutti i ricercatori sostengono non solo la validità e l'importanza del trattamento IVC nei casi di COVID-19, ma garantiscono anche un miglioramento a 2-3 ore dalla somministrazione.

Lannutti

Ma non sono i soli. Favorevole all'uso della vitamina C anche Elio Lannutti, giornalista, scrittore e portavoce M5S al Senato scrive su Twitter: «La vitamina C può aiutare a curare la polmonite e a prevenire la replicazione virale». Altri esperti sostengono che alte dosi di vitamina C, insieme a 3.000 IU di vitamina D, e 20 milligrammi di zinco, siano una buona combinazione per aiutare a combattere le malattie virali. È il caso di Carolyn Dean, e Thomas Levy, entrambi esperti nel panorama internazionale sul magnesio, hanno sottolineato che il minerale è coinvolto in 1.000 reazioni metaboliche e che mantenere livelli adeguati migliora l'immunità. Un'altra opinione overriding era che poche persone sanno che alte dosi di C aumentano l'immunità e sconfiggono le malattie virali. E secondo Ken Walker Gifford-Jones, queste informazioni non sarebbero nuove: «Durante la grande epidemia di poliomielite del 1949-50 il Dr. Frederick R. Klenner, un medico di famiglia in North Carolina, ha curato 60 malati di poliomielite con alte dosi di vitamina C per via endovenosa». In quell'occasione, non si sono registrati casi di paralisi. Questa scoperta avrebbe dovuto fare notizia in tutto il mondo, ma la notizia del dottor Klenner è caduta sulle orecchie dei sordi. Più tardi, Klenner ha dimostrato che alte dosi di C potevano anche essere efficaci nei trattamenti per meningite, polmonite, morbillo, epatite e altre malattie virali e batteriche. Anche per curare il morso di un serpente a sonagli. 

Per approfondimenti: "More Research Is Killing COVID-19 Victims"   "People Are Dying Needlessly of Coronavirus" di W. Jifford-Jones

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