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Un nutriente raccomandato soprattutto alle donne in gravidanza, ma di notevole importanza in ogni fase della vita, soprattutto per gli sportivi, per i muscoli e la salute cardiovascolare. Una vitamina essenziale che interviene nella sintesi del DNA, delle proteine e nella formazione dell’emoglobina. I cosiddetti “folati”, rappresentano la forma in cui la vitamina B9 si trova naturalmente negli alimenti, mentre l’acido folico è la sua forma ossidata, presente negli integratori e negli alimenti fortificati. Un nutriente che svolge diverse funzioni importanti: insieme alla vitamina B12 lavora per creare nuove cellule, interviene nella formazione dell’emoglobina ed è essenziale per la fabbricazione del materiale genetico e delle proteine. «La vitamina B9 è fondamentale per la circolazione del sangue, per la formazione dei globuli rossi, e quindi per il trasporto di nutrimento e ossigeno ai muscoli», spiega in un’intervista a Gazzetta Active la dottoressa Alice Cancellato, biologa nutrizionista del Centro scienze della natalità e ginecologia oncologica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Insomma, protegge il cuore e per questo è importante sono sottovalutare una sua carenza. Ecco come riconoscerne i sintomi: «Si ha un innalzamento dei livelli di omocisteina e dei problemi nella coagulazione del sangue. Ma è necessario fare un esame ad hoc per vederlo» prosegue la biologa. Deficit di questa vitamina derivano da condizioni di malnutrizione, malassorbimento, gravidanza, aumento della escrezione renale (come la dialisi), assunzione di farmaci che possono interferire con l’assorbimento di vitamina B9 (tra cui proprio la metformina).

Affaticamento eccessivo, irritabilità, confusione… e ancora, una sua carenza prolungata nel tempo può determinare una particolare forma di anemia, detta megaloblastica. Infatti, una dieta troppo povera di acido folico può provocare diversi disturbi. Essenziale quindi, come già detto, nei primi mesi di gravidanza dove svolge un ruolo fondamentale per prevenire le malformazioni nelle prime fasi di sviluppo dell’embrione. In particolare, aiuta ad evitare i difetti del tubo neurale, diminuendo il rischio che non si chiuda correttamente e che il piccolo sviluppi malformazioni anche gravi come la spina bifida. Inoltre, l’acido folico contrasta la menorrea come conseguenza delle prestazioni sportive. Un’attività fisica intensa può portare a un’alterazioni del ciclo mestruale, fino a sfociare anche in uno stato di amenorrea (assenza totale del mestruo), aumentando di conseguenza il rischio di malattie cardiovascolari. Inoltre, è stato scientificamente dimostrato che una supplementazione di acido folico può evitare questa complicazione. L’acido folico, come dimostra uno studio pubblicato sul Clinical Journal of Sport Medicine e condotto dai ricercatori del Medical College of Wisconsin a Milwaukee, sembrerebbe in grado di normalizzare la funzione vascolare nelle atlete affette da amenorrea, migliorando la dilatazione dei vasi e favorendo il flusso sanguigno. Va inoltre sottolineato che una ridotta dilatazione vascolare, come quella che può indurre l’amenorrea, può influire negativamente anche sulle prestazioni sportive perché tende a ostacolare l’assorbimento dell’ossigeno.

Tanti benefici senza rischi

Senza dimenticare poi che tutte le vitamine del gruppo B partecipano al metabolismo energetico, aiutando la trasformazione di carboidrati, grassi e proteine in energia. La carenza di questa vitamina può portare inoltre a vari gradi di danno al tessuto nervoso, poiché i folati intervengono anche nella sintesi di alcuni neurotrasmettitori, il che può causare intorpidimento e formicolio nei casi lievi, mentre nei casi più gravi, possono presentarsi disturbi mentali che possono arrivare fino alla demenza grave. La vitamina B9 poi, assume un rilievo notevole in particolare per gli sportivi. «La vitamina B9 è fondamentale per la circolazione del sangue, per la formazione dei globuli rossi, e quindi per il trasporto di ferro, nutrimento e ossigeno ai muscoli» aggiunge l’esperta.

Partiamo intanto da un distinguo: l’acido folico è la vitamina B9 in sintesi, che troviamo negli integratori o negli alimenti fortificati [...]. I folati sono la vitamina B9 che si trova negli alimenti: nelle verdure a foglia larga, nella frutta (in particolare fragole, avocado, mele e kiwi), [...] nell’uovo, nei broccoli. Il limite dell’acido folico è che è una vitamina termolabile, quindi con la cottura si può disperdere. Per questo è meglio assumerla attraverso frutta e verdura cruda come l’insalata, oppure con verdura non troppo cotta. La vitamina B9 è molto importante per il metabolismo dei globuli rossi, per la coagulazione del sangue, perché partecipa insieme alla vitamina B6 e B12 a mantenere bassi i livelli di omocisteina. E livelli troppo alti di omocisteina sono pericolosi a livello cardiovascolare, quindi per il rischio di infarti e ictus, perché portano alla formazione di coaguli a livello cardiocircolatorio. In caso di anemia questa può essere dovuta proprio a carenza di folati. In questo caso si chiama anemia megaloblastica, e non è dovuta ad una carenza di ferro. No, perché l’eccesso viene eliminato con le urine. Proprio per questo motivo soprattutto se si è in gravidanza è fondamentale assumere integrazioni di acido folico, in particolare nei primi tre mesi appena prima del concepimento e nei primi tre mesi della gravidanza, ed è consigliato proseguire fino al parto. Anche perché l’acido folico partecipa alla sintesi del Dna e alla replicazione cellulare. Per questo i difetti congeniti nei bambini come la spina bifida sono dovuti alla carenza di acido folico.

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Per approfondimenti:

Gazzetta Active "Acido folico, la nutrizionista: “Fondamentale per la salute del cuore e dei muscoli”

Gazzetta Active "Acido folico: perché è così importante"

Nurse 24 "Acido folico"

Gazzetta Active "Vitamine del gruppo B: sono fondamentali per avere energia, ma non solo…"

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Killer del benessere psicofisico e colpevoli dell’accelerata dei processi degenerativi. L’avanzare degli anni scorre inesorabile e con esso l’invecchiamento cutaneo, quel processo cronico e fisiologico che interessa ciascuna cellula dell'organismo e che a livello della pelle si manifesta con la comparsa di rughe, macchie, scarsa idratazione, perdita di tonicità ed elasticità. Individuati chimicamente nel 1956 dallo studioso Denham Harman, il quale giunse alla conclusione che i radicali liberi erano i principali artefici dell’invecchiamento delle cellule e ne sottolineò l’aspetto altamente nocivo. Un processo naturale che porta alla progressiva diminuzione del collagene e dell'elastina prodotti dal derma, con conseguente cedimento dell'epidermide. Tra le prime cause dell’invecchiamento precoce e quindi, dell'assottigliamento e della perdita di elasticità della pelle. I danni ossidativi intrinsechi, ovvero gli effetti negativi dovuti ad una produzione interna di radicali liberi, hanno conseguenze rilevanti sulla nostra pelle tra cui proprio la comparsa di rughe evidenti seguite da una perdita di elasticità più profonda. Insomma, contro l’avanzata dei radicali liberi, gli antiossidanti, un must per difendere la pelle dal processo di invecchiamento. Dalla pelle arrossata a quella infiammata, da quella irritata a quella disidratata. Uno squilibro devastante che potrebbe creare danni irreparabili se non contrastato in tempo e con i giusti mezzi. Inoltre, i radicali liberi privano la pelle della sua capacità naturale di trattenere l’acqua e difendersi dall’inquinamento e dalle impurità. Difatti, il compito dei trattamenti antiossidanti è proprio quello di proteggere l'epidermide dai danni causati dai radicali liberi e quindi dall’inquinamento in superficie contrastando anche la perdita di idratazione. I radicali liberi sono poi responsabili di numerose malattie cardiovascolari e degenerative oltre a invecchiamento e calvizie. Tra gli altri fattori di rischio insonnia e disturbi del sonno. Si teorizza infatti che durante il sonno ci sia anche un aumento nell’attività degli antiossidanti prodotti dal nostro corpo e che la privazione del sonno causi un accumulo di radicali liberi.

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Nemici della giovinezza, queste sostanze di scarto si formano come conseguenza del metabolismo cellulare e come tali sono eliminate da ogni singola cellula attraverso meccanismi specifici. I radicali liberi sono molecole che in quantità eccessive danno origine a reazioni chimiche dannose. Particelle instabili e prive di una componente essenziale: questa carenza conduce gli elettroni che le compongono verso una naturale predisposizione ad unirsi agli atomi di idrogeno. Generati, mediante un evento fisiologico, dall’ossigeno tra i fattori responsabili di un aumento figurano l’eccessiva attività sportiva, l’inquinamento ambientale, l’esposizione a radiazioni solari o ionizzate, abuso di alcol e fumo, diete non equilibrate, l’assunzione di farmacia e le patologie pregresse (ipercolestemia, diabete, patologie autoimmuni e situazioni di stress). In sostanza, i radicali liberi intervengono in particolari tipi di processi estremamente negativi per l'organismo, quali invecchiamento, malattie tumorali, numerose patologie degenerative ed altre malattie di ogni genere come ad esempio la calvizie androgenetica. Antagonisti quindi dell’organismo, della pelle e… degli antiossidanti, sostanze che l’organismo produce per bloccare il processo di ossidazione e l’azione dei radicali liberi. Pertanto, prevenire l’insorgenza dei radicali liberi nel nostro corpo è un’arma importante contro l’effetto dannoso che possono provocare. Quando il nostro corpo non è più in grado di neutralizzare questi nemici della salute è necessario aiutarlo con una sana alimentazione, le giuste creme e la corretta integrazione. In pratica, il contrasto a questa azione nociva dipende dalla combinazione di alimentazione (dieta ricca di antiossidanti) e prodotti cosmetici che assumono un ruolo chiave nel trattamento e nella cura quotidiana della pelle, perché gli attivi presenti all’interno sono studiati specificatamente per trattare e proteggere la cute, con un’azione diretta sulla pelle e sui difetti da correggere.

I killer del benessere

Diversi studi evidenziano che nonostante la durata media della vita di un uomo sia propbabilmente inferiore (intorno ai 75 anni), questa, potrebbe essere sensibilmente aumentata passando addirittura ai 120 anni se solo sul nostro organismo non influisse l’azione dannosa dei radicali liberi. Difatti, essi producono un deterioramento non indifferente a livello cellulare. Danneggiando mitocondri e membrane cellulari rendono vani i processi riparatori degli antiossidanti. Questo meccanismo che porta alla morte delle cellule, crea i primi fenomeni fastidiosi a livello estetico per poi sfociare in una serie di malattie molto più gravi: malattie degenerative (sclerosi multipla, Alzheimer e morbo di Parkinson), patologie cardiovascolari (ictus, infarto e ischemie), patologie infiammatorie (enfisema polmonare, bronchite cronica, artrite reumatoide, asma, dermatite e cancro), invecchiamento di cellule e tessuti (lo stress ossidativo altera il meccanismo di rigenerazione cellulare provocando invecchiamento precoce), comparsa prematura di rughe e macchie (danneggiano i mitocondri delle cellule responsabili della struttura del tessuto epidermico) oltre a calvizie e perdita di capelli. Insomma, gli effetti nocivi di questo prodotto di scarto sono molteplici come spiega Gloria Mosconi, biologa e nutrizionista in un’intervista esclusiva a Life 120:

Cosa sono i radicali liberi e come esercitano la loro azione sull’epidermide?

I radicali liberi sono molecole aventi la caratteristica di contenere un elettrone spaiato nell’orbitale più esterno, rendendole così instabili. Per comprendere meglio questo meccanismo, va premesso che una molecola per considerarsi stabile, deve contenere non elettroni singoli, ma accoppiati due a due. Infatti, quando la molecola perde il suo elettrone, per cause che andremo a vedere, nel tentare di recuperare la sua stabilità cercherà in tutti i modi, di rubare, di strappare, un elettrone all’atomo vicino per pareggiare la sua carica elettromagnetica. Quando questo accade però, lei tornerà ad essere stabile, ma causerà l’instabilità all’atomo a cui ha strappato l’elettrone, che cercherà a sua volta di recuperare la sua stabilità strappando l’elettrone alla molecola vicina. Chiaramente è facile ed intuitivo capire che questo scatenerà un meccanismo a catena in cui gli atomi o molecole assumeranno lo stesso comportamento.

L’eccessiva produzione di radicali liberi che si accumulano nel nostro organismo sono una delle principali cause dell'assottigliamento e della perdita di elasticità della pelle?

L’organismo ha pensato ad un sistema di difesa rispetto all’attacco dei radicali. Ma quando la produzione di questi supera le capacità innate del nostro corpo, le conseguenze si riflettono sulle pelle in misura marcata ed evidente perché e l’organo in prima linea, quello sotto ai riflettori. La perdita di elasticità è uno dei primi segni di invecchiamento, ne consegue la perdita di tono e di turgore. L’importante è osservare e mettere in pratica i vari consigli, ma la cosa migliore da fare è sempre quella di prevenire ed accompagnare l’evoluzione della nostra pelle nel modo più sano e fisiologico possibile.

L'importanza degli ANTIOSSIDANTI nel contrasto ai RADICALI LIBERI

E’ possibile contrastare lo stress ossidativo e rallentare il processo di invecchiamento cutaneo?


Cerchiamo innanzitutto di comprendere nel modo più semplice possibile, l’origine ed il significato di Stress Ossidativo: La produzione di radicali liberi è un evento assolutamente fisiologico che fa parte delle numerose reazioni biochimiche cellulari soprattutto in quelle che coinvolgono l’ossigeno (ma possono derivare anche dall’azoto), per produrre energia. Infatti i radicali più conosciuti sono proprio quelli provenienti dalle reazione con l’ossigeno, chiamati ROS, come l’anione superossido e il perossido di idrogeno i quali a loro volta in presenza di metalli come ferro e rame danno origine al radicale ossidrile particolarmente tossico e responsabile della perossidazione lipidica. La loro formazione porta ad una conseguenza importante e assolutamente non trascurabile che prende il nome di Stress Ossidativo che sono proprio tutte quelle alterazioni che si producono nei tessuti, nelle cellule e nelle macromolecole biologiche, creando danno e a volte, quando la presenza dei radicali risulta essere in eccesso rispetto ai meccanismi di difesa dell’organismo, anche a morte cellulare. Come abbiamo già detto, la produzione di radicali liberi è un evento fisiologico e l’organismo ha di per sé, messo a punto un sistema di difesa in grado di neutralizzare buona parte degli effetti negativi associati appunto alla produzione di questi. Ad esempio la superossidodismutasi interviene per convertire l’anione superossido (un radicale), in perossido di idrogeno (acqua ossigenata) azione questa finalizzata a contrastare la presenza del radicale e a contrastare quindi lo stress ossidativo.

Quali sono le conseguenze dell’attacco alle molecole di collagene?

In questo caso i radicali liberi provocano più danni del previsto in quanto possono degradare e danneggiare prematuramente le nostre cellule di collagene che diventano più rigide facendoci apparire più vecchi. Infatti il collagene ma anche l’elastina e i lipidi che formano la membrana cellulare e il Dna, si possono deteriorare provocando, a lungo andare, un invecchiamento precoce ben visibile delle pelle. E’ necessario quindi che ci si protegga per tempo…. Ma bersaglio dell’azione ossidativa può avvenire anche a carico di fosfolipidi, proteine, acidi nucleici etc… , e le relative conseguenze su vari organi, compresa la pelle, sono causa di invecchiamento cutaneo con comparsa di rughe, macchie, e perdita di idratazione, tonicità ed elasticità.

Come proteggere la pelle dai questi irreparabili danni e interrompere le reazioni di ossidazione e di degenerazione?

Se è vero che in molti casi i radicali liberi sono i nemici della pelle (oltre che dell’organismo), è altrettanto vero che i migliori alleati per contrastare e mantenere la pelle in salute sono gli Antiossidanti, sostanze che l’organismo produce per bloccare l’azione di questi. Gli Antiossidanti infatti sono già presenti all’interno del corpo, e buona parte di essi viene assunta attraverso l’alimentazione. Tuttavia questo non è sufficiente perché una parte di essi si disperde nell’intestino, e anche perché gli alimenti sono sempre più depauperati, e gli effetti benefici possono non arrivare direttamente alla pelle. Bisognerebbe inoltre fare attenzione a ciò che si mangia e si beve . Seguire uno stile di vita orientato il più possibile nell’ evitare sostanze inquinanti , stress, diabete, alcool, al fumo di sigaretta, al freddo, alla protezione dai raggi UV del sole applicando, non solo d’estate, creme e cosmetici con filtri solari, tutti fattori questi, scatenanti la formazione di molecole reattive.

Parliamo di "RADICALI LIBERI, AMMINE e NITRITI" nella 19a puntata de "Il Cerca Salute"

Qual è il ruolo degli antiossidanti e perché è importante inserirli nella beauty routine?

Fra le varie misure consigliate per contrastare l’azione della presenza dei radicali liberi, le sostanze antiossidante assumono un ruolo chiave nel contrastare il meccanismo molecolare favorendo la rigenerazione delle cellule danneggiate. Ora queste speciali sostanze si distinguono in sostanze antiossiodative di origine endogena (perché sintetizzate autonomamente dall’organismo) come la superossidodismutasi, la catalasi e il glutatione ridotto, oppure di origine esogena cioè apportate dagli alimenti o dagli integratori, senza dimenticare l’apporto importantissimo, e che metterei al primo posto, e che quotidianamente si può avere con cosmetici selezionati e di qualità , di cui la pelle si può nutrire per trarne molti benefici. Infatti le sostanze antiossidanti nei trattamenti cosmetici, sono quelle molecole in grado di interrompere le reazioni di ossidazione e di degenerazione prevenendone le conseguenze. Il futuro è lo studio di sostanze ad azione antiossidativa che siano anche stabili all’interno di una formulazione cosmetica. Si, perché molte di queste, come ad esempio la vitamina C, utilizzata spesso in polvere proprio per preservarne la massima efficacia, ha un periodo consigliato molto ristretto entro il quale il prodotto dovrà essere utilizzato, proprio a causa della sua poca stabilità. Stesso discorso vale per la vitamina E. Oltre alla Vitamina C ed E, esistono oggi creme per il volto e per il corpo ma anche shampoo detergenti etc… in cui si impiegano le proprietà di un metallo prezioso, cioè l’Argento in forma Organica Colloidale in concentrazioni idonee a sfruttare di esso solo i meravigliosi benefici. La forma organica colloidale favorisce la sua biodisponibilità valorizzando così i suoi principi dermopurificanti in virtù delle sue proprietà antiossidative, ed in sinergia all’acido ialuronico e alla Vitamina C, aiuta la pelle a contrastare i radicali liberi rigenerandola e rivitalizzandola, schiarendola, ristrutturandola e rendendola, in particolare quella matura, più elastica, più liscia e compatta. Ma anche a lenire gli effetti degli agenti esterni. Indicata per tutte le età, sia come prevenzione sia come ristrutturante dopo i 50 anni, l’argento colloidale accelera le reazioni biochimiche che rivitalizzano il derma fino in profondità. Migliora il microcircolo e l’ossigenazione cutanea, rallenta i processi di perdita di collagene (causati anche dalla presenza di radicali liberi), ed elastina, ripara le cellule tissutali, stimola la produzione di fibre elastiche e spiana i solchi già formati, rivelandosi un amico fedele nel contrastare i processi di invecchiamento le perdite di tono e trofismo per presenza di radicali liberi e che si manifestano ancor di più, nelle pelli stressate stanche o mature.

Gli effetti negativi sono accentuati anche dalla carenza vitaminica?

Poiché molte vitamine hanno proprietà antiossidanti vien da sé comprendere facilmente che laddove ci sia una carenza delle stesse, ci sarà anche una debole azione antiradicalica. Ci sono sostanze vitaminiche in grado di disattivare l’azione dei radicali cedendo loro stesse un atomo di idrogeno riducendo al minimo il loro effetto dannoso. Inoltre le vitamine liposolubili ad esempio, vengono incorporate nelle membrane cellulari proteggendole dal danno ossidativo.

Alimentazione, integratori e cosmesi hanno un ruolo chiave in questa lotta quotidiana?

È importante sottolineare, che è sempre meglio prevenire la presenza di un stress ossidativo assoluto mettendo in pratica una serie di misure fra cui l’alimentazione variata di frutta e verdura per l’apporto di vitamine e sali minerali la cui concentrazione nel sangue dovrà essere sostenuta con l’aiuto di integratori per via orale contenenti sostanze ad azione antiossidante come Vitamina C, Vitamina E, Coenzima Q10, magnesio, rame, zinco, selenio, omega3, polifenoli, flavonoidi etc…. Ma un ruolo chiave, a cui spesso si da erroneamente un peso relativo, è proprio la beauty routine, un MUST, per difendere la pelle dai processi di invecchiamento. In grado di interrompere le reazioni di ossidazione, donano al viso un incarnato chiaro , luminoso e puro, né opaco né lucido per esaltare la luminosità innata della pelle. Una pelle che abbandona il suo grigiore e torna ad essere chiara e naturale. Un effetto distensivo sulle rughe e di turgore della pelle emergeranno nella beauty routine. E’ fondamentale sapere cosa si stende sul proprio viso e corpo, anche attraverso l’analisi dell’INCI, scegliere prodotti delicati, e di altissima qualità, senza componenti aggressivi per la cute, sempre nel rispetto di questo grande e meraviglioso organo.

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Per approfondimenti:

Il Corriere della Sera  "Dai peperoni rossi alle uova, ecco i cibi che aiutano a fare il pieno di collagene"

AGI "Pelle: contro l'invecchiamento, glicani stimolano collagene"

Ansa "Rughe, è tutta una questione d'acqua"

Io Donna "Il collagene è il trend beauty del momento. Come funziona e cosa bisogna sapere?"

Wikipedia "Collagene"

DiLei "Collagene: cos’è, a cosa serve, cosa mangiare e integratori"

JAAC "Trehalose-Induced Activation of Autophagy Improves Cardiac Remodeling After Myocardial Infarction"

Alimentazione Gazzetta "Dieta e beauty routine per una pelle luminosa e sana: alimenti, creme e trattamenti"

Il Secolo XIX "C’è uno zucchero che piace anche al cervello"

Alimentazione Gazzetta "Vitamine per la pelle, nella dieta e nelle creme: quali sono le più utili?"

Wikipedia "Pelle"

Starbene "Salute della pelle e alimentazione"

Gazzetta Act!ve "Zuccheri, ecco perché troppi fanno male. Quali sono i benefici di una dieta che ne è priva?"

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Sovrappeso, affaticamento, malattie infiammatorie e....tanta dipendenza. Semplice o complesso, lo zucchero, è l'unico responsabile di tanti disturbi. Gli effetti collaterali di un consumo eccessivo e prolungato che si deposita intorno al girovita sono molteplici. Per contro, una sua riduzione porterebbe a una lunga serie di benefici a breve termine. In primis l’aumento dell’energia poiché una limitazione del consumo di questa sostanza consente di aumentare i livelli energetici del nostro organismo e di conseguenza anche migliori performance psicofisiche. Tra gli altri effetti positivi di una modifica dello stile alimentare a “ridotto contenuto di zuccheri” anche una maggiore concentrazione, migliore qualità del sonno, regolarità del transito intestinale e dell’apparato digestivo. A beneficiare di un consumo ridotto anche la nostra pelle. Luminosità, texture e idratazione oltre a rafforzare le barriere contro gli attacchi esterni e favorire il microcircolo del derma. Infatti, non tutti sanno che lo zucchero danneggia precocemente la pelle, facilita la formazione di rughe, macchie e di processi infiammatori topici, interferisce inoltre anche con la produzione di collagene (indispensabile per la compattezza e l’elasticità dei tessuti) e determina un aumento della produzione di sebo, ancora più dannosa per chi soffre di acne.

L'amara verità dello ZUCCHERO: tutti i rischi per la nostra salute


Colpevole anche di sbalzi d’umore, ansia, irritabilità e ricorrenti “up and down” mentali. Diversi studi hanno dimostrato che una dieta ricca di zucchero può compromettere l’abilità di imparare e ricordare: è bene ridurli per contrastare questi fenomeni e preservare la lucidità mentale. Inoltre, ridurre in modo drastico il consumo di saccarosio, e quindi, delle sue forme affini, porterebbe poi ad avere un intestino in salute. Gli zuccheri, infatti, hanno la capacità di modificare il microbiota intestinale, alterando la composizione della flora batterica. Disequilibri che non solo rendono la digestione lenta e difficile, ma che indeboliscono il sistema immunitario, aumentando il carico infiammatorio a livello intestinale. Ultimo, ma non per importanza poi, la perdita di peso. Tra i notevoli benefici anche la riduzione di patologie importanti come obesità e sovrappeso. La perdita di peso, infatti, è determinata da uno scarico naturale dei liquidi in eccesso, un effetto drenante dovuto alla minor quantità di acqua legata dalle riserve di glucosio.

Dieta a “ridotto contenuto di zuccheri”

Al via con la dieta “sugar detox”, l’alimentazione giusta per disintossicarsi dagli zuccheri. Dalla ritenzione idrica alla formazione delle rughe. I tanti danni provocati da un eccesso di zuccheri interferiscono non solo con la salute (con una infiammazione dei tessuti), ma anche con la nostra estetica. Troppi carboidrati e zucchero raffinato desensibilizzano i sistemi di sazietà favorendone un consumo inconsapevole creando così una sorta di dipendenza. Secondo Robert Lustig, professore di pediatria e membro dell'Institute for Health Policy Studies dell'Università della California, negli Stati Uniti circa il 10% della popolazione è tossicodipendente da zucchero. Dannoso per la nostra salute. Troppi zuccheri portano a un aumento della glicemia e costringono il pancreas a liberare l'insulina facendo entrare il glucosio nelle cellule, in modo tale da bruciarlo e produrre energia. Quello in eccesso poi, viene trasformato in trigliceridi, tra le cause principali di ostruzione delle arterie e di patologie cardiocircolatorie. Una buona parte poi si deposita nel tessuto adiposo, portando all’aumento di peso e nel fegato, contribuendo così all’insulino-resistenza. Collegate all’eccesso di zuccheri anche diverse malattie: dal diabete di tipo 2 all’ipertensione, dall’insufficienza renale all’ovaio policistico, ma anche il sovrappeso, l’osteoporosi, la stanchezza, i disordini del metabolismo dei grassi fino addirittura alle malattie neurodegenerative. Pertanto il consiglio di tanti esperti è quello di depurarsi dagli zuccheri limitando così il rischio di queste patologie.

Dall'INSULINA allo ZUCCHERO nascosto nei cibi moderni

Se la dieta è ricca di alimenti zuccherini, dolci, bevande dolcificate e gassate, succhi di frutta – spiega in un’intervista a Gazzetta Active Luca Colucci, biologo, nutrizionista, – favorirà l’aumento repentino dei livelli di glucosio nel sangue, una produzione continuativa di insulina con danni a lungo termine sulla salute. Questi abusi stimolano in modo eccessivo l’appetito, portano ad affaticamento precoce, promuovono l’aumento di peso, inducono nel tempo insulino – resistenza, una sorta di intolleranza al glucosio. Fare uno scarico graduale degli zuccheri nella dieta, permette di migliorare vari aspetti della salute, prevenire malattie infiammatorie e migliorare la silhouette.

 

Più energia


Ridurre la concentrazione di zuccheri nella dieta permette di aumentare i livelli energetici dell’organismo, garantire performance psico-fisiche migliori a lungo termine. Passati i primi giorni di stanchezza e astenia dovuti al cambio del metabolismo che modifica la sua fonte di energia primaria, si hanno migliorie su forza fisica, concentrazione, qualità del sonno, transito intestinale, digestione. L’eccessiva assunzione di zuccheri favorisce infatti la proliferazione di lieviti intestinali che affaticano l’apparato digerente, specialmente il pancreas che, producendo troppa insulina in maniera continuativa, porta a effetti deleteri sulle nostre cellule. È bene quindi evitare di assumere un carico eccessivo di zuccheri dopo i pasti principali per contrastare tutte queste problematiche e ritrovare la salute.

Pelle migliore


Limitare gli zuccheri nella dieta permette di migliorare la luminosità della pelle, la texture, l’idratazione, alleggerire il microcircolo del derma, rafforzare le barriere naturali contro gli insulti esterni. Si evita in questo modo un processo di glicazione avanzata, cioè la reazione fra uno zucchero tipo fruttosio o glucosio e una proteina, che danneggia precocemente la pelle, facilita la formazione di rughe, macchie e processi infiammatori topici. Carichi eccessivi di zuccheri interferiscono anche con la produzione di collagene, sostanza indispensabile per la compattezza e l’elasticità dei tessuti epiteliali del nostro organismo. Attenzione anche a chi soffre di acne: assumere troppi zuccheri semplici determina un aumento della produzione di sebo nella pelle, ostruendo i pori e provocando punti neri e altre fastidiose imperfezioni.

Prestazioni mentali


Troppo zucchero rende inclini a sbalzi d’umore poiché riduce le riserve di vitamina B, e blocca i recettori del cromo, sostanze chimiche naturali che riequilibrano la sfera emotiva. Se si esagera si può sfociare in irritabilità, ansia e ricorrenti “up and down” mentali. Alcuni studi hanno dimostrato che una dieta ricca di fruttosio può compromettere l’abilità di imparare e ricordare: è bene ridurli per contrastare questi fenomeni e mantenere la lucidità mentale. Mitighiamo gli effetti con l’integrazione di omega-3: l’uso di grassi sani come riserva permette di mantenere livelli di energia più stabili e migliorare la concentrazione.

Intestino sano


Gli zuccheri sono in grado di modificare il microbiota intestinale, alterando la composizione della flora batterica già nelle 24 ore successive. Questi disequilibri rendono la digestione più difficoltosa e lenta, e col tempo possono indebolire il sistema immunitario, aumentando il carico infiammatorio a livello dell’intestino e degli organi annessi. I batteri intestinali sono avari di zuccheri e un surplus di edulcoranti-dolcificanti crea un ambiente distorto che li porta a cambiamenti nel loro metabolismo e nell’equilibrio delle varie specie presenti. Eliminare o ridurre in modo drastico l’introito di saccarosio e delle sue forme affini, permette di riequilibrare tutto l’ecosistema, evitare tensione addominale, meteorismo e rafforzare le difese immunitarie.

Perdita di peso


Un altro beneficio che si verifica fin dai primi giorni è quello di sentirsi più sgonfi e leggeri. La perdita di peso è determinata da uno scarico naturale dei liquidi in eccesso, un effetto drenante dovuto alla minor quantità di acqua legata dalle riserve di glucosio. È bene precisare che non bisogna però eliminare completamente gli zuccheri semplici dalla routine alimentare: via libera agli alimenti che lo contengono naturalmente come frutta e ortaggi, evitando invece quelli confezionati e industriali. È possibile consumare a volontà cibi che ospitano fino a 6 grammi di zucchero per 100 grammi, in modo da non compromette la salute e avvicinarsi agli obiettivi di benessere.

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Per approfondimenti:

Gazzetta Active "Effetti rapidi della riduzione degli zuccheri nella dieta"

La Repubblica "Sugar detox: combattere la dipendenza da zuccheri in 4 mosse"

Fondazione AIRC "Lo zucchero favorisce la crescita dei tumori?"

Elle Italia "Lo zucchero non è tutto uguale e saper distinguere quale fa male è garanzia di lunga vita"

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Carboidrati, un’arma letale ai tempi del Covid: rischio obesità e infiammazione

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L’estate sta arrivando e il Covid se ne va. Ci riscaldano, ci abbronzano e in poche decine di secondi uccidono persino il virus. Meno di un minuto per disattivare la carica virale emessa da una persona positiva. È quanto conferma una nuova ricerca sui raggi che arrivano sulla terra. «Abbiamo dimostrato che raggi Uva e Uvb del sole nel giro di poche decine di secondi uccidono completamente il Sars-Cov-2» dimostra Mario Clerici, immunologo, docente di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore scientifico dell’Irccs di Milano Fondazione Don Gnocchi, autore, insieme al gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale di astrofisica, di un nuovo studio tutto italiano. Numerose ricerche precedenti condotte nell’ultimo anno avevano già mostrato gli effetti benefici sia dei raggi solari che della vitamina D come scudo di difesa in questa pandemia. Secondo quando mostrato nell’ultima indagine, la luce ultravioletta a lunghezza d’onda corta o radiazione UV-C avrebbe un’ottima efficacia nel neutralizzare il coronavirus SARS-CoV-2. Confermata e ribadita più volte da recenti studi scientifici la relazione che associa la carenza di vitamina D alle forme più gravi di coronavirus. Insomma, che la carenza di vitamina D potrebbe diventare un fattore predisponente per ammalarsi di Covid e portare ad un esito severo o addirittura letale della malattia l’aveva già sostenuto a inizio pandemia, in una lettera al British Medical Journal, il professor Andrea Giustina primario di Endocrinologia all’Ospedale San Raffaele di Milano, ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università Vita-Salute San Raffaele e presidente della European Society of Endocrinology. Nella lettera, il primario evidenziava come carenze di vitamina D aumentino la predisposizione ad infezioni sistemiche e abbassino la risposta immunitaria.

Insomma, la bella stagione il virus porta via. 10, 20 secondi al massimo e il sole inattiva il virus. Ormai noto da tempo il potere germicida della luce UV-C su batteri e virus, una proprietà dovuta alla sua capacità di rompere i legami molecolari di DNA e RNA che costituiscono questi microorganismi. Difatti, diversi sistemi vengono utilizzati per la disinfezione di ambienti e superfici come appunto ospedali e luoghi pubblici. In pratica, d’estate il virus è spacciato. Quindi, di conseguenza, la peggior letalità del SARS-CoV-2 scaturita dalla minore (o nulla) esposizione ai raggi solari, mezzo primario per sintetizzare la vitamina D. Per l’esperimento, i ricercatori hanno utilizzato cellule polmonari in piastra che sono state irrorate con le diverse quantità di SARS-CoV-2, dunque poste sotto lampade UV per calcolare i tempi di inattivazione delle diverse lunghezze d’onda sul patogeno umano. L’effetto germicida è stato verificato anche in risposta all’irraggiamento con gli UV-A e gli UV-B, indicando che la carica virale può essere completamente inattivata dalle lunghezze d’onda UV corrispondenti all’irradiazione solare UV-A e UV-B. «Abbiamo illuminato con luce UV soluzioni a diverse concentrazioni di virus e abbiamo trovato che è sufficiente una dose molto piccola, per inattivare e inibire la riproduzione del virus, indipendentemente dalla sua concentrazione» sottolinea Mara Biasin, docente di Biologia Applicata dell’Università Statale di Milano. «Con dosi così piccole è possibile attuare un’efficace strategia di disinfezione contro il coronavirus. Questo dato sarà utile [...] per sviluppare sistemi volti a contrastare lo sviluppo della pandemia», aggiunge Andrea Bianco, tecnologo INAF.

Neutralizza l’infettività


Una teoria confermata già nell’Ottocento quando, per contrastare la tubercolosi, le persone venivano esposte al sole, senza neanche sapere che assumevano in questo modo vitamina D e senza neanche conoscerne gli effetti sul piano immune. Il risultato fu che quelli che vivevano di più all’aria aperta e quindi erano maggiormente esposti ai raggi ultravioletti, si ammalavano di meno di tubercolosi o guarivano più velocemente. La vitamina D, per l'appunto, svolge tra le altre funzioni anche un ruolo importante come ormone pluripotente in diversi meccanismi immunologici. Nelle persone con deficit di vitamina D, la sua integrazione è in grado di ridurre il rischio di sviluppare diverse infezioni virali. Quindi, oltre all’esposizione solare, la supplementazione di questo nutriente è una raccomandazione utile e sicura.

Questo studio - spiega Clerici all’Adnkronos Salute - è essenzialmente il seguito di un precedente lavoro che avevamo fatto l’anno scorso quando avevamo visto che i raggi Uvc che sono una componente dei raggi solari che però non arriva sulla terra, uccidevano il Sars-Cov-2 dopo un’esposizione di pochi secondi. Però gli Uvc - ribadisce Clerici - non arrivano sulla terra, quindi quei dati erano importanti solo da un certo punto di vista. Adesso, abbiamo visto che anche gli Uva e Uvb che sono i raggi che arrivano sulla terra, ci abbronzano e ci riscaldano, nel giro di poche decine di secondi uccidono completamente il Sars-Cov-2. Dunque abbiamo esattamente replicato i dati sugli Uvc però dimostrando questa volta che tutti i raggi solari distruggono il virus. E fra l’altro il tempo necessario, quando per esempio si è in spiaggia con il sole che viene amplificato dal riverbero sulla sabbia o sull’acqua, è ancora più breve. Quindi in spiaggia bastano veramente 10-20 secondi di Uva e Uvb per uccidere completamente il virus. La nostra idea è che questo, insieme alla percentuale sempre più alta di vaccinati, spieghi perché con la bella stagione stiamo superando la problematica. Innanzi tutto c’è da dire che il sole - sottolinea Clerici - non è il solo elemento che giustifichi tutto quello che osserviamo. In India hanno contribuito le feste religiose con i bagni nel Gange e poi c’erano i monsoni, quindi c’era tutta la velatura dei raggi solari dovuta alle nuvole. In Brasile sappiamo tutti quello che è successo purtroppo hanno pagato la gestione Bolsonaro, perché è vero che servono i raggi solari però servono anche le mascherine, i vaccini e tutto il resto.

Vitamina D

Gli studiosi hanno confermato l’efficacia del sole contro il Covid-19 oltre a sterilizzare oggetti e ambienti dal virus.

Si vede proprio in una visualizzazione - spiega l’immunologo - l’effetto dei raggi solari sul virus: se non lo esponi ai raggi solari il virus infetta le cellule, se lo esponi ai raggi solari lo uccidi. I dati dell’anno scorso erano importanti perché hanno portato allo sviluppo di dispositivi che svolgevano proprio questa funzione ma i raggi Uvc - ricorda lo scienziato - sono pericolosi per la cute umana, quindi non si poteva stare nella stessa stanza dove venivano applicati. I raggi Uvb invece no, sono i raggi che ci toccano normalmente quando usciamo al sole, per cui questa scoperta ha un’importanza molto più alta. Gli astrofisici hanno collegato una macchinetta che produce i diversi raggi solari in maniera distinta, quindi solo gli Uva o gli Uvb o gli Uvc piuttosto che gli ultravioletti - spiega Clerici - poi abbiamo messo la macchinetta sotto una cappa, abbiamo preso le cellule polmonari e abbiamo buttato sopra il virus. E il virus che è stato esposto oppure no alle diverse componenti dei raggi solari. Dapprima - chiarisce l’immunologo - abbiamo usato una dose massimale di virus, quindi molto molto più alta di quella che si ha in un soggetto con Covid. E poi abbiamo usato la dose presente in un paziente con Covid severo, per vedere se poteva avere anche una potenziale importanza clinica. Ed effettivamente è così: si inattiva nel giro di pochi secondi la quantità di virus che è quella che nei pazienti provoca il Covid severo.

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Numerosi i lavori condotti sia retrospettivamente (Meltzer D et al.), che con metanalisi (Pereira M et al.), che hanno confermato la presenza di ipovitaminosi D nella maggioranza dei pazienti affetti da Covid-19, soprattutto se in forma severa (Kohlmeier M et al.) e di una più elevata mortalità ad essa associata (De Smet D et al.): tutti questi dati forniscono interessanti elementi di riflessione e di ripensamento su un intervento potenzialmente utile a tutta la popolazione anziana che, soprattutto in Italia, è in larga misura carente di vitamina D (Isaia G et al.). In uno studio randomizzato su 76 pazienti oligosintomatici (Castillo ME et al.), la percentuale di soggetti per i quali è stato necessario, successivamente, il ricovero in terapia intensiva è stata del 2% se trattati con dosi elevate di calcifediolo e del 50% nei pazienti non trattati. Uno studio retrospettivo su oltre 190.000 pazienti ha evidenziato la presenza di una significativa correlazione tra la bassa percentuale dei soggetti positivi alla malattia e più elevati livelli di questo nutriente (Kaufman HW et al.). In 77 soggetti anziani ospedalizzati per Covid (Annweiler G. et al., GERIA-COVID Study), la probabilità di sopravvivenza alla malattia è risultata significativamente correlata con la somministrazione di colecalciferolo, assunto nell’anno precedente oppure al momento della diagnosi. Nei pazienti positivi i livelli di vitamina D sono risultati significativamente inferiori rispetto a quelli dei pazienti negativi (D’Avolio et al.). E ancora in una sperimentazione clinica (Rastogi A. et al., SHADE Study) su 40 pazienti asintomatici o paucisintomatici è stata osservata la negativizzazione della malattia nel 62,5% dei pazienti trattati con alte dosi di colecalciferolo contro il 20,8% dei pazienti del gruppo di controllo.

Vitamina D, un prezioso alleato ricco di proprietà e benefici

Dati poi confermati da altri lavori condotti dall’inizio della pandemia hanno evidenziato l’importanza di questa sostanza come strategia di prevenzione e trattamento:

  • Una review pubblicata su Nutriens evidenziava la capacità dell’integrazione della vitamina D di incidere sul rischio di sviluppare infezioni da Covid-19.
  • Uno studio norvegese mostra laddove vi è un consumo abituale dell'olio di fegato di merluzzo, fonte di vitamina D, una percentuale inferiore di contagi o una forma più lieve della malattia.
  • L'indagine dell'Università della Cantabria a Santander sottolinea la correlazione tra le persone positive al coronavirus, ricoverate in ospedale, e la carenza di vitamina D.
  • Lo studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism sottolinea che nell’82,2% dei pazienti ricoverati in un ospedale spagnolo sono stati riscontrati scarsi livelli di vitamina D.
  • La ricerca dell'Università di Chicago, pubblicata sul Journal of American Medical Association Network Open, dimostra che le persone con scarsi livelli di vitamina D potrebbero avere fino al 60% di probabilità in più di contrarre il coronavirus e di conseguenza collegata a una minore probabilità di sviluppare un'infezione in forma grave.
  • Lo studio condotto al The Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust con l’Università dell’East Anglia mostra un’associazione tra tasso di decessi superiore per Covid-19 e popolazioni con vitamina D carente.
  • Lo studio di Barcellona sostiene il ruolo del calcifediolo contro il Covid, morti in calo del 60% con la vitamina D.
  • La ricerca condotta dall'Accademia di Medicina mostra la prevalenza di soggetti con scarsa vitamina D è risultata pari al 31,86% negli asintomatici e al 96,82% in quelli che sono stati poi ricoverati in terapia intensiva. 
  • L’indagine condotta all’Università di Torino sulla necessità di adeguati livelli di questa vitamina, soprattutto negli anziani.

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Per approfondimenti:

MedRxiv "UV-A e UV-B possono neutralizzare l'infettività SARS-CoV-2"

Adnkronos "Covid, studio italiano: così il sole distrugge il virus in pochi secondi"

Fanpage "I raggi solari uccidono il coronavirus in meno di un minuto"

HuffPost "I raggi del sole distruggono il virus in pochi secondi: i risultati di uno studio italiano"

Secolo d'Italia "Covid, i raggi solari distruggono il virus in pochi secondi. Lo dimostra uno studio italiano"

YouMedia "I raggi solari uccidono il coronavirus in meno di un minuto"

Respiratory Research "Circulating Vitamin D levels status and clinical prognostic indices in COVID-19 patients"

Agi "La carenza di vitamina D può aggravare la malattia"

Nurse Time "Coronavirus, carenza di vitamina D associata a stadi clinici più compromessi"

Comune di Torino "Vitamina D nella prevenzione e nel trattamento del COVID-19: nuove evidenze"

Regione Piemonte "Covid, aggiornato il protocollo delle cure a casa"

Ansa "ANSA-IL-PUNTO/ COVID: PIEMONTE si attrezza contro varianti"

Nutrients "Effectiveness of In-Hospital Cholecalciferol Use on Clinical Outcomes in Comorbid COVID-19 Patients: A Hypothesis-Generating Study"

Jama Network "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19 Test Results"

Springer Link "Associations between hypovitaminosis D and COVID-19: a narrative review"

Il Messaggero "Covid, morti in calo con l'assunzione di vitamina D"

Ansa "Covid: calo morti con trattamento con vitamina D"

Il Resto del Carlino "Covid, con la vitamina D rischio di decesso e ricovero in Intensiva calato dell'80%"

La Nazione "Covid, calo di morti con la vitamina D"

La Gazzetta di Parma "Calo dei morti da Covid col trattamento con vitamina D: uno studio anche parmigiano"

Il Giornale "La Vitamina D ci salverà dal Covid?"

The Guardian "Add vitamin D to bread and milk to help fight Covid, urge scientists"

ANSA "Covid: carenza vitamina D per oltre 80% pazienti ricoverati"

Queen Mary University "Clinical trial to investigate whether vitamin D protects against COVID-19"

ISS "COVID-19: la vitamina D potrebbe cooperare con l’interferone nella risposta antivirale"

Today "Coronavirus e Vitamina D: la ricerca sull'olio di merluzzo e Covid-19"

Journal of American Medical Association Network Open "Association of Vitamin D Status and Other Clinical Characteristics With COVID-19"

Università di Torino "Possibile ruolo preventivo e terapeutico della vitamina D nella gestione della pandemia da COVID-19"

Leggo "Covid, 8 pazienti su 10 ricoverati in ospedale erano carenti di vitamina D"

Giornale di Brescia "Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti ricoverati"

Corriere del Ticino "Carenza di vitamina D nell’80% dei pazienti COVID"

Corriere della Sera "La carenza di vitamina D potrebbe avere un ruolo in Covid-19?"

AGI "Le carenze di vitamina D potrebbero aumentare la vulnerabilità al Covid"

Fanpage "La vitamina D riduce il rischio di COVID-19, lo conferma un nuovo studio"

Huffington Post "Bagni di sole e camminate nei boschi per difendervi dal virus. I consigli del Trinity College"

LEGGI ANCHE: Il Piemonte rompe gli schemi: vitamina D introdotta nel protocollo contro il Covid

Calcifediolo contro il Covid. Lo studio di Barcellona: morti in calo del 60% con la vitamina D

Dalla vitamina D al Covid: una lunga storia tra mito e scienza

Covid, calo morti e trasferimenti in terapia intensiva dell'80%: merito della vitamina D

Il sole contro il Covid: la vitamina D ci rende più forti e meno vulnerabili

Covid, studio a Pavia: carenza di vitamina D associata all’infezione

Regno Unito: contro il Covid, vitamina D a oltre 2 milioni di persone

Covid, carenza di vitamina D nell'80% dei pazienti

Covid: aumenta il rischio del 60% con carenza di vitamina D

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Ingrediente importante nella prevenzione di alcune malattie legate all’invecchiamento cellulare e alla neurodegenerazione, come il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. I ricercatori della Fondazione Mach, nei laboratori di metabolomica di San Michele all’Adige, hanno studiato i metaboliti della frutta nel loro percorso all’interno del corpo, soffermandosi in particolare sull’acido gallico, presente nel vino e nei piccoli frutti. I ricercatori hanno dimostrato come esso si depositi in quantità significative proprio nel cervello. I risultati del progetto di ricerca sono stati poi pubblicati sulla prestigiosa rivista dell’American Chemical Society, “ACS Chemical Neuroscience”. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa progressiva caratterizzata da una perdita di neuroni dopaminergici, che porta a bradicinesia, rigidità, tremore a riposo e instabilità posturale, nonché sintomi non motori come compromissione olfattiva, dolore, disfunzione autonomica, sonno alterato, affaticamento e cambiamenti comportamentali. La patogenesi coinvolge lo stress ossidativo, la distruzione dei mitocondri, le alterazioni della proteina α-sinucleina e i processi neuroinfiammatori. Dall’altro lato, i polifenoli, metaboliti secondari delle piante, che hanno mostrato benefici in diversi modelli sperimentali di Parkinson. L'assunzione di polifenoli attraverso la dieta è anche associata a un minor rischio della patologia del Parkinson e, dai dati a supporto, anche della potenziale capacità neuroprotettiva dell'aumento dei polifenoli nella dieta. L'evidenza suggerisce che l'assunzione di polifenoli alimentari potrebbe addirittura inibire la neurodegenerazione e la progressione della patologia stessa.


I polifenoli, infatti, sembrano avere un effetto positivo sul microbiota intestinale, capaci quindi di ridurre l'infiammazione che contribuisce all’insorgenza della malattia. Pertanto, una dieta ricca di polifenoli potrebbe dunque diminuire i sintomi e aumentare la qualità della vita di tutte quelle persone costrette a convivere con questa patologia. Le malattie neurodegenerative (ND) sono caratterizzate da disturbi con progressivo deterioramento della struttura e/o della funzione dei neuroni. Le mutazioni genetiche possono portare a molte di queste. Tuttavia, la neurodegenerazione può anche avvenire a causa di diversi processi biologici. La patogenesi di diverse malattie neurodegenerative tra cui le malattie di Alzheimer (AD), Parkinson (PD) e Huntington (HD) è associata allo stress ossidativo (OS). Per mantenere le normali funzioni dei neuroni, sono importanti anche livelli più bassi di specie reattive dell'ossigeno (ROS) e specie reattive dell'azoto (RNS), poiché i loro livelli maggiori potrebbero causare la morte delle cellule neuronali. È stato scoperto, inoltre, che la neurodegenerazione mediata dal sistema operativo comporta una serie di eventi tra cui la disfunzione mitocondriale. Numerose evidenze scientifiche suggeriscono da anni il beneficio dell'utilizzo dei polifenoli per il trattamento dei disturbi neurodegenerativi. Nel complesso, i fitochimici polifenolici sono di natura più sicura. In particolare, sulla potenziale efficacia di polifenoli come epigallocatechina-3-gallato, curcumina, resveratrolo, quercetina e polifenoli metilati berberina contro i più comuni disturbi neurodegenerativi.

Un muro allo stress ossidativo


Una comune malattia neurodegenerativa, quella del Parkinson caratterizzata da deficit motori e gastrointestinali (GI). Studi recenti evidenziano il ruolo del microbiota intestinale nei disturbi neurologici. Considerata come la seconda malattia neurodegenerativa progressiva più diffusa caratterizzata dalla degenerazione dei neuroni dopaminergici nel mesencefalo umano. Vari studi di ricerca in corso concorrono per comprendere le cause di questa patologia e chiarire i meccanismi alla base della neurodegenerazione. Gli attuali trattamenti farmacologici si sono concentrati principalmente sul miglioramento del metabolismo della dopamina nei pazienti con Parkinson, nonostante gli effetti collaterali dell'uso a lungo termine. Negli ultimi anni, è stato riconosciuto che i percorsi mediati dallo stress ossidativo portano alla neurodegenerazione nel cervello, che è associata alla fisiopatologia del morbo di Parkinson. Inoltre, la funzione esercitata dal microbiota intestinale potrebbe essere influenzato da fattori che predispongono gli individui al morbo di Parkinson, come le tossine ambientali, l'invecchiamento e la genetica dell'ospite. È necessario evidenziare l'effetto del microbiota intestinale sui meccanismi implicati nella fisiopatologia del Parkinson, tra cui l'asse del cervello intestinale del microbiota interrotto, la disfunzione della barriera e la disfunzione immunitaria.

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Nella malattia di Parkinson – evidenzia Christian Orlando, biologo - l'importanza dell’alimentazione è ormai nota a tutti. In presenza di malattie croniche un’alimentazione corretta diventa condizione fondamentale per il benessere dell’individuo e influisce positivamente sull’efficacia della terapia farmacologica e sullo stato di salute generale». Inoltre, «un’alimentazione a basso contenuto di carboidrati insulinici ha un enorme potenziale nella prevenzione e nella gestione delle patologie neurodegenerative come il Parkinson. Gli studi clinici che esplorano l’effetto dei cambiamenti dietetici a livello neuronale sono pochi e lontani tra loro, ma esiste già un’enorme quantità di materiale scientifico che dettaglia come le diete ad alto contenuto di zucchero mettono a repentaglio la salute del cervello e quanto invece, al contrario, le diete a basso contenuto di carboidrati supportano la salute del cervello. Infatti nella patologia del Parkinson la funzione mitocondriale indebolita si suppone sia coinvolta nella morte dei neuroni che forniscono la dopamina. I ricercatori ipotizzano che i corpi chetonici, utilizzati come fonte energetica in caso di ridotto apporto di carboidrati, possono proteggere i mitocondri e sostenere la loro funzione» conclude l’esperto.

E ancora, questa patologia è caratterizzata oltre alle alterazioni del microbiota intestinale anche da un elevato carico di comorbidità gastrointestinali, in particolare costipazione e riduzione del tempo di transito del colon. E i diversi metaboliti prodotti dal microbiota sono decisamente importanti per la salute dell'ospite. Gli obiettivi dello studio erano valutare le associazioni tra composizione del microbiota, consistenza delle feci, stitichezza e metaboliti microbici sistemici nella malattia di Parkinson per comprendere meglio come i microbi intestinali contribuiscono ai disturbi gastrointestinali comunemente osservati nei pazienti. In sintesi, le alterazioni compositive e metaboliche nel microbiota del Parkinson sono altamente associate alla funzione intestinale, suggerendo plausibili collegamenti meccanicistici tra metabolismo batterico alterato e ridotta salute intestinale in questa malattia. La rilevazione sistemica di elevati metaboliti microbici proteolitici deleteri nel siero di Parkinson suggerisce un meccanismo per cui la disbiosi del microbiota contribuisce all'eziologia e alla fisiopatologia della malattia. A tal proposito, i polifenoli del cacao riattivano i processi coinvolti nel metabolismo cerebrale, mantenendo un corretto afflusso cerebrale di sangue, migliorando la perfusione cerebrale; migliorano la sensibilità all’insulina, modulano l’attività neuroinfiammatoria e posseggono attività neuroprotettiva, bloccando la morte neuronale indotta dalle neurotossine.

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Per approfondimenti:

PubMed "Microbiota Composition and Metabolism Are Associated With Gut Function in Parkinson's Disease"

PubMed "Parkinson's disease: Are gut microbes involved?"

PubMed "The Pathology of Parkinson's Disease and Potential Benefit of Dietary Polyphenols"

JAMA Neurology "Association of Circadian Abnormalities in Older Adults With an Increased Risk of Developing Parkinson Disease"

PubMed "Plant Polyphenols as Neuroprotective Agents in Parkinson's Disease Targeting Oxidative Stress"

PubMed "Neuroprotective role of polyphenols against oxidative stress-mediated neurodegeneration"

MedicalFacts "Malattia di Parkinson: levatacce e ore piccole possono influire?"

PubMed "The Pathology of Parkinson's Disease and Potential Benefit of Dietary Polyphenols"

Il Messaggero "Il Covid può portare al Parkinson, studio australiano: Sarà la terza ondata della pandemia"

Libero "Coronavirus e Parkinson, la correlazione col morbo: "Questa sarà la vera terza ondata della pandemia"

Io Donna "Post lockdown: 6 bambini su 10 mostrano ansia, irritabilità e disturbi del sonno"

Il Giorno "Effetto Coronavirus: Aumentati i pazienti con disturbi del sonno"

Il Fatto Quitidiano "Parkinson, “un nesso tra infiammazione e la neurotossicità”. Lo studio dell’istituto Mario Negri"

Wired "A causa di Covid-19 potremmo vedere un'ondata di Parkinson"

PubMed "Peripheral inflammation exacerbates α-synuclein toxicity and neuropathology in Parkinson's models"

Biomedicalcue "Parkinson: scoperta la coppia molecolare che frena il morbo"

LEGGI ANCHE: Elimina i "rifiuti": il sonno rigenera il cervello e contrasta le malattie neurodegenerative

Insonnia e disturbi del sonno triplicano il rischio di sviluppo del Parkinson

Covid-19. Dalla terza ondata della pandemia al morbo di Parkinson

Rush University: la cannella per arrestare la progressione del morbo di Parkinson

Studi: la curcuma può curare Parkinson e Alzheimer ma la medicina non studia prodotti a basso costo...

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Secchezza cutanea, arrossamento, prurito, macchie e bolle. Questi tra i sintomi cutanei più diffusi con cui si manifestano le allergie. Caratterizzate prevalentemente da meccanismi generati dal contatto con allergeni o agenti irritanti diversi o meglio, reazioni innescate dall’organismo nei confronti di determinate sostanze presenti nell’ambiente che ci circonda. Gli allergeni che normalmente sono sostanze innocue, possono, in alcuni soggetti, attivare in maniera eccessiva il sistema immunitario. Le allergie cutanee, anche conosciute con il nome di dermatiti, sono delle reazioni nei confronti di allergeni che entrano in contatto direttamente con la cute e o con le mucose. Questo contatto stimola l’attivazione del sistema immunitario, in particolare dei linfociti T e delle cellule dendritiche, e questo porta ai comuni sintomi, quali lesioni vascolari accompagnate da eritema con prurito intenso. Tra le differenti sostanze in grado di causare questo tipo di allergie sicuramente alimenti, metalli, gomma, farmaci, resine, profumi e cosmetici. Insomma, numerosi i principi capaci di provocare queste reazioni di ipersensibilità. Le allergie cutanee, inoltre, vedono soprattutto l’attivazione dei linfociti T, in particolare dei linfociti Tαβ. Affinché questi si attivino è indispensabile il legame tra linfocita T e cellula di Langerhans e/o cellule dendritiche cutanee. Questo legame è mediato dal riconoscimento tra TCR (Recettore della Cellula T) e MHC (Complesso Maggiore di Istocompatibilità) di classe I o II (vedi figura).

Meccanismo Tc

Tra le forme più frequenti di queste eruzioni cutanee: orticaria, angioedema, dermatite da contatto e dermatite atopica. La manifestazione più comune dell’orticaria consiste nella comparsa di aree arrossate (eritema) e rilevate, rispetto alla pelle circostante, dove si avverte un intenso prurito. Mentre l’angioedema è un’alterazione che colpisce strati più profondi della pelle e, per questo motivo, si associa a sensazioni di bruciore e formicolio. L’orticaria è un’infiammazione della cute, quella su base immunologica dovuta a reazioni immunitarie che si associano all’assunzione di cibi o di farmaci oppure alle punture di insetti, quelle su base non immunologica definite anche “fisiche” in quanto provocate da un contatto e da una pressione esercitati sulla pelle (come il dermografismo). Rientrano nelle altre forme di orticaria non immunologica anche quelle provocate dall’esposizione alla luce solare, dal caldo e dal freddo. La dermatite da contatto si può manifestare con una grande varietà di lesioni che vanno dall’eritema, a bolle, a zone con placche rilevate, a squame e vescicole. La dermatite atopica, invece, si manifesta nei bambini con eritema, prurito, formazione di squame e croste, che si localizzano abitualmente al viso e negli adulti con pelle secca e arrossamenti. Per questo è importante rinfrescare e lenire la pelle oltre a rinforzare la barriera cutanea con un idratante ipoallergenico. In modo tale da proteggerla sia da allergeni che da agenti esterni potenzialmente irritanti. Il nostro impegno quotidiano, per una pelle sana, inizia proprio dalla scelta di prodotti a elevata tollerabilità e testati su pelli sensibili.

Problemi di ALLERGIA AL NICHEL? L'importanza di quello che mangiamo


La pelle nel mirino


La pelle, il primo bersaglio. L’80% delle allergie mostrano manifestazioni cutanee. Un’eruzione cutanea causata da allergia può essere locale e riguardare solo una piccola parte del corpo o può coprire una vasta area. La pelle, non è altro che il rivestimento protettivo del nostro corpo, funge da “interfaccia” con il mondo esterno e in virtù di questo, è estremamente esposta agli allergeni. Inoltre, l'utilizzo di prodotti cosmetici non adatti è tra le prime cause di reazioni allergiche e intolleranze. Gloria Mosconi, biologa e nutrizionista, spiega in un’intervista esclusiva a Life 120 il problema di allergie e manifestazioni cutanee, come riconoscerle e correre ai ripari per evitare questi fastidi oltre che fisici, anche estetici:


Come si manifestano le reazioni allergiche?


È ormai da diverso tempo che assistiamo ad un forte aumento dei fenomeni allergici dove circa il 25% della popolazione risulta essere allergica a qualcosa. Le reazioni allergiche si possono manifestare a livello della pelle, in vario modo e le diverse forme sono caratterizzate da meccanismi di sviluppo particolari e da allergeni diversi. Inoltre in alcune situazioni si possono manifestare in modo simile, pur non essendo alla base scatenate da una causa allergica. Per questo motivo le manifestazioni allergiche localizzate sulla pelle rientrano in un’area complessa che crea anche problemi di diagnosi differenziale.

Quali sono le manifestazioni più comuni di questa infiammazione della pelle?


I sintomi più o meno visibili che possono anticipare un’allergia cutanea sono normalmente da collegare alla pelle secca arrossamenti e prurito. Quando il nostro organismo reagisce in modo anomalo ad una sostanza, allergene, riconosciuta erroneamente come dannosa, può succedere che manifesti il suo disappunto anche sulla pelle. Abbiamo quindi compreso che le sostanze che possono causare una allergia, sono chiamate allergeni. Ora i soggetti allergici producono un tipo di anticorpo , le immunoglobuline E (IgE), che interagiscono in modo specifico con l’allergene. L’interazione tra le IgE e gli allergeni, innesca la reazione allergica, con liberazione di mediatori dell’anafilassi, come l’istamina in primis, responsabili dell’insorgenza dei sintomi. L’allergia è specifica verso un tipo di allergene e un soggetto può essere allergico a uno o più allergeni. A volte è difficile individuare l’origine dell’allergia: può essere infatti una allergia da contatto, ma anche di origine alimentare, farmacologica e respiratoria etc... Comunque le allergie cutanee più frequenti che affliggono una buona percentuale della popolazione si possono sintetizzare principalmente in queste tre: dermatite allergica (detta anche Dermatite Atopica o Eczema Allergico) o da contatto, orticaria e angioedema.

Perché è importante non sottovalutare i primi segnali? Qual è il rischio che si corre?


Quando il soggetto non trascura il primo campanello d’allarme e si sottopone quindi ad un approfondimento specialistico di tipo clinico e/o diagnostico, sicuramente si troverà nelle condizioni di riconoscere l’arrivo del sintomo allergico e di mettere in atto misure preventive o di trattamento in fase acuta, tali da poter controllare l’evento. Al contrario, l’individuo non preparato, può incorrere a casi rari, seppur possibili, di sintomi di anafilassi severa fino alla perdita di coscienza o altre complicanze gravi, che possono richiedere misure d’emergenza, il ricovero ospedaliero, e l’osservazione medica del soggetto.

La DERMATITE ATOPICA e il valido aiuto dell'alimentazione

C’è un rapporto tra il rash cutaneo e l’alimentazione?


Non è sempre così, ma può capitare che sedersi a tavola diventi un incubo!! Infatti alcuni cibi possano essere responsabili di una reazione allergica, dando vita a bolle e rush cutanei di diversa tipologia ed entità. Sul banco degli imputati ci sono gli Anticorpi Reattivi. Succede che alcune sostanze contenute nei cibi, fungano da allergene e vengano percepite dall’organismo come tossiche, anche se in realtà non lo sono. Il corpo quindi per difendersi da questo presunto nemico, scatena una seria di attacchi da parte degli Anticorpi Reattivi verso cellule sane, causando prurito e sintomi correlati. Spesso queste manifestazione inizialmente cutanee, si accompagnano anche a problematiche respiratorie a causa della così chiamata Marcia Allergica, che si evidenzia soprattutto nell’infanzia, anche se, è ormai chiaro che le allergie alimentari possono manifestarsi a qualsiasi età, comparire all’improvviso e/o sparire per sempre.

Atrofia, iperpigmentazione, eritema, orticaria e geloni sono campanelli d’allarme di un’infiammazione?


Le eruzioni cutanee sono caratterizzate da arrossamenti , pomfi pruriginosi o dolorosi, e lesioni che possono essere circoscritte ad una zona o diffuse su diverse parti del corpo e si sviluppano a livello superficiale (come le infiammazione dei piccoli vasi sanguigni presenti nella pelle), è il caso questo dei geloni, ma possono essere associate anche a reazioni edematose del tessuto sottocutaneo profondo parlando quindi di angioedema, ed è il caso questo delle forme di orticaria severa. Nella patogenesi si individua la presenza massiccia di istamina (e anche di altri mediatori della flogosi), liberata attraverso i mastociti, che sono cellule che svolgono un ruolo importante nel sistema immunitario, da cui consegue una reazione infiammatoria che porta alla manifestazioni cutanee.

È possibile prevenire questi disturbi oltre che fisici, anche estetici?


Prima di parlare di prevenzione, sarebbe corretto comprendere a pieno cosa si nasconde sotto la punta dell’iceberg. Infatti le intolleranze alimentari nascono da una mucosa intestinale che per svariati motivi, ha perso la sua integrità. Se volessimo dare una definizione potrebbe essere quella che l’intolleranza alimentare è la conseguenza del passaggio attraverso la mucosa intestinale troppo permeabile, di macromolecole alimentari, non completamente digerite, che a contatto con il sistema linfatico e sanguigno, scatenano, la risposta di alcuni elementi del sistema immunitario. Vediamo quindi che tutto trae origine da ciò che ingeriamo, e la mucosa intestinale è l’ambiente discriminatorio tra ciò che è funzionale alla nutrizione dell’individuo e quanto invece è opportuno eliminare per prevenire questi disturbi fisici ed estetici. Da ciò si deduce che è possibile prevenire questi disturbi partendo innanzitutto da un sano stile di vita. L’utilizzo inoltre di creme selezionate e di qualità può dare un grande contributo dal punto di vista estetico.

DERMATITE SEBORROICA, come ci aiuta l'alimentazione

Esiste un vademecum di suggerimenti o di proprietà benefiche per scoraggiare l’insorgenza di questa fastidiosa sintomatologia?


Il consiglio appropriato è proprio quello di ridurre il più possibile il contatto con l’allergene o con gli allergeni, responsabili dei fastidi. La cosa importante è quella di osservare attentamente cosa può essere il fattore scatenante, saper interpretare la risposta che manifesta il proprio corpo a contatto con l’allergene, sia esso alimentare o di natura fisica, e cercare quindi di eliminarli, allontanarsi, o di proteggersi da essi. I consigli sono quelli di avere anche in casa degli accorgimenti come cambiare spesso le lenzuola, evitare il contatto con tappeti, moquette, tappezzerie e peluche e di lavare di frequente il pavimento. Evitare di frequentare zone dove ci sia molta presenza di pollini nell’aria, mettere sempre gli occhiali. Anche l’igiene personale e una cura del proprio corpo in modo scrupoloso, sono dettagli che non possono assolutamente sfuggire. Fare la doccia con detergenti delicati che rispettino il ph della pelle e dalle proprietà fortemente idratanti ed emollienti. Utilizzare dopo la doccia una crema idratante per il viso e per il corpo, evitando così il persistere della pelle secca, caratteristica di questo tipo di problematiche, e con proprietà riparative ed antimicrobiche , che sia in grado tenere sotto controllo l’attacco di microrganismi che potrebbero essere la conseguenza di una pelle sottoposta a stress per il continuo grattarsi.

La cute funge da indicatore di patologie internistiche sottostanti?


La pelle si può considerare una vera e propria barriera reattiva e spesso funge da indicatore di patologie internistiche sottostanti. Infatti l’aspetto e il tipo di lesione sulla cute si riferisce ad una precisa patologia o classe di patologia. L’individuazione delle lesioni cutanee si basa attraverso una approfondita osservazione. A volte, se necessario, si procede con una biopsia. Inoltre durante l’anamnesi si indaga su informazioni più importanti come la storia personale o quella familiare, il tipo di lavoro condotto, se il soggetto è stato a contatto con sostanze chimiche oppure con piante o insetti. Se ha avuto una esposizione prolungata ai raggi solari o ad altri tipi di radiazioni, che tipo di malattie ha avuto, anamnesi sessuale, se sono stati condotti viaggi in zone con rischio di contrarre infezioni. Dicevamo che l’ispezione visiva è lo strumento fondamentale. La diagnosi si fa in base all’aspetto o alla morfologia della lesione spesso utilizzando anche una lente di ingrandimento. Un esame cutaneo completo include anche l’esame del cuoio capelluto, delle unghie e delle mucose utile anche nello screening dei tumori della pelle.


Quanto è importante un trattamento cosmetico per migliorare e alleviare dolore, gonfiore, prurito, bolle, squame e macchie?


Cerchiamo innanzitutto di comprendere un concetto importantissimo, che è quello in cui gli studi recenti di dermatologia definiscono la pelle è un vero e proprio ecosistema dotato di una propria vita e che ospita sulla sua superficie un’ampia popolazione di batteri buoni che contribuiscono a mantenerla sana e la cui alterazione causano squilibri che portano varie problematiche cutanee. Tutto ciò prende un nome che risuona facilmente alle nostre orecchie che è quello di Microbiota Cutaneo che ci riporta a ricordare quello dell’intestino, che oltre a mantenere sana la pelle, svolge anche il ruolo di eliminare le cellule morte processo utile questo per riparare e cicatrizzare e proteggerla dall’attacco degli agenti esterni. Ma quando si verificano i danni della pelle??? I danni cutanei sono la conseguenza di un microbiota alterato da diversi fattori (di cui abbiamo ampiamente parlato), in cui prevale un tipo di batterio rispetto ad un altro e che ne alterano il delicato equilibrio: è il caso dell’acne, della dermatite atopica, di quella seborroica, della rosacea della forfora etc… A volte anche condizioni di secchezza cutanea, possono dipendere da un’alterazione del microbiota della pelle. Utilizzare cosmetici per il volto e per il corpo e detergenti per corpo e capelli privi di prodotti di scarto del petrolio come paraffine ed olio minerali contribuisce, insieme ad altre misure sullo stile di vita, a mantenere la pelle in buone condizioni rispettando la biodiversità di questo meraviglioso e raffinato ecosistema. Oggi realizzare un cosmetico è un atto di grande responsabilità perché deve mirare ad attaccare non solo il microorganismo responsabile ma anche a ripristinare una condizione di equilibrio di questo organo incantevole , ancora a tutt’ oggi non completamente compreso.

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Per approfondimenti:

Il Corriere della Sera  "Dai peperoni rossi alle uova, ecco i cibi che aiutano a fare il pieno di collagene"

AGI "Pelle: contro l'invecchiamento, glicani stimolano collagene"

Ansa "Rughe, è tutta una questione d'acqua"

Io Donna "Il collagene è il trend beauty del momento. Come funziona e cosa bisogna sapere?"

Wikipedia "Collagene"

DiLei "Collagene: cos’è, a cosa serve, cosa mangiare e integratori"

JAAC "Trehalose-Induced Activation of Autophagy Improves Cardiac Remodeling After Myocardial Infarction"

Alimentazione Gazzetta "Dieta e beauty routine per una pelle luminosa e sana: alimenti, creme e trattamenti"

Il Secolo XIX "C’è uno zucchero che piace anche al cervello"

Alimentazione Gazzetta "Vitamine per la pelle, nella dieta e nelle creme: quali sono le più utili?"

Wikipedia "Pelle"

Starbene "Salute della pelle e alimentazione"

Gazzetta Act!ve "Zuccheri, ecco perché troppi fanno male. Quali sono i benefici di una dieta che ne è priva?"

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Una dieta sana può aiutare il decorso della malattia. «Siamo ciò che mangiamo», la frase di Ludwig Feuerbach racchiude un concetto filosofico molto più articolato. Il filosofo tedesco ha teorizzato un pensiero che pone al centro la corporeità, in simbiosi con lo spirito e la psiche. L’uomo è ciò che mangia perché i cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello e questi rispettivamente in sentimenti e pensieri. Lo scorso ottobre l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riunito esperti e rappresentanti di vari paesi (tra cui l’Italia) per discutere del ruolo dell’obesità in pazienti con Covid-19. Dall’incontro è emerso che secondo molti studi, l’obesità aumenta il rischio di complicanze e ancor peggio, di morte, nelle persone affette da Coronavirus. Infatti, l’obesità è anche associata ad altri problemi che possono aumentare questo pericolo tra cui disfunzioni respiratorie, alti livelli di infiammazione, alterata risposta immunitaria ad infezioni virali e altre patologie associate. Quindi, non esiste una dieta anti Covid, ma uno stile alimentare antinfiammatorio capace di scongiurare questo pericolo incombente. Il cibo non è una medicina da assumere come trattamento a una malattia, tuttavia è importante mangiare bene per stare bene e difendersi al meglio dagli attacchi esterni.

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Prendere l’abitudine di mangiare sano e stare bene diventerà un’abitudine! L’alimentazione è il modo migliore che abbiamo per prevenire le malattie e costruire uno stile di vita sano, complice anche l’attività fisica, fondamentale per l’assunzione di alcuni nutrienti importanti come la vitamina D. «Queste sono fondamentale per [...] rendere l’intestino forte». Inoltre, essere in buona salute significa anche un rischio inferiore di contrarre il virus o comunque evitare conseguenze nefaste. Insomma, oltre alla prova costume, avere buone abitudini alimentari significa regalare al nostro fisico un peso consono alla sua struttura e una giusta circonferenza addominale. Obiettivo da raggiungere: ridurre il peso corporeo e aumentare le difese immunitarie. «Assumere un certo quantitativo di vitamine aiuta a combattere i patogeni, soprattutto la vitamina C e D». Inoltre, suggerisce Buono «Fare attività fisica al sole è un ottimo modo per introdurre vitamina D: il connubio è salubre e benefico». L’esperto poi chiama all’appello anche gli omega 3, funzionali per sfiammare la mucosa del nostro intestino, di cui è ricco il pesce azzurro. «L’Omega 3 è antinfiammatorio quindi è consigliatissimo». Insomma, uno stile alimentare capace di prevenire una lunga serie di condizioni infiammatorie oltre a numerose patologie. Ad esempio, l'infiammazione postprandiale che si verifica in concomitanza con iperglicemia e iperlipidemia dopo l'ingestione di un pasto ad alto contenuto di carboidrati (HFCM) è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari (CVD). A tal proposito, numerosi studiosi hanno dimostrato che l’aggiunta spezie riduce sensibilmente questo rischio.

Buone abitudini

Per evitare un’infiammazione sistemica nel corpo, e di conseguenza, il rischio di sviluppare, a contatto con il virus, una patologia più grave è necessario regolarizzare il nostro peso corporeo.


Chi è in sovrappeso – spiega Emilio Buono, biologo e nutrizionista - e quindi ha una circonferenza addominale importante produce delle sostanze infiammatorie, le citochine che possono aggravare la situazione in caso di Covid. Le citochine aumentano il processo infiammatorio e permettono al virus di trovare un ambiente più favorevole per replicarsi e creare maggiori danni. Un elemento importante è il microbioma intestinale che va mantenuto in salute. Un intestino e una flora batterica sani rendono il sistema immunitario più forte. - Ma questo non è l'unico aspetto da tenere sotto controllo. - L’insulina può essere un fatto infiammatorio, quindi è importante controllare l’insulina in circolo. Questo avviene attraverso il controllo dei carboidrati, sia semplici che complessi, per regolare la glicemia e non aumentare il grasso a livello addominale. Sono preferibili i carboidrati integrali.

Il cibo come prevenzione



Una dieta ‘preventiva’ di tutte le condizioni patologiche figlie del benessere, come il diabete, l’obesità, le patologie cardiovascolari, ma anche il cancro: per questo più che di dieta antinfiammatoria si dovrebbe parlare di stile di vita antinfiammatorio - spiega a Gazzetta Act!ve Jessica Falcone, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro e RAF First Clinic di Milano. - Lo stesso Covid-19 ha alla base un processo infiammatorio. Un processo che può essere bloccato attraverso una dieta che sia però uno stile alimentare continuo, non un regime che si segue per un breve periodo e poi si abbandona. Alla base ci sono quegli alimenti che vanno a contrastare i processi infiammatori innescati dallo squilibrio tra citochine pro-infiammatorie e citochine anti-infiammatorie. Ritrovando l’equilibrio si spegne l’infiammazione a livello cellulare. In realtà ci sono stati infiammatori silenti, asintomatici. Ma se soffriamo di stipsi o di gastrite, per esempio, oppure abbiamo difficoltà a digerire o a dormire, potremmo avere in atto un processo infiammatorio, che può anche diventare cronico. E’ quindi bene bloccarla prima che cronicizzi, ascoltando questi segnali di allarme. - Tra gli effetti protettivi degli omega 3, tra i più rilevanti, ricordiamo sicuramente l’azione antiaggregante piastrinica o effetto antitrombotico, il controllo del livello plasmatico dei lipidi, soprattutto dei trigliceridi, la riduzione del rischio di problemi cardiovascolare, il controllo della pressione arteriosa mantenendo fluide le membrane delle cellule, e dando elasticità alle pareti arteriose. Per supportare e favorire l’introduzione degli omega 3 sarebbe opportuno consumare dalle 2 alle 3 porzioni settimanali di pesce, in particolare sgombro, merluzzo, pesce spada, tonno, trota, sardina e aringa. Oppure in alternativa di avvalersi del supporto di integratori alimentari. Altra importante fonte di omega 3 sono i semi di lino, valido supporto per sopperire alla carenza di questi preziosi acidi. Tuttavia, ce ne sono altri che sarebbe meglio evitare. Sicuramente alcolici e bevande zuccherate. - Inoltre, un'ultima raccomandazione a tutti gli sportivi: - Chi fa sport ha un livello di infiammazione un po’ più alto a causa dello stress ossidativo prodotto dall’attività sportiva, che produce più citochine infiammatorie. La vitamina C è fondamentale proprio per bloccare l’infiammazione a livello cellulare. Ma in generale gli sportivi dovrebbero seguire un'alimentazione particolarmente ricca di antiossidanti.

OMEGA 3, ecco perché è importante integrarli per la nostra salute


In cima alla lista degli ingredienti le regine induscusse delle vitamine: la C e la D. Un importante contributo in merito ai benefici di questi nutrienti viene riportato nel libro di Adriano Panzironi Vivere 120 anni: le verità che nessuno vuole raccontarti:

Essa è fondamentale grazie alla sua interazione con gli elementi (enzimi, vitamine, minerali, etc...). Preziosa per la formazione del collagene, permette di migliorare la fase anabolica del nostro corpo, mantenendo il giusto equilibrio con la fase catabolica. La sua presenza è ancora più evidente nei processi di rimarginazione delle ferite, nella cura delle ustioni, nella riparazione delle pareti arteriose (anche dei capillari) e per il buono stato del muscolo cardiaco. È utilizzata dall’industria cosmetica per le creme anti rughe, visto l’effetto protettivo e rigenerativo che ha sulla pelle. Tale vitamina ha ottenuto molti riconoscimenti per la sua funzione antisclerotizzante, agendo su più fronti di questa patologia. Innanzitutto brucia le concentrazioni di grassi che si depositano sulle pareti delle vene e nel contempo partecipa alla riparazione dell’epitelio interno delle arterie, impedendo la riformazione aterosclerotica. Inoltre l’acido ascorbico, riduce del 15-20% il tasso di colesterolo nel sangue. Questa vitamina ha un effetto antitossico. Ma forse l’effetto più conosciuto della vitamina C è quello di contrastare le infezioni batteriche. altro alleato prezioso che influenza e rinforza il nostro sistema immunitario.

L'importanza della Vitamina D - intervista ad Adriano Panzironi

Si legge ancora nel libro:

Le cellule dendritiche, come abbiamo spiegato, hanno il compito d’inglobare l’anti-gene, giungere fino ai linfonodi (dove si trovano i linfociti T vergini), maturare e trasmettere le informazioni del gene da combattere. La vitamina D si lega al recettore (Dvr) e permette la maturazione delle cellule dendritiche, che possono così attivare la duplicazione dei linfociti specifici contro l’anti-gene identificato. La carenza di vitamina D diminuisce il numero di cellule dendritiche mature, allungando il tempo di reazione immunitaria del corpo. E’ per questo motivo che d’inverno esistono le epidemie da influenza. Se ci pensate bene, i virus vivono meglio al caldo e d’estate è molto più facile entrare in contatto con i fluidi corporei (sudiamo di più e siamo più scoperti). Ma nonostante ciò non ci sono epidemie influenzali. Il motivo è che siamo più forti (prendiamo il sole, attivando la vitamina D) ed i virus non riescono a sopraffarci. La vitamina E è assorbita in presenza degli acidi biliari nell’intestino e trasportata nel fegato dove viene depositata. La proprietà più importante di tale vitamina è la capacità antiossidante nella guerra ai radicali liberi. Difatti una molecola è in grado di proteggere dall’ossidazione 1.000 molecole di acidi grassi (polinsaturi e saturi), aumentando del 100% la resistenza all’ossidazione delle lipoproteine. La sua azione antiossidante protegge le cellule dalle mutazioni cancerose. Per ultimo, ma non meno importante, la vitamina E sopprime l’azione di diverse citochine pro-infiammatorie: l’interleuchina 1 (IL1) e 6 (IL6), entrambe responsabili di una serie di patologie croniche. Utilizzata per trattare diverse malattie quali il morbo di Parkinson, le malattie reumatiche, le malattie gastrointestinali, la distrofia muscolare, la sclerosi multipla, l’Alzheimer, le vene varicose, il diabete, la malattia di Crohn, le cefalee, la sindrome mestruale e per il rafforzamento delle difese immunitarie. 

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Per approfondimenti:

Gazzetta Active "Alimentazione e Covid: ecco perché è importante uno stile di vita sano"

Gazzetta dello Sport "Ecco la dieta antinfiammatoria, uno stile alimentare per prevenire le patologie dell’era moderna"

Sky Tg24 "I benefici delle spezie, possono aiutare a ridurre l'infiammazione"

The Journal of Nutrition "Spices in a High-Saturated-Fat, High-Carbohydrate Meal Reduce Postprandial Proinflammatory Cytokine Secretion in Men with Overweight or Obesity"

Frontiers in Immunology “The Long History of Vitamin C: From Prevention of the Common Cold to Potential Aid in the Treatment of COVID-19

PubMed "Evolution and the need for ascorbic acid"

MDPI "Vitamin C and Immune Function"

Il Messaggero "Covid, influenza stagionale e coronavirus: come distinguere i sintomi in caso di febbre"

Corriere della Sera "Coronavirus, come incide la dieta sulla forza del sistema immunitario"

Philippe Lagarde "Libro d'oro della prevenzione: difendere la salute con gli integratori alimentari e le vitamine"

Corriere del Mezzogiorno "Coronavirus, come difendersi a tavola"

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Sarcopenia per gli esperti del settore, ma per tutti gli altri questa condizione è meglio nota come riduzione della massa muscolare. Un altro nome che si aggiunge alla lista di malattie, oltre a obesità e patologie cardiovascolari che ci rendono maggiormente vulnerabili al rischio Covid e alle sue capacità di generare gravi complicazioni nei pazienti ospedalizzati. Ennesima evidenza scientifica, anche questa, dimostrata da uno studio italiano coordinato dall’Istituto Galeazzi e dal Policlinico San Donato, in collaborazione con l'Università di Milano. Insomma, dati alla mano, anche una massa muscolare ridotta si è rivelata quindi un fattore prognostico negativo nei pazienti affetti da questa grave infezione, esattamente, come dimostrato, accade in altre patologie e principalmente in ambito oncologico. La ricerca ha coinvolto 552 pazienti, di cui 364 uomini (con età media di 65 anni), ricoverati durante la prima ondata della pandemia nel periodo febbraio-aprile 2020. L’analisi dei parametri si è basata su un modello statistico che ha incrociato le informazioni relative allo stato della muscolatura, ottenute grazie alla Tac toracica eseguita per verificare la presenza di polmonite, con alcuni dati fisici e clinici di ciascun paziente. Lo studio ha messo in luce un’associazione significativa tra la ridotta massa muscolare e l’insorgenza di complicanze da Covid. Teoria che si lega a quella di uno studio inglese che ha valutato l'impatto dell'inattività sulla gravità della malattia. La ricerca pubblicata sul British Journal of Sports Medicine dimostra che chi non pratica attività sportiva ha il 73% di probabilità di finire in terapia intensiva.

Parliamo di "SARCOPENIA" nella puntata n°30 de "Il Cerca Salute"

Non sottovalutare le conseguenze dell’invecchiamento. Oltre alla perdita della massa muscolare anche la conseguente diminuzione della forza. L'avanzamento dell'età adulta è associato a profondi cambiamenti nella composizione corporea, la cui componente principale è una diminuzione della massa muscolare scheletrica. Questa perdita legata all'età nel muscolo scheletrico è stata definita sarcopenia. Questa malattia si origina prevalentemente in tre step: il muscolo viene lentamente sostituito da tessuto adiposo (grasso), le giunzioni tra fibre muscolari e nervose (giunzione neuromuscolare) tendono a degenerare e di conseguenza, aumenta lo stress ossidativo a carico delle fibre muscolari. Si tratta di un processo fisiologico che inizia sostanzialmente dopo i 30 anni di età per poi procedere più rapidamente una volta superata la soglia dei 70. A questo si aggiunge una conseguente perdita di forza pari al 20% entro i 60 anni e al 50% intorno agli 80 anni. Da qui l’importanza di rallentare l’avanzamento di questa patologia invalidante attraverso la costante attività fisica ed una corretta alimentazione in modo tale da evitare che tale condizione degeneri rapidamente in una sindrome da fragilità dell’anziano con conseguente disabilità. Tra le cause principali la scarsa attività motoria e tutte quelle patologie che causano un malassorbimento intestinale come ad esempio diverticolite, malattie infiammatorie croniche dell’intestino (morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa) e disturbi intestinali. Tra i primi sintomi, invece, debolezza, stanchezza, atrofia muscolare e graduale perdita della forza.


Un’arma contro il declino


Oltre alla funzione che svolge nei confronti del metabolismo energetico, il muscolo scheletrico e il suo declino correlato all'età possono contribuire a importanti cambiamenti associati all'avanzare degli anni come la riduzione della densità ossea, della sensibilità all'insulina e della capacità aerobica. Un processo che è possibile, come già aticipato, rallentare grazie a un approccio combinato: corretta alimentazione, attività fisica e integrazione. Alcuni studi hanno indagato l’eventuale utilità dell’integrazione alimentare (principalmente proteica e/o amminoacidica), spesso in combinazione con un’adeguata attività fisica. Altre indagini hanno invece evidenziato come per tutelare l’anziano dal rischio di sarcopenia siano necessari almeno 1,2 g di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno (mentre nel soggetto giovane sedentario sono sufficienti meno di 1.0 g per chilogrammo di peso al giorno). Alle proteine (anche e soprattutto di origine vegetale) bisogna poi affiancare altri macro e micronutrienti come fibre, acidi grassi, sali minerali, vitamine, ferro ed acido folico. «Una dieta nutriente over 65 – spiega il professor Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva - dovrebbe sempre prevedere l’apporto di [...] polifenoli, aminoacidi, acidi grassi essenziali, antiossidanti, omega-3, sali minerali e vitamine, coenzima Q10, steroli, selenio, acido folico e ferro insieme a supplementi proteici e a integratori specifici suggeriti dal medico di riferimento o dallo specialista».

Le tac toraciche eseguite sui pazienti affetti da Covid-19 ci hanno dato la possibilità di avere accesso a una fonte preziosa di informazioni relative allo stato dei muscoli paravertebrali - conferma Luca Maria Sconfienza, responsabile dell’Unità di Radiologia diagnostica e interventistica all’Istituto Galeazzi e docente all’Università Statale di Milano -Questo ci ha permesso di validare la nostra ipotesi, ovvero che la ridotta massa muscolare sia un fattore rilevante da considerare nei pazienti Covid, come già accade per altre comorbidità. Questi risultati potrebbero essere utili ai colleghi clinici impegnati nei reparti Covid. - Lo studio ha convolto quattro ospedali, il Niguarda a Milano, l'Istituto ospedaliero di Brescia, l'azienda ospedaliero-universitaria di Novara e l'Istituto ortopedico Galeazzi nel capoluogo lombardo. - La grande sfida della pandemia ci ha mostrato nuovamente quanto sia preziosa la collaborazione tra diversi ospedali - sottolinea Simone Schiaffino, del Policlinico San Donato e primo autore della ricerca - E' il modello dello studio multicentrico che integra molteplici esperienze per uno scopo comune: ricavare dalle indagini eseguite dati utili alla prognosi, mediante un dato normalmente non considerato, lo stato muscolare, che esprime in modo efficace una possibile 'fragilità' dei pazienti, concetto quanto mai attuale in questo momento di emergenza.

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Per approfondimenti:

Il Giorno "Covid e complicanze, occhio a chi ha pochi muscoli"

La Repubblica "Covid: chi non fa attività fisica ha il 73% di probabilità di finire in terapia intensiva"

PubMed "What is sarcopenia?"

Fondazione Umberto Veronesi "Dieta proteica e attività fisica contro la sarcopenia"

Corriere Nazionale "Covid e sedentarietà: più rischi per la salute"

Gazzetta dello Sport "Aminoacidi ramificati: la corretta integrazione per gli sportivi"

Food Spring "L’effetto degli aminoacidi nello sport"

Gazzetta dello Sport "Antiossidanti, perché sono fondamentali per gli sportivi? Ecco dove trovarli"

Vanity Fair "Quattro modi facili per aggiungere antiossidanti alla tua dieta"

Sapere e Salute "Antiossidanti"

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Antiossidanti: alleati degli sportivi, contrastano i radicali liberi

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Non solo azzurro. Anche tonno, salmone e tutte le varietà di pesce ricche di omega 3. Buoni e salutari per l’organismo e utili nel contrasto di tante patologie. Due porzioni a settimana di cibi ricchi di questi acidi grassi essenziali riducono l’insorgenza di malattie cardiovascolari. Giunge a questa conclusione lo studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association Internal Medicine, condotto dagli scienziati della McMaster University, che hanno esaminato i dati di oltre 190 mila persone provenienti da 58 Paesi per correlare il consumo di pesce alle condizioni di salute. «Abbiamo osservato dei benefici significativi – sostiene Andrew Mente della McMaster University – ma è noto da tempo che gli acidi grassi omega 3 siano positivi per l’organismo». Il team di studiosi ha raccolto i dati relativi a diversi studi precedenti, considerando un totale di 191.558 persone provenienti da tutto il mondo, 51mila delle quali avevano sviluppato disturbi cardiaci. I partecipanti sono stati monitorati per oltre nove anni, in cui sono stati analizzati i rapporti sul consumo di pesce e di altri alimenti. Stando ai dati dell’équipe di ricercatori, le morti improvvise e i tassi di mortalità complessivi erano rispettivamente del 21 e del 18% più bassi tra i consumatori di almeno due porzioni di pesce azzurro ogni settimana. Altro studio recente, quello della Universitat Rovira i Virgili (URV) e della Harvard Medical School che dimostra i notevoli benefici degli omega 3 sul nostro organismo. Secondo questi ricercatori, il consumo di omega 3, principalmente attraverso il pesce, ma anche negli integratori contenenti questi acidi grassi, contrasta le malattie grazie all’azione che consente di modulare le lipoproteine, le particelle che spostano i lipidi attraverso il sangue. Nello studio gli scienziati si sono concentrati soprattutto su tre tipi di acidi grassi omega-3: acido α-linoleico (ALA), acido docosaesaenoico (DHA) e acido eicosapentaenoico (EPA), che si possono trovare nel pesce e in altri alimenti, essenziali per la nostra salute.

Teoria già confermata da una precedente ricerca condotta nel 2018 e pubblicata sulla rivista Diabetes Care dove un gruppo di esperti dall’American Heart Association ha concluso che «le attuali evidenze scientifiche supportano fortemente la raccomandazione che i frutti di mare siano parte integrante di una dieta sana per il cuore». Questi alimenti ad alto contenuto di acidi grassi polinsaturi omega 3 a catena lunga (n-3 LCPUFA) sono fonti benefiche che riducono il rischio di morte per cause cardiovascolari, malattie coronariche e ictus ischemico. «I pesci grassi di acqua fredda come salmone, acciughe, aringhe, sgombri, tonno e sardine hanno i livelli più alti di acidi grassi n-3 a catena lunga, in particolare acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico(DHA)». Inoltre, il consumo del pesce azzurro è fortemente raccomandato anche per prevenire lo sviluppo del diabete di tipo 2. Lo studio prospettico e osservazionale condotto Qibin Qi e colleghi dell’Albert Einstein College of Medicine di New York su un campione di 400mila adulti britannici senza diabete o malattie cardiovascolari ha mostrato che il consumo di pesce riduce del 22% l’incidenza di diabete. Altra importante fonte di omega 3 sono i semi di lino, valido supporto per sopperire alla carenza di questi preziosi acidi.

Gli acidi "essenziali" per l'organismo

Una persona su tre muore per malattie cardiovascolari. 17,9 milioni di vittime ogni anno. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), infatti, le malattie cardiovascolari in generale rappresentano la prima causa di morte a livello globale. Fino ad oggi era stato dimostrato che un elevato consumo di acidi grassi omega 3 era associato a livelli più bassi di trigliceridi nel sangue. Tuttavia, era stato anche correlato ad un aumento del colesterolo LDL, cioè colesterolo a bassa densità trasportato dalle lipoproteine, noto anche come colesterolo cattivo. Il colesterolo LDL aumenta il rischio di malattie cardiovascolari perché può accelerare la formazione di aterosclerosi, cioè il processo mediante il quale le arterie si induriscono e perdono la loro elasticità. Per contro, lo studio ha scoperto che un aumento del consumo di colesterolo LDL dai pesci è associato principalmente al colesterolo trasportato dalle particelle più grandi di LDL, che sono meno aterogeniche e non con un aumento del numero totale di particelle di LDL. Questa diminuzione del numero di trigliceridi trasportati da qualsiasi tipo di lipoproteina aiuta a proteggere l'individuo dalle malattie cardiache. «Sulla base di questi dati – evidenzia Victoria Taylor, dietista presso la British Heart Foundation, che non è stata coinvolta nello studio – due porzioni di pesce a settimana sembrerebbero rappresentare la quantità minima di pesce necessaria per ottenere il massimo beneficio dalle proprietà nutritive dell’alimento».

OMEGA 3, ecco perchè è importante integrarli per la nostra salute


Chi assumeva almeno 175 grammi di pesce a settimana – osservano gli scienziati – era anche associato a un rischio inferiore del 16% di subire un ictus o un infarto. Mangiare pesce può infatti aiutare a combattere le malattie cardiovascolari e le condizioni cliniche associate a disturbi cardiaci o dei vasi sanguigni. Sardine, sgombro, merluzzo, salmone, tonno e tutte le varietà di pesce ricche di omega 3 possono portare a benefici a livello cardiaco, oculare e cerebrale l’acido docosaesaenoico, o DHA, della categoria degli omega 3, in particolare, è fondamentale per la crescita e lo sviluppo dell’organo cerebrale, tanto che costituisce circa il 14% degli acidi grassi nel cervello umano. Salmone e tonno non sono propriamente pesci azzurri ma sono assimilabili alla categoria per via delle proprietà nutritive». - Gli studiosi aggiungono inoltre che i benefici sono stati osservati indipendentemente dalla modalità di conservazione dell’alimento - «Fresco, congelato o in scatola, il pesce è fondamentale per la salute cardiovascolare – precisa Taylor – che sia bianco o grasso, inoltre, il pesce rappresenta un’ottima fonte di proteine ed è un’alternativa preferibile alla carne rossa e lavorata. La dieta […] ricca di verdura, frutta […] e pesce, rappresenta una delle abitudini alimentari più sane, in grado di ridurre il rischio di problemi legati a ipertensione, colesterolo alto e malattie cardiache.

I 3 tipi di acidi grassi omega 3 studiati, acido α-linolenico, DHA e EPA sono presenti nei pesci e in altri alimenti e lo studio ha scoperto che differiscono nella loro associazione con il rischio di patologie cardiovascolari. Altro punto a favore: gli effetti positivi sul cervello. Dimostrati da decine di studi internazionali, gli acidi grassi entrano a far parte delle membrane cellulari, che si mantengono elastiche, e combattono l’invecchiamento mentale, infatti, gli omega 3 influenzano soprattutto la memoria, l’orientamento spazio-temporale, l’attenzione, la fluidità di parola e la velocità di elaborazione dei dati, migliorando sia le performance. Hanno, inoltre, un’azione antitrombotica e migliorano il ritmo cardiaco evitando l’insorgenza di aritmie. Conservano l’elasticità cutanea, rendendo la pelle compatta e meno segnata dalle rughe del tempo. Svolgono un’azione riparatrice delle membrane cellulari, ne ritardano la comparsa e rimediano ai danni già fatti.

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Per approfondimenti:

AGI "Pesce azzurro in tavola due volte a settimana riduce i rischi cardiaci"

Ansa "Meno rischio cardiaco con 2 porzioni di pesce a settimana"

URV "A study identifies the mechanism by which eating fish reduces the risk of cardiovascular disease"

Corriere Nazionale "Chi mangia regolarmente pesce azzurro ha un rischio significativamente inferiore di sviluppare il diabete di tipo 2 rispetto a chi prende integratori"

Notizie Scientifiche "Omega-3 del pesce riduce rischio di malattie cardiovascolari modulando lipoproteine"

Ragusa News "Omega-3: perché inserirli nella dieta"

Journal of the American Heart Association (JAHA) "Habitual Fish Consumption, n‐3 Fatty Acids, and Nuclear Magnetic Resonance Lipoprotein Subfractions in Women"

Il Fatto Alimentare "Omega 3: guida al consumo degli acidi grassi essenziali molto presenti nel pesce azzurro e nel salmone e pochissimo nei filetti di sogliola"

Il Giornale "Gli integratori omega 3 salvano cuore, mente e portafogli"

Prima Lodi "Che cosa sono gli Omega 3 e a cosa servono"

Prima Milano Ovest "I benefici degli Omega 3, fra pesce, frutta e verdura"

LEGGI ANCHE: Columbia University: ecco il perché gli omega 3 proteggono dall'Alzheimer

Cibi ricchi di omega 3 aiutano a combattere la stanchezza

Ricerca: i semi di lino ottimi per abbassare il colesterolo e ricchi di omega 3...

Ricercatori: per infiammazione e depressione, consigliata integrazione con Omega 3

 

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Una proteina “impalcatura” che dona sostegno al nostro corpo. Effetto confermato anche da diversi studi scientifici, i quali dimostrano con risultati alla mano che l’assunzione di peptidi di collagene migliora l’idratazione della pelle, l’elasticità e aiuta a ridurre le rughe del viso. Secondo uno studio, l’assunzione del collagene mostra effetti positivi sulla profondità delle rughe degli occhi, le cosiddette zampe di gallina. Dopo aver assunto 2,5 grammi di peptidi di collagene bioattivo ogni giorno per un periodo di otto settimane, la profondità delle rughe dei soggetti in questione si è ridotta in media di circa il 18 percento e la carnagione si è raffinata (Proksch, E. et al. 2014). Tra gli altri effetti positivi sulla pelle: l’assunzione di collagene aumenta l’idratazione della pelle (Asserin, J. et al. 2015 e Kim, D. U. et al. 2018). Un’altra indagine dimostra che l’assunzione giornaliera di un preparato di collagene porta a un miglioramento dell’elasticità della pelle. I partecipanti allo studio hanno consumato una fiala di un prodotto di collagene contenente 5 grammi di peptidi di collagene bioattivo ogni giorno per 90 giorni (Genovese, L. et al. 2017). Efficace anche contro gli inestetismi della cellulite, nota anche come pelle a “buccia d’arancia”, si verifica quando un tessuto connettivo si indebolisce e non è più in grado di trattenere la cellule adipose nel tessuto sottocutaneo. Il tessuto adiposo sottocutaneo in questione può quindi penetrare più facilmente negli strati superiori della pelle e gonfiare visibilmente la pelle all'esterno. E ancora, secondo uno studio, il collagene può aiutare a combattere la cellulite e a ridurre le ondulazioni della pelle sulle cosce. Una dose giornaliera di 2,5 grammi di peptidi di collagene ha portato dopo 6 mesi a una riduzione del livello di cellulite nelle donne con un peso regolare o in sovrappeso. (Schunck, M. et al. 2015).

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Quale tipo di collagene agisce nel nostro corpo? (figura sopra)

 

Stabili e flessibili. E quando i legamenti si strappano e le ossa si rompono, il collagene diventa anche un prezioso aiuto per le articolazioni. Fondamentale soprattutto per gli sportivi, in caso di sforzo eccessivo, ma anche per chi soffre di artrosi (usura articolare) o artrite reumatoide (malattia infiammatoria delle articolazioni). Effetto benefico dimostrato da altre due ricerche: nel primo studio si è visto che l’assunzione giornaliera di capsule di collagene hanno migliorato il funzionamento dell’articolazione del ginocchio e ridotto la rapida insorgenza di disagio e di dolore articolare durante l’esercizio fisico (Lugo, J. P. et al. 2013) e nel secondo, è stato esaminato l’effetto del collagene in caso di artrosi. Il risultato: l’assunzione di 40 milligrammi di collagene di tipo II ha migliorato nei pazienti con artrosi al ginocchio i sintomi dell'articolazione del ginocchio e i sintomi correlati (Lugo, J. P. et al. 2015). Infine, il contributo fornito alla costruzione muscolare: in uno studio, condotto su soggetti anziani con perdita muscolare, è stato riscontrato che l'assunzione di collagene idrolizzato in combinazione con l'allenamento di forza aiuta la costruzione muscolare (Zdzieblik, D. et al. 2015).


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La riduzione di collagene, in età avanzata, è associata alla comparsa delle rughe (figura sopra)

L'attacco dello zucchero


Contorni meno definiti e tonici. Una rigenerazione che decresce inesorabilmente per poi crollare dopo i 40. La produzione di collagene rallenta dell’1,5% ogni anni a cominciare dal ventesimo/venticinquesimo anno di vita e di conseguenza diminuisce anche il livello di collagene nel corpo. Oltre a un fattore strettamente genetico, questa produzione si riduce anche in conseguenza con il calo dei livelli di estrogeno, alla diminuzione del numero di fibroblasti nella pelle diminuisce, alla carenza di vitamina C (che inibisce la degradazione del collagene e grazie alla sua azione altamente ossidante evita il deterioramento delle fibre di collagene) oltre a influssi esterni come le radiazioni UV, il fumo, lo stress o un’alimentazione scorretta. SOS glicazione. Colpevole lo zucchero in eccesso può raggiungere la pelle attraverso il sangue sotto forma di glucosio e fruttosio. Si origina così una reazione (glicazione appunto), in cui le molecole di zucchero si attaccano alle fibre di collagene e le induriscono. Troppo zucchero, carboidrati o cibi ricchi di zuccheri, oltre a rallentare e inibire la sintesi del collagene, accelerano quindi l’invecchiamento e la comparsa di rughe sulla pelle. Obiettivo: mantenere compattezza e tonicità, prevenendo le rughe. A questa proteina, infatti, è affidato l’arduo compito di sostenere il viso, conferendo alla pelle resistenza ed elasticità. E allora stop all’invecchiamento cutaneo! Per una pelle soda, liscia e giovane? Stimolare la produzione di collagene con una dieta sana e migliorare quest'apporto con prodotti di bellezza adeguati. Diverse funzioni complesse e fondamentali. Gloria Mosconi, biologa mette in luce le peculiarità di questa notevole proteina in un'intervista esclusiva a Life 120:

Come avviene la biosintesi del collagene?

La biosintesi del collagene avviene sia all’interno che all’esterno della cellula ed è enzimaticamente coadiuvata. Nella fase iniziale l’m-RNA di circa 34 geni viene trascritto e successivamente tradotto a livello dei ribosomi a ridosso della parete del RER; nella catena nascente di procollagene alcuni residui di prolina e lisina vengono idrossilati da due specifici enzimi per formare idrossiprolina e idrossilisina con catene alfa di procollagene. Tre di queste catene si avvolgono a formare una tripla elica, stabilizzata dal legame idrogeno. Questa catena passa all’apparato del Golgi, dove i filamenti idrossilati subiscono una glicosazione, ovvero l’aggiunta di zuccheri sulla catena peptidica in corrispondenza dell’idrossilisina. A questo punto la molecola è escreta verso l’esterno dove subisce l’azione del procollagene peptidasi. Questo enzima è necessario per il processamento extracellulare del collagene che sarà in grado di rimuovere i residui Ne C terminali con formazione di tropocollagene tra le cui molecole si instaureranno legami covalenti e che tenderanno a disporsi in file parallele formando le fibrille.

Considerato un potente “anti-età”, secondo la scienza può essere utilizzato nel contrasto a rughe e segni d’espressione?

Purtroppo la sintesi di collagene diminuisce con l’invecchiamento aumentando infatti la sua degradazione e con essa la rugosità della cute, che diviene meno compatta e più sottile. È per questo che il collagene trova largo spazio anche nella cosmetica.

   COLLAGENE TIPO I  COLLAGENE TIPO II  COLLAGENE TIPO III
 Dove si   trova  Pelle, tendini, legamenti, ossa, dentina e   cartilagine   fibrosa  Dischi intervertebrali, tessuto cartilagineo   e   corpo vitreo dell'occhio  Pelle, tendini, ossa, cartilagine, vasi   sanguigni   e   muscoli scheletrici
 Funzioni  Elasticità e compattezza a pelle e legamenti,   stabilità   e flessibilità alle ossa  Garantire stabilità alle articolazioni, alla   cartilagine e al vitreo  Responsabile delle proprietà elastiche dei   tessuti   e degli organi interni
 Cibo  Carne di manzo, maiale e pesce  Carne di pollo  Carne di manzo
 Curiosità  Il tipo di collagene più comune  Costituisce l’80% del tessuto cartilagineo  Coesiste con il collagene tipo I

Oltre all’invecchiamento cutaneo è prezioso anche per l’organismo? In che modo esercita la sua azione benefica?

L’importanza di questa proteina svolge il suo ruolo non solo dal punto di vista estetico, come è noto, ma anche dal punto di vista strutturale dando sostegno al corpo. Infatti a lungo andare, man mano che l’età tende ad avanzare , anche la produzione di collagene tende a diminuire contribuendo così ad una perdita di tono muscolare, una lentezza dei movimenti, una fragilità di unghie e capelli, e la pelle si raggrinzisce. Stimolare la sua produzione , contribuisce alla guarigione e la riparazione di danni alle ossa e cartilagini e quindi al mantenimento del sostegno, della forza e dell’elasticità di queste. Migliora l’ampiezza di movimento in caso di osteoartrite , previene il deterioramento delle articolazioni, previene la demineralizzazione ossea, ed accelera anche la cicatrizzazione delle ferite.

Come opera nel processo di costruzione del muscolo?

La quantità delle proteine corporee viene associata alla massa magra o più precisamente massa muscolare scheletrica e ne fanno parte le proteine oltre all’acqua e sali minerali. Ora le proteine sono macromolecole composte da tanti mattoncini detti amminoacidi; nella sintesi proteica intervengono solo 20 amminoacidi diversi fra loro, mentre nell’organismo il numero di proteine è di centinaia di migliaia. Come è noto le funzioni delle proteine sono diversissime. Fra queste emerge la funzione strutturale in cui il tessuto connettivo del corpo (cioè quello che sostiene e fa da ponte tra i diversi organi e strutture corporee) è costituito principalmente dal collagene. Il collagene ha proprio il ruolo di collegare ed “incollare” gli elementi cellulari di organi e tessuti quindi anche del muscolo ed ha la capacità di rinnovarsi sempre.

Ci sono controindicazioni ed effetti collaterali?

È chiaro che la stimolazione fisiologica di produzione del collagene è un evento molto positivo che ci protegge dai fenomeni legati ai processi di invecchiamento. L’intento di tutti dovrebbe essere quello di stimolare il più possibile, attraverso la corretta alimentazione, questo fenomeno naturale. Il contributo di creme ed integratori può essere senza dubbio, un’azione di rinforzo, sinergica allo stile di vita, che deve essere sempre al primo posto. Gli integratori di collagene sono bene tollerati e possono considerarsi prodotti sicuri, purché utilizzati in maniera responsabile. Sono chiaramente controindicati a chi soffre di allergia a qualche componente del prodotto, ai bambini e alle donne in gravidanza. È comunque sempre opportuno consultare il medico. Per minimizzare i rischi è preferibile scegliere integratori di collagene idrolizzato e che provengano da un animale a cui non si è allergici.

È possibile ottimizzare l’approvvigionamento di collagene con l’alimentazione giusta e cosmetici mirati?

L’invecchiamento è la prima causa di diminuzione del collagene. Lo stile di vita, gioca un ruolo fondamentale per la riduzione di questa proteina all’interno del proprio corpo. Prima cosa da focalizzare è che una dieta che presenta una elevata quantità di alimenti zuccherati, porta alla GLICAZIONE, un processo attraverso cui zuccheri sia intra che extracellulare, si legano alle proteine generando la formazione di molecole alterate, chiamate Glicotossine o AGE, che legandosi a specifici recettori, chiamati RAGE, si accumulano in maniera importante, aumentando la produzione e la liberazione all’interno dei tessuti dei Radicali Liberi e di molecole pro-infiammatorie, con conseguente alterazione della funzionalità e distruzione degli stessi. Questo è un processo infatti, non a caso, particolarmente abbondante nei pazienti diabetici di tipo II. Il legame tra zuccheri e proteine è un fattore biologico che condiziona il processo di invecchiamento cellulare, quello dei tessuti ed in generale dell’organismo. Non può esistere longevità quindi, senza una riduzione o quantomeno un controllo di questo processo metabolico. Anche a livello cutaneo assistiamo alla conseguenza di questo accumulo di glicotossine con conseguente accumulo nelle pelle che si manifesta con un aumento dello spessore apparendo dura ed ispessita. Chiaramente questo processo di glicazione proteica crea alterazione, oltre che sulla pelle, anche in altri organi del nostro organismo. Alla luce di ciò l’orientamento è verso il consumo di particolari zone di alimenti proteici, come ad esempio nelle lische, nelle pinne, nelle squame presenti nelle sardine, acciughe e sgombri , nella pelle, nelle zampe e cotenna del maiale, nelle ossa sottoforma di brodo, , e nelle cartilagini degli animali (pesce, pollame, maiale, bovini), nella gelatina che si ottiene da ossa, tendini, cartilagini e pelle di diversi animali. A livello cosmetico, l’applicazione di collagene così come tale, non può considerarsi la scelta ottimale in quanto questa proteine presenta una struttura chimica troppo grande per essere assorbita. E’ proprio per questo motivo che nei cosmetici di alta qualità si preferisce utilizzare collagene in forma idrolizzata o piccoli peptidi per favorirne l’assorbimento e quindi la loro funzione. In conclusione la riduzione della produzione di collagene inizia già a partire dai 25 anni e può essere accelerata da fattori genetici, alimentazione non sana, soprattutto ricca di zuccheri, fumo, esposizione ai raggi solai, smog e condizioni ambientali e stress. Siamo noi i primi a poter fare qualcosa per la salvaguardia della nostra salute.

Qual è la correlazione tra collagene e vitamina C?

A dare un contributo alla sintesi del collagene, gioca un ruolo importante la Vitamina C. Infatti quest’ultima interviene nella conversione della Prolina in Idrossiprolina e della Lisina in Idrossilisina ad opera dei rispettivi enzimi che richiedono Ferro 2+. Ed è proprio la Vitamina C che permette di mantenere il ferro in questa forma ridotta e consentire quindi la sintesi di collagene.

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Per approfondimenti:

Il Corriere della Sera  "Dai peperoni rossi alle uova, ecco i cibi che aiutano a fare il pieno di collagene"

AGI "Pelle: contro l'invecchiamento, glicani stimolano collagene"

Ansa "Rughe, è tutta una questione d'acqua"

Io Donna "Il collagene è il trend beauty del momento. Come funziona e cosa bisogna sapere?"

Wikipedia "Collagene"

DiLei "Collagene: cos’è, a cosa serve, cosa mangiare e integratori"

JAAC "Trehalose-Induced Activation of Autophagy Improves Cardiac Remodeling After Myocardial Infarction"

Alimentazione Gazzetta "Dieta e beauty routine per una pelle luminosa e sana: alimenti, creme e trattamenti"

Il Secolo XIX "C’è uno zucchero che piace anche al cervello"

Alimentazione Gazzetta "Vitamine per la pelle, nella dieta e nelle creme: quali sono le più utili?"

Wikipedia "Pelle"

Starbene "Salute della pelle e alimentazione"

Gazzetta Act!ve "Zuccheri, ecco perché troppi fanno male. Quali sono i benefici di una dieta che ne è priva?"

LEGGI ANCHE: Un’impalcatura tra bellezza e salute: il sostegno fondamentale del collagene

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